L’umana parabola di un nucleo familiare in continua inesorabile implosione: dopo aver conquistato il cinema, torna al Teatro Piccinni di Bari “Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni con la regia di Alessandro Gassmann ed uno straordinario Massimiliano Gallo

Piena di te è la curva del silenzio.” (Pablo Neruda)

Le parole d’amore non dette, che spreco! Ci vuole il coraggio di dirle, e poi che non vale la pena di essere tristi e delusi, mai! Ma come potrò farti avere questo messaggio importante? Sussurrato all’orecchio dal vento – lo vuoi – oppure in segreteria?” (Ivano Fossati da “La bella strada”)

Napoli. Interno giorno. La città, inaspettatamente ed inspiegabilmente silenziosa, quieta, statica, immobile, immutabile, fa capolino da una grande finestra. Il professor Valerio Primic, scrittore di gran fama, si risveglia, grazie al primo caffè della governante Bettina, nel suo studio/biblioteca, sulla sua scrivania, davanti alla sua macchina da scrivere, contrariato nel sentirsi ancora in preda ad un blocco creativo che ne ha prosciugato l’ispirazione e, soprattutto, il conto in banca, come scoprirà presto grazie alle irruzioni nella stanza della moglie Rose e dei figli Massimiliano ed Adele, che gli comunicheranno di aver preso l’improrogabile decisione di vendere la loro residenza, Villa Primic, che lo scorrere del tempo e l’incuria hanno trasformato da lussuosa villa a decadente magione; ne nasceranno una serie di singoli quanto singolari confronti che presenteranno al professore una realtà familiare sconosciuta, di certo – per lo più – determinata da quei silenzi, per lui inscindibilmente legati all’intuizione e all’immaginazione, coltivati negli anni come piccoli semi ingigantitisi nel tempo, preservati, custoditi quasi, come urne depositarie della sua voce, del suo pensiero, del suo “logos”, che – scoprirà con viva sorpresa ed estremo disappunto – hanno determinato ben diverse reazioni nella sua famiglia, generando, principalmente, mostri.

Cos’è, dunque, il silenzio? Che connotazione possiamo dargli? È una proiezione del vuoto, sinonimo di assenza o rinuncia, un parassita che si nutre di parole mai dette, o, al contrario, è un’espressione del linguaggio, la più inudibile ed ineffabile forma del pensiero, il “luogo” in cui germogliano la meditazione e la riflessione? Provano a rispondere a questo insormontabile ed inestricabile interrogativo i testé citati personaggi de “Il silenzio grande”, prima opera teatrale di Maurizio De Giovanni, portata in scena prima ed al cinema poi da Alessandro Gassmann; ebbene, di certo il professor Primic, con il suo amore per le citazioni, non si lascerebbe sfuggire l’opportunità di essere in sintonia con Octavio Paz quando affermava “ho cominciato a scrivere, operazione tra le più silenziose, per oppormi al rumore delle dispute e battaglie del nostro secolo, come un dialogo con il mondo, con il lettore e me stesso – e questo dialogo è tutto il contrario del rumore che implica la nostra negazione e del silenzio che ci ignora: ho sempre pensato che il poeta non è solamente colui che parla, ma colui che ascolta”; eppure una concezione di tale portata non può non essere tacciata di spiccato individualismo, se non di puro egoismo, dal mondo esterno, dalla propria stessa famiglia, per esempio, che, col tempo, sarebbe portata a far coincidere il silenzio con l’assenza, o, meglio, per dirla con Verlaine, con l’inferno che l’assenza è, finanche sovrapponendoli: “se tu fossi stato con me t’avrei chiesto scusa. Oppure aiuto. Invece non c’eri; incredibile come gli altri manchino sempre nei momenti in cui se ne ha bisogno; passi giorni, mesi, anni interi con qualcuno a cui non hai da dir nulla e nel momento in cui hai da dirgli qualcosa, magari scusami, aiuto, lui non c’è e tu sei solo”, parole di Oriana Fallaci che potrebbero benissimo essere state pronunciate da Rose all’indirizzo del marito nel primo serrato dialogo – così almeno appare – tra i due, un’accusa che sarà il leitmotiv di tutti gli incontri/scontri tra Valerio e i suoi familiari e che si scioglierà in tutta la sua drammaticità nel sorprendente finale (che non sveleremo).

Va riconosciuto a De Giovanni il merito di aver partorito una creatura che va a collocarsi tra il mitico repertorio dei fratelli De Filippo e l’amata produzione di Luciano De Crescenzo, un’altra opera del tutto convincente tanto sotto l’aspetto letterale, con il ‘solito’ utilizzo magistrale della parola, in cui anche il dialogo più serrato è impeccabilmente calibrato, talmente perfetto da non riuscire a supporne o ipotizzarne una versione diversa, quanto per la capacità di toccare le corde dell’emozione, facendole vibrare sino alla commozione, in un eterno gioco tra il vero e la finzione, la realtà e l’immaginazione, quel che è e quel che appare, quel che è stato e quel che avrebbe potuto essere e non sarà mai, molto ben coadiuvato in questo dalla attenta regia di Gassmann e dal suo ormai proverbiale uso degli ologrammi; la penna dell’autore partenopeo, famosa per “I bastardi di Pizzofalcone”, “Il Commissario Ricciardi” e “Mina Settembre” tra gli altri, è qui particolarmente felice, innanzitutto nell’aver creato per la sua pièce nel professor Primic un grande protagonista che entra immediatamente in empatia con il pubblico per le sue piccole ossessioni, come i libri posizionati per catalogazione emotiva o la minimale ginnastica casalinga, nonché per i magnifici ‘scontri’ dialettici con la governante Bettina, suo fedele alter ego, l’altra faccia di un’anima divisa in due, che toccano le vette più alte di tutta la messa in scena, come quando si soffermano a spiegare la metafora che dà il titolo all’opera, ma anche e – a mio modesto parere – soprattutto nel metterci di fronte ad una storia di silenzi proprio in un periodo storico in cui – certamente a causa dell’emergenza pandemica, ma non solo – sono più acuite le distanze anche con quanti ci è concesso di sfiorare, come i componenti della nostra stessa cerchia familiare, in una società che ha completamente smarrito la sua identità comunitaria, del tutto impazzita nel perseguire la soddisfazione dell’interesse personale, anche attraverso la cancellazione psicologica quanto morale, se non fisica, dell’altro, in una devastante quanto ineluttabile perdita della propria umanità.

In questa chiave di lettura, “Il silenzio grande” è una salvifica carezza, la sospirata affermazione che un’altra via c’è, esiste, è ancora possibile, e la – sempre ottima – regia di Gassmann ne asseconda gli intenti, donandole un ritmo spesso meditativo ed onirico, costruendo un meccanismo a orologeria che funziona alla perfezione, una serie di scatole cinesi su cui, però, non sembra volersi soffermare, poco preoccupato di nascondere il segreto – peraltro non inedito né avulso alla precedente produzione di De Giovanni – del protagonista, che, anzi, sembra quasi volerci svelare – con una scelta registica indirizzata alla famiglia del professor Primic – molto prima del finale, suggerendocelo all’orecchio, evitandoci di perderci dietro una domanda che – sebbene importante – non viene ritenuta il fulcro della vicenda. Ben coadiuvato dalle scene di Gianluca Amodio, le luci di Marco Palmieri, le elaborazioni video di Marco Schiavoni e le musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi, che si mescolano con i magnifici evergreen che sortiscono ‘spontaneamente’ dalla vecchia radio di Primic, il regista – che, come fu per la trasposizione teatrale di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, non appare in scena, se non in un simpatico cameo in video – costruisce da par suo uno spettacolo che colpisce il pubblico, mai melenso, ricco di humour eppure, talvolta, triste, in cui dona il giusto rilievo all’aspetto psicologico dell’umana parabola di un nucleo familiare in continua inesorabile implosione, in cui tutti sembrano essere diventati elettroni impazziti, con particolare attenzione a quel rapporto padre famoso / figli ribelli in cui molti – stimolati dal fatto che l’opera sia ambientata nel 1965, anno di nascita di Alessandro – hanno voluto scorgere un chiaro riferimento all’immensa – e, quindi, anche ingombrante – figura del divino Vittorio (cui, peraltro, era già dedicato il precedente film di Gassmann, “Il premio”, con l’altrettanto immenso Gigi Proietti nel ruolo del padre, anche questo illustre e celebrato).

Per me l’attore più bravo attualmente è Massimiliano Gallo. Diversamente da molti attori, che volendo fare tutto si sovraespongono con conseguenze pessime sulla propria carriera, Gallo è tra i pochi che può fare davvero tutto” ha detto Salvatore De Mola durante un’intervista concessa alla nostra Beatrice Zippo (https://www.ciranopost.com/2021/11/28/scrivere-la-vita-di-chi-scrive-lintervista-a-salvatore-de-mola-lo-sceneggiatore-barese-de-il-commissario-montalbano-storia-di-nilde-imma-tataranni/), affermazione che già mi trovava istintivamente d’accordo e da cui non saprei più prescindere ora, dopo aver assistito alla altissima prova d’attore data dallo stesso nei panni del professor Primic davanti ad un Teatro Piccinni gremito nelle tappe baresi inserite nella Stagione di prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese; Gallo è sublime nel tenere il palco per tutto lo spettacolo, erede universale ed indiscusso della grande tradizione partenopea in cui convivono le anime di Scarpetta, dei già citati fratelli De Filippo e – ça va sans dire – di Massimo Troisi, perfetto nel tratteggiare tutti i sentimenti presenti nel testo, in un caleidoscopico ventaglio che va dalla commozione al riso, capace di dare voce anche ai gesti, alle espressioni, ai silenzi. Antonella Morea è bravissima nel ruolo di Bettina, così naturale nella sua recitazione da riuscire a non far pesare – ed è tutto dire – il confronto mentale che nasce nel pubblico con l’interprete cinematografica, quell’icona del teatro italiano che è Marina Confalone. Vere rivelazioni risultano Paola Senatore e Jacopo Sorbini nel ruolo dei due rampolli di famiglia dalla complessa personalità, forti di una performance vigorosa ed energica, in linea con l’età dei loro personaggi, seppur ancora un po’ acerba. Un applauso a parte merita Stefania Rocca, che dona alla sua Rose un tocco di eccelsa classe ed una composta malinconia, che si diffondono in sala come un profumo di spezie rare, come una dolce melodia che accompagna l’ultimo ballo di un amore senza fine.

Pasquale Attolico

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