Lo studio di Michele Sinisi e Francesco Asselta sul “Laudato sì” francescano ribalta l’elemento letterario calandolo in una esperienza di vita individuale e collettiva

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature.” (Francesco d’Assisi)

Gracias a la vida, que me ha dado tanto, me ha dado la risa y me ha dado el llanto, así yo distingo dicha de quebranto, los dos materiales que forman mi canto, y el canto de ustedes, que es el mismo canto, y el canto de todos, que es mi propio canto.” (Violeta Parra)

Il Cantico delle creature (noto anche come Canticum o Laudes creaturarum o Cantico di frate Sole o, ancora, Laudato sì) di San Francesco d’Assisi, pur essendo, con tutta probabilità, il primo testo poetico in volgare di cui si conosca l’autore, essendo stato composto intorno al 1224, conserva a tutt’oggi la sua magnifica forza propulsiva, la sua intensità ed il suo vigore di lode a Dio, di inno alla vita, alla natura, alla creazione e, tramite essa, al Creatore stesso; nella preghiera di Francesco, il mondo terreno non viene contrapposto all’essenza divina, anzi l’umanità viene elogiata non tanto in sé quanto piuttosto quale immagine di quella realtà trascendente che si realizza attraverso l’armoniosa fratellanza di tutte le creature ed in cui sono gli elementi naturali ad operare il rapporto di mediazione tra Dio e l’uomo.
Fosse solo per quanto detto sinora, non vi è dubbio che il Cantico possa essere annoverato tra quei testi che tutti conosciamo praticamente a memoria ma che, in realtà, ben pochi possono dire di aver realmente compreso: citando Gianfranco Contini, filologo di chiara fama che si dedicò allo studio dello scritto francescano, potremmo affermare che il Cantico appartiene a quei testi che, “mandati a mente sin dall’infanzia, si fossilizzano e isteriliscono nel ricordo, finché un giorno, nel tornare a sfiorare uno di questi individui canonici, non si trasecola di ravvisarvi qualche contrassegno prima occultato dal bagliore della loro stessa familiarità”.

Verosimilmente, per poter leggere oggi il messaggio di Francesco occorre (ri)acquistare la capacità di guardare e, soprattutto, guardarsi in profondità, lasciando da parte lo sguardo codificante, sospettoso, possessivo della nostra contemporanea (dis)umanità, per aprirsi, con occhi da bambino, allo stupore di un fiore, di un volto umano in cui riconoscere se stessi, l’uomo fratello, il creato e, quindi, Dio.
Ma se Francesco d’Assisi amò definirsi “giullare di Dio”, non solo per evidenziare la sua sensibilità artistica e la parte ilare ed ironica della sua personalità, ma anche per porsi a un livello sociale infimo, perché i giullari erano buffoni che non godevano del prestigio dei dotti poeti al servizio di nobili e di re, allora forse solo un Attore, un Autore, un Artista può comprendere a fondo il significato delle sue parole, scoprendole, spogliandole, penetrandole, decifrandole, decodificandole, umanizzandole in modo che, finalmente, ci appartengano nel senso più vero del termine e non come una mera dimostrazione di oziosa e vetusta memoria scolastica.

E non vi è alcun dubbio che in pochi possano vantare di avere possibilità di riuscire nell’impresa al pari del nostro Michele Sinisi; quando, durante il suo “Laudato sì” inserito nella rassegna “I Solisti” che Vito Signorile ha fortemente voluto per il suo Teatro Abeliano, afferma più volte di voler “mettere a terra” la preghiera del Santo e, di conseguenza, l’Enciclica pubblicata il 18 giugno 2015, la seconda di Papa Bergoglio, che da quella prende il nome, “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, comprendiamo immediatamente che non assisteremo ad una semplice lettura dei testi in esame (una di quelle cose che hanno fatto la più recente fortuna del buon Benigni), ma non ce ne doliamo affatto, a differenza di quanto pare supporre lo stesso attore, che, di tanto in tanto, si lancia nel grido ribelle che crede di sentir provenire dalla mente dello spettatore insoddisfatto.

Lavorando, come sempre, unitamente a quell’altra splendida mente pensante che appartiene a Francesco Maria Asselta, il quale, inaspettatamente, salirà anche sul palco del teatro barese per regalare al pubblico un suo intervento sul simbolo della parentesi, argomento che ha magistralmente trattato anche nella recente edizione del “TEDxBari”, di cui si è già detto qui in precedente articolo (https://www.ciranopost.com/2020/10/20/tedxbari-ai-tempi-del-covid19-ledizione-2020-nella-fluida-staticita-dello-streaming-ha-saputo-attraversare-muri-schermi-e-persino-il-tempo/), Sinisi riesce a ribaltare la tradizionale visione dell’elemento letterario, calandolo nella propria esperienza di vita e dimostrandone, con metodo che oseremmo definire socratico, l’universalità; quello che il fantastico duo riesce a fare è farci partecipare, o, meglio, renderci partecipi o parti in senso stretto, del loro avvincente percorso, demolendo e smantellando la quarta parete, finanche capovolgendo e stravolgendo il concetto di attore e spettatore, di quell’imperscrutabile quanto appagante rapporto – anche fisico – che si rinnova ogniqualvolta si crea quell’alchimia di cui oggi uno spietato destino patrigno sembra volerci privare.

Intervenire al rito (concepito dai due geniali autori e generato da uno dei migliori attori in circolazione) vuol dire sempre (ma forse questa volta più delle altre) entrare nella loro stanza di lavoro (o dei giochi?), conoscere gli attrezzi del mestiere, toccarli, farli propri, accettare di sporcarsi le mani e, con questi, modellare, incidere, scolpire il materiale a disposizione, aderendo incondizionatamente alla loro visione “altra e alta” dell’Arte e della vita stessa, accettando di fare, nel caso specifico, del Canto di Francesco il nostro canto, di riconoscere, nella sua voce, la nostra stessa voce.

Ed è qui che ci è tornata in mente quell’altra (umanissima, ma, per chi scrive, anch’essa divina) elegia alla vita firmata da Violeta Parra che abbiamo riportato in apertura di questo scritto, con quell’invito a riconoscere nella gioia e nel dolore l’essenza del nostro canto “e il canto degli altri che è lo stesso canto e il canto di tutti che è il mio proprio canto”: così, anche il “Laudato sì”, grazie all’inesauribile ricerca di Sinisi ed Asselta (come fu per la recente splendida messa in scena dei “Sei personaggi in cerca d’autore” pirandelliani a firma dei nostri), diviene un veicolo, uno strumento, un pre-testo, per conoscere e comunicare dell’esistenza tanto dell’Artista quanto dello Spettatore, comprendendone (in ogni accezione) il suo significato individuale ed unitario, ma anche pubblico e collettivo.

Pasquale Attolico

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