
La mia storia, a vederla è bella. A viverla non è affatto bella (Cyrano).
Nella vita ci sono scelte che facciamo liberamente, e altre che ci vengono imposte. Accettiamo situazioni che ci fanno esasperare e soffrire perché le crediamo moralmente giuste o perché non abbiamo la forza sufficiente per dire “basta”.
Talvolta la spinta è l’amore, o l’unica forma di amore possibile in quel luogo e in quel momento, ma si tratta di un sentimento destinato a trasformarsi in sofferenza, in un tormento che logora e consuma.
Lo dice bene l’inquieto Cyrano, mentre attraversa a grandi passi il palco della Cittadella degli Artisti di Molfetta nella pièce Cyrano e Rossana – Passo a due, che ha chiuso il Festival Trame Contemporanee, ricchissima, coraggiosa e variegata rassegna curata da Marianna de Pinto e Marco Grossi con Malalingua Teatro.
È un uomo stanco, sincero e spietato nel raccontare la sua storia, il destino scomposto e ingiusto, sospeso tra la disillusione e il desiderio di scomparire, di smettere di essere diverso da quello che è.
Michele Santeramo, partendo dal personaggio di Rostand e conservandone l’essenza, scrive un testo denso, profondo, che alternando dramma, ironia, disperazione e introspezione, ci restituisce il poeta-guascone in tutta la sua fragilità, non più disposto a vivere guardando alla felicità degli altri, pronto a disertare perché esausto, frustrato, anche se il cuore continua a battere per Rossana.
La drammaturgia di Santeramo ha un ritmo serrato, senza rallentamenti, e cerca continuamente la relazione dell’attore col pubblico, partecipe di quello che avviene sulla scena, quasi fosse un altro personaggio. Una prossimità che è condivisione di una confessione, di una verità dolorosa ma autentica.
Sembra quasi che il drammaturgo abbia “bisogno” di questo dialogo perché il suo testo abbia compimento. Non una provocazione che intimorisca lo spettatore, ma uno sguardo diretto, in un clima di profonda empatia, con un coinvolgimento crescente che giungerà a porre, quando la fiducia sarà salda, una domanda scomoda e diretta, mettendo lo spettatore nella condizione di fare una scelta precisa tra l’andare e il restare.
Cyrano e Rossana scendono dal palcoscenico e parlano, e sussurrano, facendoci immergere rapidamente nel racconto di un sentimento ancora vivo ma dilaniante.
Scompare il personaggio del Seicento col naso enorme, che qui non viene indossato dal protagonista. L’essenza di Cyrano è però intatta nelle parole, che creano un filo sottile e resistente tra la platea e il palcoscenico. Emerge l’uomo libero, ma in qualche modo prigioniero di vincoli difficili da spezzare.
Sembra un leone in gabbia, Cyrano, e come un leone percorre lo spazio fino al confine possibile, fermandosi ancora una volta solo davanti a Rossana, al suo bisogno di ripercorrere tutta la storia, quasi le fosse necessaria per rimanere viva, quasi potesse esistere solo nelle parole dette, nei versi pronunciati, nei sentimenti che il copione evoca.

Un testo così bello “doveva” essere affidato a voci, corpi e cuori che lo facessero palpitare.
Michele Cipriani e Arianna Gambaccini sono Cyrano e Rossana che danzano questo passo a due, sbilanciati nelle dinamiche, presi ciascuno dai propri fantasmi.
Cipriani riesce a farci sentire, sin dalle prime battute a sipario chiuso (attraversato per dichiarare la propria volontà di abbandonare il suo personaggio) tutta la stanchezza, il disincanto e la rabbia impotente, l’anarchismo romantico e l’autoironia lacerante. Il suo sguardo disperato, l’impaziente frenesia, l’entrata e l’uscita dal palco, dal teatro stesso e dal ruolo, raccontano il tormento e dicono una storia in cui la sofferenza ha definitivamente prevalso sull’amore.
Riesce a spiegare sentimenti complessi e contorti indossando il testo come un abito che sembra cucito su misura, nel quale si trova perfettamente a suo agio.
Arianna Gambaccini è una Rossana smarrita e disorientata, che cerca un senso alla propria storia, che ha bisogno di ripercorrerla per capire e capirsi, che sceglie una strada diversa da quella di Cyrano, conservando l’emozione e il sentimento pur nella consapevolezza di dover andare oltre.
L’ostinazione nostalgica si trasforma lentamente in una riflessione sulle relazioni irrisolte e sulla possibilità di ricominciare. Anche il suo è un ruolo complesso, più sfumato e rischioso, ma l’interpretazione restituisce un personaggio assolutamente credibile, curato in ogni singolo gesto. Nulla è lasciato al caso, e questo vale per entrambi, anche se tutto sembra naturale, quasi buttato lì come quando si dà voce ad un pensiero che si definisce nel momento in cui lo si dice.
La sinergia tra gli attori (compagni anche di vita) è palpabile, l’intesa profonda.
In conclusione: un bellissimo testo, una regia (di Cipriani e Gambaccini) dinamica, snella e originale, due attori in stato di grazia.
Cyrano e Rossana – Passo a due (in prima nazionale assoluta) ci ha regalato una bellissima serata, e ci ha mostrato che l’amore è una danza che deve vedere entrambi i soggetti come protagonisti attivi perché ci sia equilibrio e possa vivere. Se non c’è un vero passo a due, il cui fine è l’unità, una parte avrà poca coscienza di ciò che prova, preda solo del fascino e dell’emozione, e l’altra avrà coscienza di sè ma non riuscirà ad entrare nel cuore dell’altro.
È liberante ma anche doloroso essere se stessi, e alla liberazione non fa sempre seguito la pace interiore. Talvolta però lo strappo è necessario proprio per ritrovare la verità di sè, e se pure non ci mostra una nuova strada, ci toglie da una situazione in cui non possiamo (Rossana) o non vogliamo (Cyrano) rimanere.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia