
“…We came in?
So ya, thought ya might like to go to the show to feel the warm thrill of confusion, that space cadet glow.
Tell me, is something eluding you, sunshine?
Is this not what you expected to see?
If you wanna find out what’s behind these cold eyes, you’ll just have to claw your way through this disguise.
Lights! Turn on the sounds effects! Action!
Drop it, drop it on ‘em! Drop it on them!!!”
(“…Siamo entrati?
Così tu, tu pensavi che ti avrebbe fatto piacere andare allo spettacolo per sentire il brivido caldo della confusione, quell’alienante eccitamento.
Dimmi, c’è qualcosa che ti sfugge tesoro?
Non è questo ciò che ti aspettavi di vedere?
Se vuoi scoprire cosa c’è dietro questi freddi occhi, dovrai solo aprirti la strada attraverso questo travestimento.
Luci! Accendete gli effetti sonori! Azione!
Fallo cadere, fallo cadere su di loro! Fallo cadere su di loro!!!”)
[Pink Floyd – In the flesh?]

A volte accade. C’è un’immagine, molto spesso legata ad un’opera d’arte, che ci appartiene più d’altre, che ci emoziona ad ogni nuova visione, che serbiamo nella nostra mente e, soprattutto, nel nostro cuore, per pure scelte estetiche piuttosto che per personalissimi motivi, e capita che un evento, un episodio, anche un solo gesto o una parvenza, se non una rappresentazione o una figurazione, acuisca quelle stesse emozioni in modo talmente esponenziale da farci comprendere che non ci sarà più possibile disgiungere quei due frammenti, ormai resisi autonomamente indelebili nella nostra anima. Quando, nel finale del primo dei quattro quadri che compongono “Flesh”, lo spettacolo della Compagnia belga Still Life che ha degnamente inaugurato “Partenze”, la nuova Stagione del Teatro Kismet di Bari, magistralmente allestita e diretta da Teresa Fortunato e Gianni Forte, un giovane uomo, incurante del possibile contagio, imbraccia il corpo esanime di suo padre, morto di Covid in un letto d’ospedale davanti ai suoi distratti occhi, creando una novella e moderna riproduzione della divina Pietà michelangiolesca e, soprattutto, replicando la più recente opera d’arte ‘Still Life (Pietà)’ creata nel 2007 da Sam Jinks, cui con tutta probabilità si deve il nome della Compagnia nata nel 2011, peraltro inserita nella mostra della National Portrait Gallery di Camberra intitolata ‘In the Flesh’ (e così il cerchio si chiude definitivamente!), ecco, in quel preciso istante abbiamo potuto distintamente sentire il nostro stesso animo mutare, al pari di quello del protagonista, fino a sentirci nuovamente permeati dalla irrefrenabile disperazione di chi sa di dover affrontare la notte più cupa e fredda che essere umano possa sopportare, così atroce e lacerante da essere celata nell’angolo più remoto e recondito della nostra esistenza, sino a quando, scandagliandone le oscure profondità delle emozioni che auspicavamo soppresse o, perlomeno, acquartierate, un fuggente attimo di rara bellezza interpretativa non giunge a dissotterrarla e liberarla, compiendo in noi quel rito di totale sovrapposizione tra le due immagini che, nei tempi a venire, non ci consentirà più di distinguere quelle suggestioni e, soprattutto, quei turbamenti. Mai più.

Il merito di questa inconsueta quanto straordinaria magia va tutta ascritta al genio di Sophie Linsmaux e Aurelio Mergola che, assieme a Thomas van Zuylen e splendidamente coadiuvati dal suono creato da Eric Ronsse e dalle luci di Guillaume Toussaint Fromentin, senza l’apporto di una parola che è una, hanno dato vita ad una perfetta bomba ad orologeria teatrale in cui si mescolano e si combinano indissolubilmente, senza soluzione di continuità, gioia e dolore, realtà e favola, riso e pianto, corpo e anima, vita e morte, incomunicabilità e ricerca dell’altro, umanità e disumanità, in una alchimia del tutto originale ed inedita che ha dell’incredibile.

Dalla citata visita in ospedale di un figlio che, distratto dallo squillo del suo cellulare, rinuncia agli ultimi istanti di vita del padre, a due amanti che si concedono una sofisticata e riservata festa, probabilmente un anniversario, funestata dai postumi di un maldestro tentativo di inseguire la gioventù, da un’estraniante esperienza in realtà virtuale con il film ‘Titanic’, con l’amore che, al netto di un’imbarazzante perdita dei freni inibitori, diviene ‘letteralmente’ una proiezione, ad una cainesca resa dei conti di quattro fratelli riunitisi per l’alcoolica veglia funebre in memoria della madre, con un geniale finale a sorpresa in cui la morte si trasforma in nuova vita grazie alla copiosa presenza di acqua primordiale e salvifica, questo “Flesh” (letteralmente ‘Carne’), burlesque noir coprodotto dal Théâtre Les Tanneurs di Bruxelles con Teatri di Bari, si nutre della sorprendente mimica dei suoi fantastici quattro interpreti, gli stessi Linsmaux e Mergola unitamente a Sophie Leso e Jonas Wertz, per lo più costretti in pochi claustrofobici metri quadri di palco, per plasmare un compiuto e accessibilissimo teatro visivo, perfettamente dosato tra immagini iperrealistiche ed oniriche, che, a nostra memoria, non può vantare predecessori se non, ma solo in parte, nel mondo poetico creato dai “Familie Flöz” o, ancor prima ma in modo ben più fanciullesco, dai mitici “Mummenschanz”.

Con la loro spiazzante idea di teatro, Linsmaux e Mergola sembrano replicare l’annosa domanda ‘chi siamo noi?’ con uno spettacolo che, per sua stessa impostazione, avrà differenti accezioni rispetto agli occhi di quanti guardano, seguendo ed assecondando la chiave di lettura, la lente, la sensibilità, il vissuto, la stessa imperfetta umanità di ognuno, lungi – crediamo – dalla velleità di giungere alla platea con l’univoco significato dato alla pièce nel momento della originaria scrittura, seguendo il perpetuo movimento, l’eterno divenire, l’incessante trasformazione dei nostri stessi comportamenti, in un mutare che rende l’uomo, labile ed instabile per sua stessa animalesca natura ed imposta convenzione, schiavo dell’illusorietà delle relazioni interpersonali e del ruolo sociale che ricopre, in un’incessante ed orribile disintegrazione dell’io in una molteplicità frammentata. Eppure, nonostante la rinuncia al testo, non vi è spettatore che possa giurare di non aver compreso sino in fondo l’interno sentire dei quattro attori /mimi o di aver vissuto emotivamente la parabola – o l’iperbole, che dir si voglia – di un’analisi estrema quanto spietata, grazie ad una narrazione che, seppur silente, non scende mai al di sotto della perfezione, sino a giungere a momenti di esilarante comicità o di palpabile pathos, dando linfa alle sensazioni in modo davvero inaspettato alla vigilia, tanto da farci salire spiritualmente sul palco per farci partecipare alle storie che vi e ci vengono enunciate, così da farne, infine, vitale e pulsante racconto universale.
Pasquale Attolico
Foto di Hubert Amiel
per gentile concessione del Teatro