Sul palco della Cittadella degli Artisti di Molfetta, nell’ambito di ‘Trame Contemporanee 2026’, è andato in scena “Diario di Lina”, con Anna Bellato e Francesco Colella, racconto intimo della morte di un cane e di un amore

Quando noi non saremo più noi, come farai con le labbra viola?
Quando avevi le labbra viola ci davamo un bacio. Ora non più.

La fine di un amore porta con sè una rivoluzione della propria identità, una condizione di vuoto e di spaesamento, ma anche la necessità di ripensare alle piccole cose di ogni giorno.

Le strade si fanno diverse, e occorre dividersi le cose che restano e che un tempo erano in comune: le pentole, i dischi, i libri, i ricordi, le estati, l’ozio della domenica mattina, il tappeto. Bisogna imparare a vivere il senza.

Sembrava che non dovesse finire, sembrava “per sempre”, e invece ci si ritrova a dover lasciare andare l’altro e se stessi, e infine bisogna abbandonare la sensazione che si ha quando si lascia andare. Abbandonare finanche il dolore.

Francesco Colella e Anna Bellato portano in scena sul palco della Cittadella degli Artisti a Molfetta, nell’ambito della quinta edizione di Trame contemporanee, festival organizzato dalla Compagnia Malalingua con la direzione artistica di Marianna De Pinto e Marco Grossi, in prima regionale, Diario di Lina, il racconto intimo della fine di un amore.

È un testo andato in scena per la prima volta nel 2023, ora ripensato e riscritto lasciando emergere il tema dell’assenza e del disorientamento di una coppia che dice addio a Lina (la cagnolina che per sedici anni e mezzo – quasi diciassette – è stata testimone e custode della loro storia) e soprattutto al loro amore, finito senza rabbie e recriminazioni ma piuttosto come un vento che è passato e che non soffia più.

C’è stupore, smarrimento. C’è un tentativo di ritornare alle origini, a quello che li ha fatti innamorare (“mi sei piaciuta subito, e mi ha colpito il modo in cui metti i piedi quando parli o ascolti”. “Mi hanno colpito le tue mani, i tuoi capelli. Mi sono innamorata piano piano”.). C’è una memoria del tempo vissuto, da soli o con Lina, che è entrata nella loro vita proprio insieme all’amore.

Ma se non è chiaro perchè ci si innamora, qualche volta non è chiaro neanche perchè l’amore muore. Semplicemente si spegne, come sembra accadere ai due protagonisti di cui non conosciamo i nomi.

In questa storia, narrata con dolente delicatezza, non c’è un finale definito, non c’è qualcuno che fisicamente va via.

C’è invece l’ultimo gesto di un addio non detto, anche questo affidato a un’azione semplice: gli attori spazzolano i loro abiti, reciprocamente, cercando di togliere gli ultimi peli di Lina rimasti sui vestiti. Con loro andranno via gli ultimi resti tangibili di una vita che è stata. Occorrerà ripensare, ricalibrare, trovare nuove strade, un nuovo rimedio a quelle labbra viola che ritornavano rosa con il calore di un bacio (“come farai?”. “in qualche modo farò”).

E dopo il ritorno alle origini, dopo il ricordo di ciò che li ha fatti innamorare, dopo il racconto di una quotidianità vissuta alla presenza di una testimone silenziosa e fedele, resta l’ultimo passo da compiere, l’ultimo gesto: un abbraccio lungo e silenzioso, carico di tenerezza e disperata tristezza, che lega i corpi e li allontana per sempre, li avvolge ma ne dice l’addio.

Il tempo è sospeso, la parola è scarna, la cifra è quella della nostalgia, del rimpianto profondo per un mondo lontano e irrecuperabile. Resta sì un affetto profondo, ma non basta per continuare a camminare insieme.

Lasciare andare è davvero un esercizio difficile. È l’abbandono di una identità abitata e conosciuta per andare incontro ad un nuovo sè che ancora non si sa.

Occorre imparare a guardare le cose in modo nuovo, con una grammatica che ancora non ci appartiene.

Francesco Lagi, autore e regista dello spettacolo, disegna con intensità una realtà quotidiana sospesa, impalpabile, con una struttura drammaturgica rarefatta, affidata interamente alle capacità attoriali di Anna Bellato e Francesco Colella, che si muovono armoniosamente, da soli e insieme, come in una danza, con estrema misura.

Tutto lo spettacolo poggia sulle loro spalle, sulla loro mirabile capacità di rendere straordinario l’ordinario, di rivestire di senso il gesto e l’oggetto a prima vista banale.

La parola è sussurrata, centellinata, mai gridata, essenziale. I corpi che piano piano si allontanano raccontano la confidenza vissuta, l’inquietudine, la malinconia.

Il tempo è indefinito e sospeso, anche se tutto si svolge dopo la morte di Lina.

Il disegno luci di Gianluca Di Meo rimanda ad un crepuscolo che si fa intimità, mentre Giuseppe D’Amato cura la scelta del suono, talvolta didascalico e avulso dall’emozione raccontata sul palco.

È tangibile la sinergia perfetta tra gli attori che vivono una particolare esperienza di prossimità artistica e amicale all’interno della Compagnia Teatrodilina. Un gruppo consolidato e affiatato, libero nelle espressioni dei singoli che, pur vivendo esperienze diverse nel cinema o in televisione, hanno qui casa, rifugio, focolare.

Imma Covino
Foto di Francesco Lagi

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