Sul palco del Teatro Abeliano di Bari, Debora Villa si interroga, tra ironia e riflessione, sulle dinamiche che governano i rapporti tra uomini e donne, misoginia e stereotipi di genere

Aristotele era stato molto chiaro: la femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Platone ringraziava gli dei perchè lo avevano creato libero e non schiavo, uomo e non donna. E per Menandro la donna era una sofferenza che non dà tregua.

Vogliamo parlare poi del padre della psicanalisi, che attribuisce alla donna una coscienza poco sviluppata (nonché l’invidia del pene)?

È un viaggio nel tempo, nel mito, nella favola e nel quotidiano quello raccontato da Debora Villa in Viva le donne, in scena al Teatro Abeliano di Bari, primo appuntamento della Rassegna di teatro, musica e cabaret Sorrisi e Canzoni, organizzata da Echo Events con la presidenza di Donato Sasso e la direzione artistica di Fabiano Marti, che proseguirà fino al prossimo marzo.

Un lungo monologo che in realtà è un dialogo con il pubblico, con il quale l’attrice (e autrice) stabilisce immediatamente una forte complicità, un legame stretto fino all’ultima battuta dello spettacolo. Dietro le parole, i gesti e gli sguardi che sembrano buttati lì, con la semplicità di una chiacchierata fra amici, un enorme mestiere, la capacità di ascoltare e modulare all’istante un testo consolidato sul respiro dell’intera sala. Travolgente e coinvolgente, Debora Villa ti porta dove vuole lei, ma lo fa come se la strada fosse decisa insieme. E si muove con passo svelto, rapido, senza cali di ritmo nell’arco di 90 generosissimi minuti di spettacolo che scorrono fluidi.

Mescola argomenti diversi, leggendo con ironia (talvolta amara) la vita delle donne. Ci mostra e dimostra che la cultura misogina permea ogni strato della società, ogni epoca storica, anche perché la storia la scrivono gli uomini.

Ci racconta la storia di Adamo ed Eva e “l’incresciosa” questione del furto della mela, dandone una personalissima ed esilarante versione. Smonta il romanticismo legato alla gravidanza e al parto, ricordando a se stessa e alle donne presenti che in realtà non è stata propriamente una passeggiata. Parla di seduzione, di contraccezione. E piano piano mostra i pregiudizi, gli stereotipi, i condizionamenti che di fatto relegano la donna ad una condizione di sottomissione. Lo fa con tono leggero e, tra una risata e uno sfottò, individua nella fragilità emotiva dell’uomo il bisogno di controllare, dominare, soffocare. Ma fa un passo ulteriore: con lo stesso sorriso dice di come qualche volta siamo proprio noi donne a mortificare la nostra libertà, ad adeguarci a schemi e aspettative altrui.

Non si parla solo di un potere che schiaccia la donna, ma anche dell’autosabotaggio, della mancanza di consapevolezza, con un accenno a quella sorellanza che non sempre si riscontra all’interno dei rapporti familiari e amicali.

Con una lettura critica degli stereotipi di genere ci porta infine nel mondo delle favole, a quei personaggi che hanno popolato la nostra infanzia.

Cenerentola, La bella addormentata, Biancaneve, Cappuccetto Rosso: Debora Villa smonta le nostre eroine una dopo l’altra, ci mostra l’assurdità e l’incongruenza delle storie, il ruolo sempre autolimitante, dimesso, e la dipendenza dall’uomo che interviene a salvare, quasi a dare dignità alla creatura di per sè fragile, incompleta e, diciamocelo, anche un po’ tonta (una serva felice, dice   in modo sintetico ed efficace).

Una favola africana, nel finale, racconta il cammino di consapevolezza che una donna può compiere anche quando la sua è una condizione di estrema fragilità.

Se la persona amata usa la sua vulnerabilità per colpirla e dominarla, se deve difendersi e nascondersi per salvarsi, saranno le parole di un’altra donna (di una madre) a indicarle la strada. La libertà delle donne, sembra dirci la Villa, viene dalle altre donne, dal loro vissuto, dal loro dolore, e dalla “ultima trasformazione” che le ha salvate.

Sul gesto segreto che porta alla libertà si chiude il sipario. Questa sera non abbiamo solo riso: abbiamo anche capito quanto siamo belle, e quanto questa nostra bellezza vada rispettata, custodita, difesa ogni giorno, in ogni pensiero e azione.

Imma Covino

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