
“Dio non gioca a dadi con l’universo.” [Albert Einstein]
“Non dire a Dio come deve giocare.” [Niels Bohr]
“È sempre stato parte della mia attitudine il pensiero che una vita valga veramente la pena di essere vissuta se si fa pieno uso delle abilità che si possiedono e si prova ogni tipo di esperienza che la vita umana ha da offrire. Non insegnerò mai, né oralmente né per iscritto, qualcosa che sia contrario a ciò in cui credo. Perseguirò la verità e lavorerò sempre per far avanzare la dignità della scienza.” [Clara Immerwahr]

Ha proprio ragione Marinella Anaclerio, anima della Compagnia del Sole e regista della pièce “1.5.15 – Affetti Collaterali” di Roberto Scarpetti, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Piccinni di Bari nell’ambito della annuale Stagione di Prosa: ci sono avvenimenti della nostra – anche recente – Storia che si apprendono grazie ad un’opera artistica – che sia teatrale, cinematografica o altro, non è fondamentalmente importante – e che, invece, meriterebbero di essere raccontati, ricordati, approfonditi, anatomizzati, magari a scuola, assecondando e riproponendo l’imperituro monito secondo cui “quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”, come sentenzia la frase – mai di così drammatica attualità come nei tempi oscuri che ci è dato in sorte di vivere – di George Santayana incisa in trenta lingue sul monumento all’ingresso del campo di concentramento di Dachau.

Chi, ad esempio, ricorda Clara Immerwahr, nata il 21 giugno 1870 a Polkendorff, nei pressi di Breslau, in Polonia, dal chimico e commerciante Philipp Immerwahr e da sua moglie Anna, entrambi ebrei? Di certo ben pochi. Invece la storia di Clara andrebbe ricordata, se non addirittura tramandata. Scienziata appassionata e prima donna ad ottenere un dottorato in chimica in Germania, Clara nel 1901 sposa Fritz Haber che, di lì a poco, diventerà ricco e famoso con la produzione dell’ammoniaca a livello industriale utilizzando come reagenti azoto e idrogeno, mentre, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, progetterà e supervisionerà la prima arma chimica di distruzione di massa della storia, testata il 22 aprile 1915, nei pressi della cittadina belga di Ypres, allorquando i tedeschi rilasciano quasi 170 tonnellate del nuovo gas a base di cloro che colpisce i polmoni e gli occhi dei nemici, causandone cecità e problemi respiratori, uccidendo in soli dieci minuti più di 5.000 persone. Clara, convinta pacifista ed attivista per i diritti delle donne in una società che considerava superflua l’educazione femminile, si scaglia apertamente contro il marito, definendo la sua invenzione “una perversione degli ideali della scienza, segno di barbarie che corrompe in modo irreparabile una disciplina il cui scopo dovrebbe essere unicamente quello di elaborare e proporre nuove idee”. Il 2 maggio 1915, Haber, ormai eroe di guerra, rientra trionfante nella sua casa di Berlino per festeggiare il suo successo ed affrontare le intemperanze della moglie che lui, invece, vorrebbe remissiva e compiacente; ne nasce una lite furiosa al termine della quale Clara Immerwahr, dopo aver scritto alcune lettere d’addio, si sparerà un colpo al cuore con la pistola d’ordinanza del marito, spirando tra le braccia del figlio adolescente Hermann. Il mattino successivo Haber riparte in tutta fretta per supervisionare il primo attacco con i gas contro i russi sul fronte orientale, senza partecipare al funerale della povera Clara; tre anni dopo, risposatosi, riceverà il Premio Nobel per la chimica per i suoi lavori sulla sintesi dell’ammoniaca, ma morirà esule in Svizzera nel 1934 dopo essere stato accusato di crimini di guerra; verrà tristemente ricordato come il padre del famigerato Zyklon B, che i nazisti adattarono da un pesticida sviluppato nel suo istituto, utilizzato in diversi campi di sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale e a cui si devono innumerevoli vittime ebree, tra cui – per un grottesco scherzo del destino – vi furono anche membri della sua famiglia allargata. Il figlio Hermann, trasferitosi negli Stati Uniti, non sopportando il peso di tale eredità, si darà anch’egli la morte il 9 novembre 1946 alla stessa età della madre.

Scarpetti, operando un geniale corto circuito che sembra accogliere i dettami della sincronicità junghiana, trasporta il pubblico in un immateriale quanto impossibile accorpamento delle due tragiche sere che, a distanza di anni, hanno accolto i due estremi insani gesti di madre e figlio, riunificando i tre interpreti; quello a cui assistiamo potrebbe essere l’estrinsecarsi dei fantasmi di Hermann che lo hanno spinto sino al suicidio o anche i suoi ultimi attimi di vita prima di esalare l’ultimo respiro, il terminale aggrapparsi – esanime e moribondo – agli ultimi suoi ricordi, ancora tornando all’evento che ne ha determinato tutta l’infelice esistenza ed ancora interrogandosi sulle molteplici domande cui nemmeno il film della vita, che, come di consuetudine, scorre davanti agli occhi degli agonizzanti, potrà dare risposta.

Le versioni dell’accaduto e non l’accaduto, l’ipotetico e non il fatto, l’immaginario e non il reale, sono pertanto la fonte cui ha attinto il drammaturgo romano per dare vita alla scrittura di una pièce – assolutamente imprescindibile ed indispensabile, soprattutto in questi giorni orrendi quanto incerti – in cui quel supposto diviene il presupposto, il pretesto utilizzato non solo per fotografare un piccolo interno tedesco ed una (dis)umana comunità familiare, anch’essa “infelice a modo suo” pur potendo vantare la presenza di ben due geni assoluti – nel bene e nel male – dei nostri tempi, bensì per radiografare l’essere umano in tutti i suoi aspetti, scoprendone tanto le positività quanto, forse soprattutto, le negatività.

Così Marinella Anaclerio, con una sapiente regia che riesce a dar vita anche alle ombre, utilizzando strehlerianamente finanche gli spazi della platea, fa muovere, in una credibile scena costruita da Francesco Arrivo e molto ben illuminata da Cristian Allegrini, i suoi tre protagonisti ovvero le loro anime o i loro tre spettri, in quel che potrebbe essere il Paradiso – o più verosimilmente l’Inferno – dei chimici, in cui ognuno, non potendosi non dire a suo modo colpevole, quasi fosse condannato a ripetere – e ripetersi – in eterno i propri dubbi stazionando in un ipotetico girone dantesco, sviscera la propria versione dei fatti consegnandocene una parafrasi del tutto personale e, quindi, irrisolta, che continua infinitamente ad interrogarsi sulla possibilità per il progresso scientifico di evolvere senza ancorarsi ad un forte pensiero critico ed una ancor più solida etica di benessere condiviso, quesito quanto mai attuale ed urgente che ancora oggi fa tremare le coscienze e a cui nessuno di noi può dirsi estraneo, se è vero – come è vero – quel che disse anni dopo Werner Karl Heisenberg quando sentenziò che “abbiamo una serie di obblighi nei confronti del mondo in generale, con i nostri concittadini, con i nostri vicini, con i nostri amici, con la nostra famiglia, con i nostri figli.”

Stella Addario / Clara, Flavio Albanese / Hermann, e Luigi Moretti / Fritz, tutti in assoluto stato di grazia, bardati nei suntuosi costumi di Stefania Cempini, ci donano una essenziale prova di Teatro di rara bellezza con cui riescono a rappresentare le illimitate sfaccettature psicologiche dei personaggi, si e ci lasciano attraversare, avvincere, ricoprire, attanagliare, quasi soffocare da un fiume di parole in interrotto movimento, da una forza incessante, ora impetuosa ora tranquilla, ma sempre definita e definitiva, con cui ipnotizzano lo spettatore, trascinandolo in una virtuale danza dervisci o in uno stato di trance da cui dovrà risvegliarsi quando gli eventi, reali e non più ipotizzati, irromperanno sul palco. Grazie alla meritoria operazione della Compagnia del Sole e del suo prolungato interrogarsi sulla responsabilità morale e politica della scienza, ci si ritrova destinatari di una trasmissione, se non addirittura di un trasferimento, di esperienze e sentimenti umani, che, affidati all’oralità, vanno oltre gli stessi testimoni, recapitandoci un vissuto elaborante e non elaborato, in cui sembra per lo più affiorare il significante e non il significato, che invece infine ci raggiunge e giunge, in tutta la sua forza, a squarciarci l’anima, catturandoci sino alle lacrime, nella sublime citazione del divino Rainer Maria Rilke che il testo si concede: “Lo leggo nelle tue parole e lo imparo dalla storia delle tue mani calde, sapienti, che abbracciano, lente, il divenire e tracciano i confini del futuro. A volte dicesti: vivere, poi sussurrando: morire, e non smettevi mai di dire: essere. Eppure morte non c’era finché il delitto non venne”.
Pasquale Attolico
Foto di Michela Cerini
dalla pagina Facebook della Compagnia