Ritualizzare, codificare, accogliere la consapevolezza della morte sottrattaci dalla pandemia è l’audace mission di “Kampai! o dell’umana finitezza”, la pièce di e con Nunzia Antonino, Annarita De Michele e Rosanna Farinati andata in scena al Teatro Kismet di Bari

Che ruolo possono avere la morte e la consapevolezza dell’umana finitezza in una società il cui emblema sembra essere una pretesa di immortalità e nella quale il concetto stesso della morte è tabù? L’accoglienza della finitezza (cosa ben diversa dall’accettazione) può in qualche modo orientare il viaggio della vita, dandole un senso nuovo?

Sono domande complesse, dense, fondanti, quelle che vengono poste da Kampai! o dell’umana finitezza andato in scena al Teatro Kismet di Bari. Non solo uno spettacolo, quanto piuttosto un’esperienza di introspezione, di ascolto, di condivisione. Quella stessa condivisione di cui il teatro ogni sera si fa carico, aggregando cuori ed emozioni, lascia a ciascuno la libertà di accogliere le risposte suggerite, secondo la propria sensibilità, il proprio vissuto, la personalissima e perciò unica esperienza di vita.

Kampai! nasce nei mesi della pandemia che ci ha sottratto anche la possibilità di accompagnare i nostri cari nella malattia e oltre, lasciandoli morire da soli. Abbiamo dovuto rinunciare a quella ritualità condivisa che da sempre accompagna il momento del passaggio. Sono mancati, in definitiva, il luogo e l’atto dell’addio e del commiato, che improvvisamente abbiamo scoperto essere preziosi e necessari.

Kampai! nasce anche da una personale esperienza di malattia e di morte, un doloroso percorso che in qualche modo si è rivelato utile e fecondo, perchè ha costretto ad una riflessione, alla discesa nel punto più profondo della propria coscienza, alla scoperta della verità di se stessi.

Si è partiti dall’ascolto delle testimonianze di chi aveva vissuto una perdita, dalla ricerca antropologica, dalle tradizioni della nostra terra e dai riti che accompagnano il passaggio, e canalizzano nei propri binari il dolore che nasce da questo intollerabile strappo.

Kampai! è un’esperienza aspra, densa, in cui manca una narrazione perchè, in certi momenti, a poco servono le parole e molto di più parlano i gesti. Si è preferito dunque mettere le parole nei corpi di tre figure femminili che incarnano rispettivamente una vita addolorata, una morte prematura, un cuore che per volontà o necessità custodisce l’altrui dolore. Le storie di queste tre donne si intrecciano in un cimitero, e se all’inizio sono mondi separati dalla solitudine e dalla morte, nel tempo e nella condivisione (anche) dei gesti intimi del commiato, diventano testimoni e custodi una dell’altra. Di fronte alla frattura operata dalla morte, al di là del tempo necessario alla elaborazione del lutto, si rivela dunque fondamentale il potere salvifico dell’accompagnamento fatto di silenzi, sguardi, abbracci. I gesti si rivelano più efficaci delle parole, perchè universali, segno di una presenza forte, tangibile, che tuttavia lascia liberi.

La morte viene così ritualizzata, codificata, accolta dall’intera comunità, e questo aiuta a compiere quel viaggio che consente di lasciar andare i propri defunti e tornare alla vita. La consapevolezza dell’umana finitezza conferisce allora senso al tempo, e quindi alla vita stessa. Ogni momento vissuto ha un valore infinito, e dal dolore può nascere un nuovo amore per la vita, pieno di passione, vibrante e profondo, che faccia gridare quanto sia (stato) bello esserci, con questa esclamazione, Kampai!, con cui gli orientali brindano alla vita vissuta in pienezza (letteralmente: svuota il bicchiere da cui stai bevendo!). È una conciliazione difficile, certo, ma forse è proprio vero che possiamo pensare il giorno solo se abbiamo nozione della notte, godere della vita solo ne abbiamo percepito la caducità.

È un’impresa audace e rischiosa quella portata sul palco da Sistema Garibaldi, un atto teatrale composto e messo in scena da Nunzia Antonino, Annarita De Michele e Rosanna Farinati, intense e commoventi nel racconto che si svolge attraverso la danza e il gesto. Alla ricerca ha collaborato Chiara Michelini, mentre i contributi per la scena e i costumi sono di Bruno Soriato e Monica De Giuseppe. Le luci sono di Bruno Ricchiuti e Carlo Bruni, che opera anche la difficile sintesi, curando, come sempre magistralmente, la regia.

L’efficacia di una narrazione affidata al movimento e ai corpi piuttosto che alle parole, e soprattutto la delicatezza del tema trattato, era una sfida che richiedeva una grossa dose di coraggio e la capacità di adottare un linguaggio che fosse nello stesso tempo intimo e universale. Ne è scaturito un atto teatrale denso, non facile, non immediato. Per apprezzarlo occorre fermarsi e ripercorrerlo, come sempre accade quando ci si trova davanti a qualcosa che scava nel profondo e ci richiama alla verità di noi stessi. È dunque un’occasione preziosa, uno spunto per una riflessione, un’ipotesi di viaggio che lascia liberi di proseguire il percorso suggerito secondo la propria sensibilità e il proprio vissuto.

Imma Covino
Foto dalla pagina web della Compagnia

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