Un’intensa ed accorata edizione de “La ciociara”, il capolavoro di Alberto Moravia nell’adattamento teatrale di Annibale Ruccello, la regia originale di Aldo Reggiani e l’interpretazione di Caterina Costantini, conquista il pubblico dell’AncheCinema di Bari

E a questo punto voglio dire che la guerra è una gran prova; e che gli uomini bisognerebbe vederli in guerra e non in pace; non quando ci sono le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio; ma quando tutte queste cose non ci sono più e ciascuno agisce secondo la propria vera natura, senza freni e senza riguardi.” (A. Moravia, La ciociara)

La ciociara (Alberto Moravia, 1957) non è un romanzo sulla guerra, ma piuttosto il racconto amaro e disperato di quello che la guerra provoca nel cuore degli uomini, quando il prossimo non esiste più, quando non ce n’è per tutti, quando è in gioco la vita, e la vita vale il capriccio di chi impugna un’arma.

In guerra, ad essere stuprata è la speranza, ad essere insozzati e calpestati sono i sogni.

Perciò la guerra di Cesira e di sua figlia Rosetta non finisce con l’armistizio, non trova pace negli anni a venire, perché quando il dolore è troppo grande si potrà solo far finta che sia superato. In realtà gli strascichi saranno per sempre impossibili da espellere, come scorie che restano annidate negli anfratti del corpo e continuano ad avvelenarlo giorno dopo giorno. La normalità di una vita che riprende sarà solo apparente, perché ciò che si è vissuto ha cambiato l’uomo per sempre.

Caterina Costantini ha portato in scena a Bari all’AncheCinema, La ciociara, nell’adattamento teatrale di Annibale Ruccello del 1985, con la regia originale di Aldo Reggiani.

Sono passati 38 anni da quel debutto, eppure ci troviamo davanti ad un testo attuale, toccante, un contributo prezioso che il Teatro rende al vivere civile.

Il racconto inizia quando tutto è finito, quando la guerra è ormai passata, quando l’esistenza delle due donne, Cesira e sua figlia Rosetta, si è in qualche modo incanalata in una nuova “normalità”. Madre e figlia stanno litigando per l’acquisto di una macchina. Rosetta, cambiata dalla violenza in modo subdolo e silenzioso, rimprovera sua madre che non vuole darle il denaro necessario, e pretende che lei ipotechi la casa. Cesira non cede e lo scontro è aspro. Rimasta sola, arrabbiata e presa dallo sconforto, torna con la memoria ai fantasmi di un passato che non l’abbandona.

Sembrava quasi che la guerra non la riguardasse, che stesse per finire senza averle  procurato grossi danni, e anzi il suo tenore di vita era migliorato da quando si era buttata nella borsa nera. Tuttavia il timore dei bombardamenti su Roma aveva infine spinto madre e figlia a cercare rifugio nel paese d’origine di Cesira, per un tempo che sembrava dover essere breve e che invece si sarebbe protratto per nove mesi.

Ma il rifugio tranquillo, il luogo sicuro, in tempo di guerra non esiste. Lo scopriranno presto insieme alla violenza, all’inganno, alla consapevolezza di poter diventare merce di scambio nei loschi traffici di coloro che pensano solo a salvarsi la vita. Concetta, la vecchia contadina che sembra accoglierle (dietro compenso) è la personificazione più cruda della deriva in cui gli uomini possono essere trascinati. La vecchia infatti non avrà nessuno scrupolo a barattare la libertà dei suoi figli, disertori e fuggiaschi, con la “vendita” della giovanissima Rosetta ai fascisti. Né esiterà ad impossessarsi dei beni che Filippo, amico di una vita, le ha affidato prima di fuggire sulle montagne.

“Le donne in tempo di guerra non possono andare troppo per il sottile”, dice Concetta, contadina cinica e voltagabbana. In questo buio dei sentimenti c’è però Michele, giovane che ha studiato, portatore di ideali più alti che cerca di custodire e trasmettere nella barbarie di quei giorni. È l’unica luce nell’oscurità, l’unico richiamo ad una umanità che non si dovrebbe perdere, è la coscienza critica che Cesira percepisce come preziosa, anche se non sempre comprende i suoi ragionamenti. Il legame con lui sarà forte e profondo, ma destinato a spezzarsi quando il giovane sarà trascinato via dai tedeschi in ritirata e poi ucciso.

Uno spettacolo toccante che tuttavia risente, a nostro parere, della mancanza di un regista fisicamente presente, che avrebbe probabilmente calibrato e smussato i toni. Si è scelto infatti, come detto, di ripercorrere i passi indicati nel 1985 da Aldo Reggiani, ma questo ha di fatto privato l’intero cast di una direzione che ne incanalasse l’energia e lo spirito, dando maggiore equilibrio e misura alla recitazione. Pianti disperati, ma nessun sussurro, nemmeno nei momenti di tenerezza tra madre e figlia. Al di là di questo, non si può non apprezzare un’interpretazione appassionata e accorata da parte di Caterina Costantini, quasi un alter ego di Cesira, e di tutti gli attori, da Vincenzo Bocciarelli (Michele) ad Armando de Ceccon (Filippo), da Vincenzo Pellicanò (Tommasino) a Marco Blanchi (che interpreta due personaggi, il tedesco e Scimmiozzo), per finire con la giovanissima Flavia de Stefano che, al suo debutto teatrale, veste i panni di Rosetta. E infine una intensa Lorenza Guerrieri nel ruolo di Concetta, capace di trasmettere tutto il senso della violenza e della barbarie, dell’opportunismo che non conosce morale, e per la quale calzano perfettamente le parole di Moravia: “Le nostre disgrazie ci rendevano indifferenti alle disgrazie degli altri. E in seguito ho pensato che questo è certamente uno dei peggiori effetti della guerra: di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà”.

Imma Covino
Foto dalla pagina web della Compagnia

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