Al Teatro Abeliano di Bari si è consumato nuovamente il rito: Vito Signorile è tornato a deliziare il suo pubblico con il mitico “Ragù 2.0”

Nell’ambito della rassegna Le due Bari, al Teatro Abeliano è andato in scena Ragù 2.0, lo spettacolo-manifesto di Vito Signorile.

Ragù è un racconto, iniziato più di trent’anni fa, che ha visto più di 1600 repliche, che ogni volta impercettibilmente si arricchisce e cambia. Ragù è una festa di famiglia, è dirsi l’un l’altro quello che eravamo e che siamo, è ritrovarsi e riconoscersi intorno ad usi, costumi e tradizioni della nostra terra.

Il pubblico entra in sala e sorride, guardando in un angolo la pentola di coccio in cui già cuoce il sugo con le braciole (sicuramente legate col filo). È pronto a vivere un rito, a lasciarsi guidare dall’uomo col grembiule che parlerà e canterà, che giocherà e farà giocare, insieme ad una sapiente chitarra che sottolinea, incalza, separa e unisce emozioni e momenti (Giuseppe de Trizio, puntualmente e generosamente al servizio dello spettacolo).

Sorride anche il Maestro Vito Signorile, come un padrone di casa che accoglie i suoi ospiti ed è pronto a chiacchierare con loro, con una convivialità che sottende un grande mestiere, con una naturalezza che tuttavia tasta continuamente l’umore e la complicità del pubblico, trascinandolo nei luoghi della narrazione.

Che dire di questa liturgia condivisa, di questo abbraccio reciproco? Che dire che non sia già stato detto e scritto? Come racchiudere in poche righe l’amore appassionato per la propria terra, per la lingua ruvida che è il nostro dialetto, per il modo sintetico ed efficace con cui Signorile descrive stati d’animo, situazioni, vicende prossime e lontane?

L’uomo sul palco ha un’aria quasi scanzonata, ma quello che dice è il frutto di una ricerca attenta e profonda della nostra storia attraverso le parole, le espressioni, i personaggi e le vicende che la sua curiosità ha rubato ai vecchi, depositari di memorie e racconti. Le radici linguistiche sono un campo incolto e folto di erbe e fiori e sterpi, che emergono piano piano e si fanno musica, ricordo, pensiero. Le abbiamo dentro, imparate chissà dove e chissà come. Se pure mai parlate, sono (a sorpresa) parlanti. E la lingua che torna alle sue radici si fa colore, emozione, sentimento, sberleffo e canto d’amore, invettiva e supplica. Talvolta non serve neanche un discorso ma basta un sospiro, l’intonazione della voce, un gesto.

La lingua è memoria, e Vito Signorile ne è custode, dopo essere stato infaticabile cercatore, in un andare incessante, necessario e imprescindibile che abbraccia tutta la sua vita, che è spina dorsale e anima del suo andare “col Sud a tracolla”. Questa ricchezza offerta al pubblico che sussurra, accompagna, previene e risponde ai proverbi, alle filastrocche, è il racconto della nostra terra, di una civiltà contadina e marinara, di uomini e donne che hanno raccolto la memoria dei padri e l’hanno trasmessa ai figli.

Signorile si fa cantore innamorato, ma anche giullare irriverente, e incarna le diverse anime di cui siamo tessuti, mischiando ironia, tenerezza e sfottò. Rende viva e palpitante quella che potrebbe rimanere un’operazione meramente nostalgica; mostra la forza, la poesia ma anche la violenza e la crudezza delle vite trascorse tra i vicoli di una città che non esiste più, che forse sopravvive solo tra le rughe di qualcuno dei nostri vecchi. È un mondo che per essere conosciuto e poi amato ha bisogno di tempo, di quello “stare” che era ascolto silenzioso, memoria trasmessa con gesti e con sguardi. Assorbire più che imparare, fare propria una lentezza necessaria, un respiro tanto diverso da quello a cui siamo abituati. Concederci il tempo che serve per cuocere il ragù, che in un angolo del palcoscenico sobbolle, pippìa. È bello quell’andare ogni tanto “a girarlo”, tra una canzone e un racconto. È profumo di festa, di famiglia, che si spande nel teatro e addolcisce i cuori. Ci riporta alle domeniche a casa dei nonni, perché gli odori sono memoria potente (per me il Natale ha l’odore del brodo di carne e verdure che faceva mia nonna, e dei carciofi fritti, rubati dal piatto).

Vito Signorile alza il coperchio della pentola e ci guarda con un sorriso complice e sornione: sa che il ragù ci ha addolcito il cuore, che ci siamo arresi e siamo felicemente disarmati, mentre una nuvola profumata ci avvolge. Forse il ragù si è un po’ attaccato sotto, ma quel tanto che basta, quel tanto che lo fa più saporito. È il tempo atteso, è il tempo “perso” che dà quel qualcosa in più, quella musica che si insinua nell’anima per emergere come ricordo e pensiero, come essere e fare, che ci fa ripetere gesti e frasi che non sapevamo di avere.

È un tempo prezioso che va custodito, protetto e, per quanto possibile, raccontato con amore e col sorriso, come Signorile sa fare. La valigia dell’attore assume qui le dimensioni di un baule strapieno, traboccante, da cui attingere a piene mani. Un patrimonio enorme, che un solo spettacolo non può contenere ed esaurire. Signorile racconta e il suo pubblico segue, partecipa, interviene, sorride e ricorda. E torna a teatro per ricordare ancora, per immergersi in quella nuvola, per “stare”, per ritornare alle radici, al racconto di sé.

Imma Covino

Condividi

1 commento su “Al Teatro Abeliano di Bari si è consumato nuovamente il rito: Vito Signorile è tornato a deliziare il suo pubblico con il mitico “Ragù 2.0”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.