Il Maestro Pupi Avati rievoca la sua Bologna, il suo tempo e se stesso ne “La quattordicesima domenica del tempo ordinario”

Scrivere di un film di Pupi Avati espone al rischio di essere ripetitivi e noiosi perché il Maestro di cinema (e il nostro Avati merita veramente di essere chiamato così), come ogni grande artista, riproduce se stesso in ogni pellicola. Trova però il modo di adattare la materia alla sua personalità ed al cambiamento delle stagioni dell’esistenza, dandone una rappresentazione sempre diversa pur nella continuità della sua vita.

Da La mazurka del Barone della Santa e del Fico Fiorone (primo film di successo ed esultanza di tutti i giochi in cui si deve mimare il titolo di un film) a questo La quattordicesima domenica del tempo ordinario c’è un filo rosso. Non è solo il nome del regista, o del gruppo di sceneggiatori che da sempre lo affiancano, ma soprattutto è una vita scandita come un metronomo dai film realizzati. Anche in questo Avati parte dal suo vissuto e dalla sua terra, ed in particolare Bologna, per raccontarci una vicenda umana in cui riconosciamo i tanti caratteri presenti nelle opere del regista.

La quattordicesima domenica del tempo ordinario corrisponde, all’incirca, alla stagione primaverile/estiva, in cui spesso si festeggiano i matrimoni; nel caso di specie precisamente nel mese di giugno del 1964 in cui Pupi e Amelia (la sua inseparabile moglie) si sono sposati. Nessuna connessione con la vicenda del film, se non la contezza di un amore che, alla fine, è più forte delle vicende della vita.

Un altro grande pilastro dei film di Avati è sempre la musica. Il jazz un po’ grezzo dei suoi anni giovanili viene qui sostituito dalla più popolare musica degli anni 60 del secolo scorso. L’invenzione guida e leit motiv del film è la canzone de I Leggenda. Un duo di amici, affiatato sulle scene e nella vita, ma che la vita stessa trascina in percorsi diversi. Non è difficile individuare, nel personaggio principale, lo stesso Avati che ci trasporta nel suo percorso con malinconia e tanto disincanto per le delusioni, le sconfitte e le amarezze che la vita gli ha riservato non senza lasciare un ampio spazio però alla speranza ed al riscatto.

L’amore per la donna che lo ha accompagnato per tutta la vita è la terza colonna su cui costruisce questo tempietto di cinema. Per dirla con le stesse parole del regista: “Il 24 giugno 1964, il giorno in cui si sposano Marzio e Sandra nel film, è il giorno in cui mi sono sposato io ed era la quattordicesima domenica del tempo ordinario. Nella liturgia della chiesa il tempo ordinario corrisponde alla primavera e all’estate, che è il periodo in cui si celebrano i matrimoni. Quello è stato il giorno più felice della mia vita,dopo una rincorsa durata 4 anni, quando sono riuscito a conquistare il cuore di quella che per me era la più bella ragazza di Bologna. Non avrei avuto bisogno di altro, pensavo, per essere felice, poi la vita si disvela ed è fatta di gioie e dolori, delusioni e felicità”.

Gli attori utilizzati sono tutti ampiamente all’altezza del compito. I due giovani protagonisti, Lodo Guenzi e Camilla Ciraolo, attraversano le scene senza timori reverenziali o immaturità. La loro è una recitazione solida, senza salti in avanti ma senza indecisione. Si potrebbe dire tradizionale e credibile per la collocazione storica (gli anni 60). A loro si affianca un ottimo Nick Russo, che non sfigura in nessun momento. Massimo Lopez, anche se in un’apparizione piuttosto breve, regge il confronto con un mostro sacro come Gabriele Lavia. Di quest’ultimo altro non si può dire se non che, come pochi, riesce a stare davanti alla macchina da presa con assoluta naturalezza: non c’è il personaggio ma la persona. Una splendida Edwige Fenech suggella i ruoli principali. Il suo modo di interpretare una donna vituperata, si potrebbe dire strapazzata, dagli eventi del suo percorso di vita lascia affascinati. Classe e stile da vendere.

Ottime le musiche di Sergio Cammariere, che qui trova il suo habitat naturale, e Lucio Gregoretti; ambedue confezionano una bella colonna sonora.

Un film malinconico certo ma non triste. Una riflessione attenta e pubblica senza essere impudica come si conviene ad un libero Maestro di cinema che ha 84 anni.

Marco Preverin

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