“Il caso Braibanti” in scena all’Auditorium Vallisa di Bari per la Stagione teatrale della Compagnia Diaghilev: un esempio di teatro civile, necessario alla nostra coscienza, per sottrarre all’oblio una vicenda di intolleranza e omofobia

Nell’ottobre del 1964 Ippolito Sanfratello depositò presso la Procura della Repubblica di Roma una denuncia a carico di Aldo Braibanti, filosofo, poeta, mirmecologo, che riuniva intorno a sé giovani artisti in un vivace cenacolo intellettuale. Lo accusava di plagio, per aver assoggettato fisicamente e psicologicamente suo figlio Giovanni che, maggiorenne, aveva lasciato gli studi e la casa di famiglia per andare a vivere con lui, prima a Milano e poi a Roma.
Il reato di plagio (cancellato poi nel 1981) veniva usato per la prima volta per perseguire una relazione omosessuale, e probabilmente la difesa di Braibanti sottovalutò la questione e la sua rilevanza politica e mediatica, non allestendo un impianto capace di fronteggiare l’accusa. Il processo si aprì nel giugno del 1968, quando altrove cominciavano a soffiare venti di protesta, e si concluse incredibilmente con una condanna a nove anni di reclusione, poi ridotti in appello. Braibanti scontò comunque due anni di carcere e successivamente visse ritirato e quasi nascosto, in una indigenza che infine spinse un gruppo di intellettuali (che gli erano rimasti accanto) a chiedere per lui un tardivo vitalizio ex legge Bacchelli.

Un destino peggiore toccò al giovane compagno, Giovanni Sanfratello. Letteralmente sequestrato dalla famiglia, rinchiuso in manicomio, sottoposto in un anno a quaranta elettroshock, fu poi riportato a casa senza possibilità di incontrare nessuno e “libero” di leggere solo libri, approvati dai familiari, che fossero stati scritti almeno cent’anni prima. Al processo affermò ripetutamente di non essere stato soggiogato da Braibanti, ma la sua deposizione non venne ritenuta credibile.

Massimiliano Palmese, drammaturgo e regista, negli anni ha svolto un minuzioso lavoro di ricerca interrogando i documenti processuali e analizzando il riscontro della vicenda nella società civile e tra le pagine dei giornali, anche attraverso le testimonianze di coloro che in qualche modo cercarono di levare la propria voce in difesa di Braibanti, personalità riservata e pur tuttavia carismatica. Ne è scaturito un dramma teatrale, in scena per la prima volta nel 2011 nell’ambito della Rassegna di Teatro omosessuale “Garofano Verde”, che da allora continua ad essere rappresentato come memento pericolosamente attuale in una società in cui nuovi fascismi e antiche intolleranze si riaffacciano in modo sempre più sfacciato e impudente.

Un lavoro preziosissimo, che continua a ricevere consensi e che negli anni si è arricchito, dando vita ad un documentario (girato dallo stesso Palmese, con la collaborazione di Carmen Giardina che ne ha curato anche il montaggio), che ha vinto nel 2021 il Nastro d’Argento come miglior Docufiction. Qui, alle immagini del dramma teatrale si aggiungono l’analisi degli atti processuali e soprattutto le testimonianze di personalità della cultura della sinistra italiana (voci isolate, in quanto lo stesso PCI, cui Braibanti apparteneva, peraltro come elemento di spicco, fu colpevole di omertoso silenzio). Dacia Maraini, giovanissima inviata, ma anche Moravia, Eco, Pasolini e soprattutto Elsa Morante, che scrisse in modo appassionato in difesa del filosofo. Una vicenda ripresa anche dal film “Il Signore delle formiche” del 2022, con la regia di Gianni Amelio, che all’epoca dei fatti ebbe modo di assistere ad alcune udienze del processo.

Il caso Braibanti, andato in scena e tuttora in replica all’Auditorium Vallisa di Bari per la annuale Stagione teatrale della Compagnia Diaghilev, è un esempio di teatro civile, necessario alla nostra coscienza. È una preziosa occasione per sottrarre all’oblio una vicenda terribilmente attuale, laddove intolleranza e omofobia incombono subdolamente, oggi come allora. È un modo incisivo e dolorosamente efficace per ricordarci, attraverso una lettura potentissima e profonda, che la libertà e i diritti civili non sono mai acquisiti per sempre. Ma l’impegno civile che sottende e pervade la pièce non deve far passare in secondo piano la scrittura, l’interpretazione degli attori, insomma il dramma che sul palcoscenico viene rappresentato. Ed è un lavoro drammaticamente bello.

La regia scarna ed essenziale di Giuseppe Marini si affida alle luci e ai suoni per narrare la vicenda umana e giudiziaria in un modo che, nello stesso tempo, è denuncia pubblica e racconto intimistico. Sul palcoscenico vuoto le vicende sono inframmezzate dal sax di Mauro Verrone, che dal vivo sottolinea e separa con registri ora dolenti, ora beffardi, i quadri del racconto, e in qualche modo segna il ritmo che è sempre incalzante e teso. Lo spettacolo ripercorre la vicenda attraverso documenti d’archivio, lettere e arringhe, ma non perde la dimensione del racconto di una storia d’amore, in un’atmosfera intima, in cui i personaggi esprimono pensieri ed emozioni.

Mauro Conte veste i panni di Giovanni Sanfratello mentre il personaggio di Aldo Braibanti è affidato a Fabio Bussotti.
Gli attori interpretano anche i ruoli di avvocati, preti, genitori. Con estrema efficacia riescono a gestire i diversi livelli narrativi e interpretativi grazie anche all’uso delle diverse inflessioni dialettali, e ci restituiscono lo spaccato di un’Italia provinciale, bigotta, chiusa, omofoba. La loro recitazione è intensa, ma estremamente misurata. I gesti sono essenziali, i cambi di registro continui, ed entrambi offrono una bella prova d’attore. È un susseguirsi di monologhi, senza interazione fra i due. Tuttavia sembra che in qualche modo riescano a dialogare, senza mai guardarsi, restando lontani, alle due estremità del palco, in una distanza che racconta anche la separazione dolorosa. Si rivolgono così al pubblico che diventa l’unico interlocutore, il testimone del dramma, della vicenda assurda e incredibile. È la triste disperazione di due persone innamorate, che mai più si incontreranno.
Quel gesto di Aldo che, nel finale, si avvicina finalmente a Giovanni e poggia sconsolato la testa sulla sua spalla, è un disperato, dolente, assoluto omaggio all’amore.

Imma Covino
Foto dalle pagine web della Compagnia

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