“Empire of light” di Sam Mendes ovvero l’amore è una cosa meravigliosa

Di canzoni d’amore, racconti d’amore, storie d’amore leggere e romantiche oppure difficili e drammatiche.
Storie di amanti puniti dal destino o condannate da tipi di società che, in questa parte del mondo, ormai sono considerate più o meno formate da trogloditi. Persone travolte da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto o vittime di se stessi e della loro impossibilità di amare senza lacerarsi internamente. Storie di passione tra umani ed alieni anche contro ogni evidenza fisica. Fulmini che intossicano e stordiscono. Non lasciano respirare ed esplodono nella testa. Sfarfalleggiano nello stomaco con un dolore fisico insopprimibile come la felicità di scoprire di essere ricambiati.
Oppure storie che crescono lentamente. Da un passaggio in macchina per andare dall’università al nuovo mondo lavorativo, fino ad approdare ad una vita da passare in due. Il tutto attraverso un finto orgasmo durante la cena nella tavola calda ed una lunga e complice amicizia.

Amore che prima o poi arriva implacabile “e c’erano uomini con un lavoro sicuro – e donne con le case ordinate – e una piazza dove le sere d’estate – ci si sdraiava insieme ad aspettare – un’attesa un qualcosa un altro aspettare – e tutte le notti – un fantasma appariva – e in tutta la piazza un tuonar si sentiva – “O voi che credete che indifferenti- e rassegnati invecchierete, contenti – che non c’è bocca che vi può ferire o una foto sul muro che non vi fa dormire – non c’è più niente da fare – non si può scappare! Guardate – è dietro! Vi guarda goloso – vi prenderà! non c’è scampo! -Vi ha preso! Evviva! Evviva! – Prima o poi l’amore arriva!” (Stefano Benni – Prima o poi l’amore arriva – Feltrinelli).
Amore dolce, amore sublime amore amaro, amore negato, amore accolto, amore etero e amore omo. Amore fra uguali e amore fra diversi. Così diversi che più diversi non si può.

La coniugazione del verbo amare ha sempre trovato nel cinema un terreno fertile e continuo. Non c’è film né opera cinematografica in non faccia almeno una scappata. Sam Mendes in questo film, intimo e in alcuni momenti dolente, ci porta per mano nella vita di una donna “sbagliata”. È una persona matura che soffre di una imprecisata malattia mentale. Prende farmaci e vive una vita solitaria con la finzione di amore, la finzione di un appagante lavoro, la finzione di “normalità. In realtà è immersa nella sua solitudine, fatta di gesti apatici e sempre uguali. Una routine interrotta solo da piccoli momenti di affiatamento con i compagni di lavoro. L’altro polo della batteria generatrice della corrente che alimenta il film è un ragazzo di colore nell’Inghilterra Thatcheriana degli anni 80. Percorsa da fremiti razzisti e inquietudini sociali. Un insicuro che ha mancato l’obiettivo del college e si è ripiegato in un lavoro di bigliettaio in un cinema di provincia tanto maestoso quanto, anch’esso, in declino. Sarà l’amore, che fa capolino in maniera imprevista e imprevedibile, a cambiare le loro esistenze.

Al di là della regìa, soggetto, sceneggiatura e produzione, tutti del citato Sam Mendes, il film è Olivia Colman (Hilary), doppiata magnificamente da Francesca Fiorentini. È il perno, il centro della piccola galassia del cinema Empire. Non solo come protagonista della storia ma come presenza costante, praticamente in ogni inquadratura. Lei è bravissima. In certi momenti immensa. Talmente brava da schiacciare il film su di lei quasi escludendo la presenza degli altri sul set. Nei suoi pochi momenti di assenza fa sembrare il tutto quasi banale. Una sorta di piccoli intermezzi per vederla riapparire.

Micheal Ward (Stephen), doppiato da Manuel Meli, Tom Brooke (Neil) doppiato da Edoardo Stoppacciaro, Tanya Moodie (Delia) doppiata da Alessandra Cassioli, Hannah Onslow (Janine) doppiata da Luisa D’Aprile, Crystal Clark (Ruby) doppiata da Giulia Franceschetti, Monica Dolan (Rosemary) doppiata da Luisa D’Aprile sono la perfetta cornice della regina della scena. Si muovono tutti con professionalità. Rendono interpretazioni corrette e mai fuori ruolo.

Spiccano fra tutti Colin Firth (Donald Ellis), doppiato da Luca Biagini, un direttore grigio e al tempo stesso cinico e vanesio, reso con antipatica ma sicura interpretazione. Insieme a lui Toby Jones (Norman), doppiato da Marco Guadagno, nel ruolo del proiezionista geloso della sua saletta, piccola grotta foderata di immagini da cui scaturisce la luce, origine della magia del cinema. Jones è un attore spesso confinato in ruoli minori, come in questo caso, cui Mendes regala piccoli momenti in scena e lui a noi vera recitazione.
Le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross sono francamente belle e sottolineano in maniera importate i momenti più intensi del film.

Insomma, un bel film.
Andate a vederlo.
Nelle sale.

Marco Preverin

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