Sangue, paura e merda: la guerra di ieri e di oggi. Con “Niente di nuovo sul fronte occidentale” Edward Berger realizza un film potente che emoziona e colpisce duro

All’Ovest niente di nuovo” di Erich Maria Remarque è stato uno dei miei romanzi di formazione. La descrizione della Prima guerra mondiale, non osservata dall’alto degli strateghi comodamente nascosti negli alti comandi o con gli occhi dei poeti guerrafondai, propagandisti affascinati spesso dal sangue degli altri, ma con la semplicità di un giovane soldato di trincea. Le piccole cose, i grandi drammi e l’attaccamento spasmodico alla vita, che contraddistingue il gruppo di persone catapultate dalla vita ordinaria alla carneficina sistematica, è il cuore del romanzo. La guerra è lo scenario. E’ il grande dramma, la ragione del terrore e dell’amore collante di quegli uomini che sono sospinti, da un’organizzazione cieca e al tempo stesso cinica, a uccidere altri uomini. Con lo scorrere degli eventi si perde il senso naturale della vita e rimane solo la necessità di sopravvivere a tutto e a tutti, come nelle epoche primordiali. Un romanzo di uomini che attraversano la guerra cercando di rimanere disperatamente umani.

Edward Berger, regista e sceneggiatore, insieme a Ian Stokell e Lesley Paterson, della recente trasposizione cinematografica “Niente di nuovo sul fronte occidentale“, inverte l’approccio del romanzo. E’ la guerra il grande protagonista della pellicola. Tutto permea, tutto insozza. Non sono gli uomini a passare ma è il conflitto che li attraversa e li trasforma in automi al comando di ufficiali impazziti, pronti a sacrificarli senza indugio o pietà in nome della tronfia arroganza della classe dirigente, totalmente insensibile alla vita dei suoi stessi connazionali.

Il film si sviluppa su due piani paralleli che sembrano non toccarsi mai. Come le rotaie, però, sono in perenne congiunzione tra loro e sono dominati dal treno sferragliante che le schiaccia. In trincea silenziosi per la paura, affamati e sconvolti, uccisi e assassini senza pietà, stanno i soldati che barattano costantemente la loro umanità con la necessità di restare vivi.
Un paio di stivali col fucile”.

Nella carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura di Rethondes, nella foresta di Compiegne, a nord di Parigi, le delegazioni discutono, leggono i trattati di resa, non accettano la sconfitta, si impuntano e intanto ‘gli stivali col fucile’ ammazzano e sono ammazzati a migliaia (vi ricorda niente dei nostri giorni?). Fino all’ultimo minuto, la vanità assassina di chi comanda spinge automi, oramai insensibili, all’attacco, come in un miserabile video gioco di morte.

La narrazione si sviluppa con un importante utilizzo dei flash back e tante immagini potenti e, a differenza della maggior parte dei film attuali, con poco uso degli effetti speciali computerizzati. Rappresentazione degli eventi di massa gestita con una camera in movimento senza mai diventare sporca (come in Full metal jacket di Kubrick, per esempio).

James Friend realizza una fotografia sempre carica, intensa, che non ha spazi vuoti. Non c’è respiro. E’ l’adrenalina della battaglia senza l’eccitazione della lotta animalesca. Non c’è equilibrio, non c’è classe, stile. Solo vita e morte anche quando non si combatte. Sangue, paura e merda. La guerra di ieri e di oggi.

Felix Kammerer (Paul Bäumer) dà una buona interpretazione che a tratti è un po’ meccanica e sa di scuola di recitazione.
Ottimo come sempre Daniel Brühl nella parte di Matthias Erzberger, il diplomatico tedesco che scelse di firmare il trattato di pace con la Francia. Una bella performance quella di Albrecht Schuch, nella parte di Stanislaus ‘Kat’ Katczinsky, il vecchio del gruppo. Ignorante ma saggio.

Le musiche di Volker Bertelmann sottolineano le immagini con enfasi, talvolta un po’ troppa, dando un maggior tono drammatico alle stesse che pure non ne hanno bisogno.

Il film ha ricevuto una quantità importante di premi ed è candidato a ben nove Oscar tra cui miglior film e miglior fotografia.
Lo trovate solo su Netflix, che se lo tiene stretto.

Marco Preverin

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