Come riaprire chirurgicamente le cicatrici mai rimarginatesi tra un presente impalpabile e senza valore ed un passato mutabile e sfuggente: ferisce a morte la splendida trasposizione di “Tradimenti” di Harold Pinter firmata da Michele Sinisi

È solo il trucco della memoria, la memoria è così. Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o la logica o l’abitudine a pensare. Mettendo tutto alla rovescia, in “Tradimenti”, io ho preso la memoria alla lettera, la memoria senza logica, che è una macchina stupida, come tutte le macchine.” (Harold Pinter)

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.” (Paolo Conte)

Quando il sipario si alza, tutto sembra ancora in divenire, indefinito, indistinto, al punto che si può credere di essere capitati alle prove generali (o addirittura a quelle antecedenti) della pièce, mentre, al contrario, nella vicenda narrata tutto è già accaduto; è solo il primo dei depistaggi, delle infedeltà, degli adulteri, dei tradimenti – appunto – attuati da Michele Sinisi in questa sua trasposizione di “Tradimenti” di Harold Pinter, la nuova produzione Elsinor andata in scena al Teatro Abeliano di Bari, per la Stagione “Maschere d’Olivo” dell’anno appena conclusosi, ed ora in tour in tutta Italia.

Il testo del 1978 di Pinter (“Betrayal”) fotografava, scevro da qualsivoglia giudizio etico e morale, una fitta quanto ineluttabile catena di inganni, partendo dalla relazione extraconiugale di Jerry ed Emma, protrattasi per sette anni a discapito di Robert, marito di lei e migliore amico di lui, cui lo lega anche un rapporto professionale indissolubile nel campo dell’editoria (scelta dell’autore che a me è sempre parsa fortemente sarcastica); ne deriva che Jerry tradisce Judith, sua moglie, con Emma; ma anche Robert tradisce la moglie e inganna Jerry nel non rivelargli per anni che Emma gli ha confessato della loro tresca, di fatto tradendo Jerry; Emma finisce per tradire Robert e Jerry con Casey, scrittore di successo pubblicato da Robert e scoperto da Jerry, che i due amici avevano giudicato disonesto e senza talento ed Emma stessa aveva bollato come banale.

Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe dirsi, se non fosse che Pinter prende le mosse dall’analisi postuma della ‘tresca principale’ per poi rivederne i passaggi essenziali a ritroso, rinunciando, se non ingannando, imbrogliando, trasgredendo, violando, tradendo – appunto – le unità di tempo e luogo universalmente riconosciute dal teatro drammatico classico, in modo da, come riferito dallo stesso autore nella frase riportata in apertura d’articolo, affrontare il tema della memoria che ogni essere umano instaura con il suo ‘io’ del passato e, nello specifico, con la sua memoria o, meglio, con la memoria di sé; in questo contesto, per il drammaturgo londinese la verità è scarsamente rilevante, anzi non lo è affatto, bensì lo è proprio la memoria, quella collettiva ma anche quella soggettiva, che, analizzata riavvolgendone il nastro, si scopre fragile, incerta, illusoria, fallace, perdendo finanche di significato, se non di senso, cosicché l’uomo finisce per tradire non chi gli è accanto bensì se stesso, le sue convinzioni, le sue scelte, i suoi sentimenti, le sue speranze, tutto quello che pensava di aver saldamente costruito negli anni della sua vita e che, al contrario, si rileva un fatiscente castello di carte.

Sinisi, grazie alla traduzione di Alessandra Serra ed ancor più alla sempre indispensabile consulenza artistica di Francesco Maria Asselta, costruisce i ‘suoi’ “Tradimenti” in modo chirurgico, operando un’analisi che, pur nel rispetto dogmatico del testo, trascende la parola stessa, utilizzando geniali quanto indispensabili feticci: il totem/datario ispirato agli orologi a lettere luminose (che richiama il lavoro di gallerista di Emma, ma ricorda tanto il monolite dell’Odissea nello spazio kubrickiana) che riempie l’essenziale scena pensata da Federico Biancalani, i bicchieri di plastica ‘Ikea style’ (che fanno tanto quotidiano, ma anche un po’ sciatto), l’enorme testa sbavante di cervo (che da simbolo della rigenerazione vitale si è tramutato in allegoria dei traditi, dei cornuti insomma), sono solo alcuni dei tasselli di un puzzle costruito e distrutto all’infinito davanti ai nostri occhi, sino a farci supporre – e sintomatica in tal senso appare la scena di violenza che il regista sembra relegare alla pura e vendicativa fantasia di Robert nei confronti di Emma – che tutto l’apparato memoriale sia frutto di un sogno, ostaggio di un’allucinazione a cui ognuno dei protagonisti ha dato la propria lettura, forse suggestiva, ma di certo successiva benché retroattiva. Tra pause narrative (anche queste richiamate sul tabellone/datario) e sempre più frenetici salti temporali, nella pièce c’è tutta l’altissima cifra stilistica cui Sinisi ci ha da tempo abituati; la sua relazione teatrale sui frammenti di vita vissuta che Pinter ha magnificamente descritto sa essere caleidoscopica ma mai casuale, come se il regista si richiamasse ad un universo parallelo, ad un metaverso in cui, finalmente, significato e significante possano trovare un’esatta corrispondenza o, almeno, un loro punto di contatto, poco importa se nella comprensione o nell’oblio di sè.

Le azioni hanno ancora un significato se si dimentica?” fa dire Christopher Nolan al protagonista del suo “Memento”, ed, a pensarci bene, a mio modesto parere ci troviamo di fronte al medesimo espediente che ha fatto la fortuna del regista e sceneggiatore, anch’esso londinese, che sta mutando sostanzialmente la recente letteratura cinematografica; e se, come afferma Arthur Ganz, “in Pinter il passato è una brumosa terra desolata in cui si fanno sporadiche incursioni, ritornando con frammenti di visione e di conoscenza che contraddicono e confondono tanto quanto illuminano”, l’intento di Sinisi sembra proprio (ri)creare quel luogo, quello spazio o, perlomeno, quel tempo, insieme assoluto e relativo, perdutosi tra un presente impalpabile e senza valore ed un passato mutabile e sfuggente, che, lungi dall’essere catartico, si propone nei ricordi solo come cicatrice mai rimarginatasi: così l’ultimo quadro, riproducendo quel da cui tutto ha avuto inizio, con quella folle, ossessionante ed infinita danza di Emma sulle note dei successi degli anni ’80, non ci racconta, come tutti avremmo auspicato, il grado zero della trama principale e la sua proiettabilità nel futuro ormai noto al pubblico, ma realizza pienamente l’estremo – ed anche il primordiale – capovolgimento, sovvertimento, ammutinamento, tradimento.

Illuminati dalle splendide luci di Rossano Siracusano, i protagonisti Stefano Braschi (Jerry), Stefania Medri (Emma) e lo stesso Michele Sinisi (Robert) formano sul palco un perfetto meccanismo in cui ogni elemento giustifica la propria presenza esclusivamente attraverso la relazione e l’interazione con gli altri, in un gioco al massacro che, mettendo in campo le forze sempre uguali e contrarie di tre elettroni che ruotano impazziti attorno al proprio nucleo, sembra sempre sul punto di esplodere, ma che, poi, forse anche perché soggiacente alle leggi del quieto e strutturato vivere sociale, non può concedersi altro che l’implosione, tornando ad ostentare una finta quanto moralistica linearità. I tre straordinari attori, pur rinunciando al facile ricorso all’empatia ed all’emotiva immedesimazione, feriscono a morte le anime immaginate presenti sul palco, e, soprattutto, quelle reali che si nascondono nel buio della platea, riuscendo a creare una palpabile tensione drammatica semplicemente proiettando i loro personaggi in una macchina del tempo impazzita, obbligati a rivivere in un infinito flashback istanti quotidiani che credevano fondamentali, quasi fossero tre dannati di dantesca memoria condannati senza via di scampo alle fiamme eterne ed alla inesauribile ripetizione dei loro ignavi atti; le loro magnifiche prove interpretative, abbozzando un ritratto dalle tinte caravaggesche in cui gli sguardi sostituiscono le parole ed il non detto prevale sul detto, si ammantano di piccoli sublimi dettagli ossessivi con cui riempiono il deserto delle loro melanconiche esistenze solitarie, solo apparentemente affollate, così da riuscire a lasciar appena intravedere le crepe che attraversano la loro fittizia ed ipocrita realtà, salvo poi immediatamente coprirle, evitando che da queste possa mai accedere una chiarificatrice, salvifica e definitiva luce.

Pasquale Attolico

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