“Nope” di Jordan Peele: un B movie come non se ne vedevano da tempo

La definizione di B movie nasce storicamente dalla circostanza che si trattava di film girati utilizzando scenografie, attori ed attrezzature già impegnate per riprese cinematografiche di lungometraggi ottenuti con budget più elevati.
Oppure si trattava di film che venivano girati e montati in maniera celere (meglio dire frettolosa) e venivano distribuiti nelle sale USA come ulteriore film aggiunto al prezzo del biglietto, un po’ come funzionava per l’avanspettacolo nelle sale italiane.

Poi, come a tutti noto, il B movie è diventato il film di seria B, povero di effetti con il ricorso a facili espedienti per ottenere il risultato di accalappiare il pubblico e tenerlo incollato alle sedie del cinema. Si inserivano nel filone di maggior successo del momento e, copiandone gli schemi fondamentali, costruivano delle storie sempre uguali con personaggi che definire fantasiosi è certamente riduttivo.

Nel cinema italiano, gli spaghetti western o i poliziotteschi o ancora i film di guerra con attori italiani dagli improbabili nomi anglo-americani (pensate a George Eastman, pseudonimo di Luigi Montefiori, genovese con un notevole curriculum di film), hanno creato più di un “filone”, raggiungendo in alcuni casi anche risultati da piccolo cult.

In questo genere, si potrebbe dire minore, si inserisce il film Nope, termine dello slang che potrebbe essere tradotto nel nostro “senza speranza”, un horror fantascientifico che assomiglia molto alle fantasie che ogni bambino si crea.
Un mostro venuto dallo spazio è una nuvola ‘mutaforma’ assassina affamata di esseri umani.
Ecco la sostanza del film. Come fare per non essere mangiati? Semplice, basta non guardarlo/a.
In realtà, la pellicola è la risposta ad una sola, eterna domanda: riuscirà la sempiterna bravura dell’eroe american*, magari unitamente all’ingordigia dell’extraterrestre, a segnare la vittoria del genere umano sul vile alieno?

Basterebbe questo per inquadrare la meccanica della storia in cui sono rappresentati tutti gli stereotipi del genere in maniera scolastica, compresa la simpatica parentesi sulla scimmia assassina.
Si va, per i personaggi principali, dalla sorella spiantata, Keke Palmer, che vuole far carriera nel mondo dello showbiz, al ragazzo, Steven Yeun, che gestisce uno spettacolo nel west, seguito in verità da poche, molto poche, persone, al giornalista cupo e solitario, Michael Wincott, tipo eroe del west, che è pronto a dare la vita per fare riprese indimenticabili.
Su tutti svetta il protagonista, Daniel Caluuya, ragazzo introverso, che, in maniera incredibile, ma non sorprendente, dato il film, ci regala la sorpresa finale.

Jordan Peele, il regista, è avvezzo alle horror stories, avendo già ricevuto ben quattro nomination agli Oscar 2018 per la sua precedente opera “Scappa – Get out“, poi seguita dal controverso “Us“, ma, francamente, il film è slegato e gira in maniera sincopata, quasi balbettante, senza, almeno per me, raggiungere il minimo coinvolgimento emotivo, salvo, sempre e solo per me, l’esilarante finale.
Ciò non di meno l’autore ha delle ambizioni perché, come spiega lui stesso, “ho cominciato con l’intenzione di fare un film che immergesse il pubblico nell’esperienza di trovarsi davanti un UFO. E volevo realizzare un grande spettacolo, qualcosa che promuovesse la mia arte preferita e il mio modo preferito di guardare quella forma d’arte: in sala. A mano a mano che scrivevo il copione, ho cominciato a scavare nella natura dello spettacolo, nella nostra dipendenza dallo spettacolo, nella natura insidiosa dell’attenzione. Ecco di cosa parla. Ed è anche una storia su un fratello e una sorella, su un rapporto da salvare“: forse, andrà meglio la prossima volta.
Lo trovate ancora nelle sale, se proprio volete.

Marco Preverin

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