“Settembre”, la nuova pellicola di Giulia Louise Steigerwalt: un film delicato e senza scossoni

Vite normali, quelle di ciascuno di noi, in cui le problematiche – come del resto le gioie – esistono, ma non sono sempre così drammatiche da generare situazioni da ultima spiaggia: in “Settembre“, il film di Giulia Louise Steigerwalt da poco uscito nelle sale, non lo sono praticamente mai.
Certo, magari la vita non ha realizzato i desideri e i sogni che ciascuno dei personaggi aveva, ma nessuno è mai veramente all’ultimo tempo della partita e c’è sempre la possibilità di cambiare in meglio il proprio futuro.

La Steigerwalt, confeziona un film che, pur nel suo essere profondamente legato ai luoghi italiani – nello specifico romani – e attuali, è, nel suo svolgimento, senza dubbio più vicino alla tradizione francese.
La prova attoriale è il perno della pellicola: i luoghi sono solo scene, quello che conta è la rappresentazione dei sentimenti e delle persone. Il centro, il nucleo della vicenda, a dispetto dell’apparenza corale, è Francesca, donna infelice che, per effetto di una diagnosi infausta, decide di prendere in mano la propria vita trasformandola secondo i suoi desideri e le sue aspirazioni.
Ma il destino è beffardo e si diverte a giocare anche con gli errori medici, per cui chi si crede malato alla fine non lo è.

Il problema è che il “casino” rimane, e con esso tutte le sue conseguenze.
Però – ci racconta Eduardo – come sapete che sia una disgrazia?
Infatti, l’incontro inaspettato con il suo medico, che le racconta di sé e del suo – precedentemente inconsapevole – egoismo, fa comprendere a Francesca l’anomalia in cui vive.
E’ proprio la presa d’atto di questo stato a consentire a Francesca di riprendersi la vita come la voleva.

“Riprendersi la vita”: è il lieto fine anche degli altri personaggi di questo film, tra cui il dottore apatico e indifferente, che scopre, solo grazie ad una giovanissima prostituta, la necessità di non occuparsi solo di se stesso, e la stessa giovane prostituta, che, grazie all’amore e alla sua inossidabile voglia di vita, riesce a trovare il luogo e il tempo per costruire la sua vita.

La regia della Steigerwalt è tranquilla, senza salti, in un montaggio che non indulge in frenesie o genera situazioni apparentemente incalzanti.
I tempi sono quelli della vita piccolo borghese che non soffre di privazioni significative, ma non si può consentire eccessi.
I luoghi sono quelli della periferia romana, non brutta ma nemmeno bella.

Tutto nella media, insomma, tranne le interpretazioni che sono di sicuro spessore.
Su tutte da segnalare quella di Barbara Ronchi (Francesca), espressiva al punto giusto, senza eccessi e con uno sguardo che riesce a trasmettere prima il senso della delusione, tanto compressa da sembrare indifferenza, poi dello smarrimento e infine della speranza.
Significativa quella di Tesa Litvan, che in un italiano imperfetto, ma in certi momenti affascinante, rende un personaggio credibile che coinvolge non solo gli spettatori, ma anche il personaggio di Guglielmo, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio della cui bravura è inutile dire, tanto è ormai collaudata.
Una bella scoperta è rappresentata dai due giovani interpreti testimoni della nascita di un amore adolescenziale tra Maria (Margherita Rebeggiani) e Sergio (Luca Nozzioli), freschi, senza essere mai scontati.
Ottimi anche tutti gli altri, tra cui Thony, interprete anche di buona parte delle canzoni del film, scelte con evidente cura.

Insomma, uno di quei prodotti cinematografici che, senza scatenare emozioni tempestose, consente allo spettatore di uscire dalla sala con la convinzione di aver visto un “bel film”, nel senso pieno di questi termini.

Marco Preverin

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