“Finale a sorpresa (Competencia oficial – Official Competition)”: un ritratto di attori e registi tra vanità e vita

La vanità e l’egocentrismo degli attori è stato da tempo oggetto di opere teatrali o di trattazione filmica.

Nel caso di “Finale a sorpresa (Competencia oficial – Official Competition)“, la commedia del 2021 diretta da Mariano Cohn e Gastón Duprat, lo schema classico degli attori e della regista che hanno come centro di gravità se stessi ed il loro lavoro non si allontana dalla tradizione.

In Eva contro Eva, l’aspirante attrice ruba il ruolo alla sua maestra, in Kean il protagonista vive coltivando il proprio egocentrismo e così molte altre. Nulla di nuovo, quindi, nel raccontare la storia della creazione di un film nato non dalla mente raffinata di un commediografo o di un intellettuale o anche dalla tradizione della cultura popolare, ma dalla apparente necessità di un riccone di lasciare l’orma di se stesso nella vita del suo paese.

La trama si snoda senza salti particolari ed in maniera nell’insieme fluida nell’idea, pare, di voler rappresentare la creazione di un film e i modi non tradizionali oppure ortodossi della regista nella creazione del percorso emozionale degli attori interpreti e protagonisti di un film dalla trama tanto incerta quanto fragile (chissà gli altri attori che fine hanno fatto).
L’amore del film, e di se stessa, spinge la regista a compiere atti apparentemente estremi, senza comprendere però che la rivalità tra i due attori, scelti da lei nell’idea di poter tutto controllare e condurre, non ha confini.
Ecco che lentamente il film (intitolato “Rivalità”) e la realtà si sovrappongono arrivando alla inaspettata conclusione.

L’opera realizzata, al di là delle eccessive glorificazioni in corso, è un film medio con talune non nuove soluzioni interpretative ma con alcuni momenti di divertimento reale che si regge, come quello rappresentato, su una trama esile tutta incentrata sui caratteri dei tre personaggi: regista e attori.

I due registi argentini Cohn e Duprat confezionano un film nell’insieme gradevole, ma anche un po’ pretenzioso, quasi del tutto privo di musica, salvo un terribile ed inascoltabile disco tanto apprezzato da uno dei protagonisti.
I doppi (quelli che recitano nei film non hollywoodiani) di Penelope Cruz e Antonio Banderas danno spessore e sostanza al film, la prima con un’interpretazione molto convincente ed il secondo nel ruolo di un gigione più personaggio che attore.
Oscar Martinez, nel ruolo dell’attore impegnato e pensoso, costruisce un personaggio credibile e tanto uguale a certi nostri intellettuali estremi (forse la maschera migliore). Simpatiche le partecipazioni di Irene Escolar e quella di José Luis Gómez, piccola ma ben fatta.

Chiedo scusa ai miei sparuti lettori, ma non smetterò mai di mettere in evidenza il ruolo dei doppiatori che, tutti, meritano una citazione, perché, alla fine di tutto, sono loro quelli che danno l’anima alla recitazione. Ottima, come sempre, Chiara Colizzi (Penelope Cruz) ed altrettanto bravi, come sempre, Antonio Sanna (Antonio Banderas) e Stefano de Sando (Oscar Martinez), ma anche molto bravi gli altri.

Il film nell’insieme è comunque molto gradevole e merita di essere visto, ma anche – volendo – a casa.
Mi perdonerete un’ultima – cattiva – annotazione, suggeritami da una spettatrice: se Banderas ha le rughe e i segni dell’invecchiamento sul collo, come mai la Cruz anche nei primissimi piani non ha una ruga che sia una?
Ai posteri l’ardua sentenza.

Marco Preverin

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