“Storia di mia moglie” di Ildikó Enyedi, ovvero dell’incerto possesso degli esseri umani

Rappresentare l’amore nelle sua mille sfaccettature è un esercizio di particolare difficoltà.
Disegnare, con parole e immagini, la parabola dei sentimenti dal primo all’ultimo incontro ha impegnato miriadi di scrittori, poeti e intellettuali di ogni generazione dacché esiste l’essere umano. Così il regista Ildikò Enyedi, con questo “Storia di mia mogie (The story of my wife)“, dipinge, come ha detto lui stesso, “un film sull’amore, la passione, il dramma, l’avventura e i mille colori della vita: un racconto volutamente emotivo sul significato di essere uomini, donne, su cosa vuol dire essere umani”

Jakob Storr comanda la sua nave senza esitazioni e senza coinvolgimenti emotivi con l’equipaggio, solitario e autorevole, viene ubbidito soprattutto per la sua capacità di prendere decisioni non facili ma immancabilmente giuste.
Anche la scelta della donna da sposare, sia pure per scommessa, è fulminea e coinvolgente, non lascia spazio a ripensamenti. La vita coniugale procede per episodi come le presenze del capitano nella sua casa. Presenze che intervallano i viaggi, di mesi, imposti dall’esigenze della navigazione.
Quello che però non abbandona mai il capitano Storr è il senso di possesso e di comando che trasferisce a sua moglie fino a farla pedinare e controllare per scoprire l’esistenza di un amante. Nulla servirà ad evitare la conclusione di una storia di convivenza nata per caso e finita drammaticamente.

Gli spiriti liberi non possono essere intrappolati e non possono essere mai diversi da quello che sono neanche quando scelgono, per capriccio, necessità o solo opportunità occasionali, di vivere una relazione apparentemente stabile e rispettabile (secondo i canoni della società dell’epoca).

Enyedi, trasponendo sullo schermo il romanzo di Milán Füst, confeziona una pellicola ed una storia che avanza per salti temporali. Ogni periodo dell’amore tra i protagonisti è un pezzo di storia a sé anche se tutti insieme formano il puzzle del film, come i pezzi di un mosaico costruito in un luogo diverso da quello in cui poi, tutto insieme, viene posato. Solo l’ultima parte della storia, coincidente con il lavoro a terra del non più capitano, sviluppa in maniera più costante l’azione.

L’insieme è visivamente molto gradevole e comunica il tempo e i sentimenti doppi che legano i due protagonisti, con enorme prevalenza maschile, mentre la vita di lei si nasconde nelle assenze in un enigma mai chiarito.
La figura maschile, rocciosa, nell’insieme schiva e solitaria ma non per questo meno egoista e autoreferenziale, viene resa con sufficiente completezza da Gijs Naber. L’attore olandese interpreta il ruolo in maniera seriosa, sia pure senza una particolare espressività, che però sembra attagliarsi al protagonista in modo corretto quasi, verrebbe da dire, come si addice ad un lupo di mare .

Léa Seydoux, quando è sullo schermo, esplode in tutta la sua sensualità coinvolgendo con i suoi sguardi non solo il protagonista.

Dispiace dirlo ma del tutto dimenticabili le altre presenze.
Una menzione, per quel poco che vale, ai traduttori dei dialoghi, i quali rendono attendibili e quasi sempre scorrevoli le conversazioni fra gli attori in scena. Effetto questo non sempre raggiunto in altre occasioni.

Nell’insieme un film che in sala, unico luogo in cui poterne gustare l’ottima fotografia e scenografia, appare, in certi momenti, forse troppo lungo, ma che comunque lascia il segno.

Marco Preverin

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