L’infinita classe di Laura Morante conquista il pubblico delle Stagioni musicali 2022 dell’Agìmus di Mola di Bari nel racconto delle memorie del divino Astor Piazzolla

Il tango è e sarà sempre musica: occorre imparare a camminarla, ad ascoltarla, a sentirla, fino a che si trasformi in qualcosa di proprio, da cui non ci si può più staccare.” (Pedro Alberto ‘Tete’ Rusconi)

Non c’è un tango vecchio e un tango nuovo. Il tango è uno solo. Forse l’unica differenza è tra chi lo fa bene e chi lo fa male.” (Anibal Troilo)

Raccontare Astor Piazzolla, El Gran Astor, El Gato, come veniva chiamato l’uomo che ha mutato, per sempre, le regole del tango, turbando irrimediabilmente gli amanti della tradizione, non è per nulla cosa facile; nonostante siano trascorsi cento anni dalla sua nascita e trenta dalla sua scomparsa, le creazioni musicali di Piazzolla si stagliano come la forma più moderna di un genere adorato in ogni angolo del mondo, probabilmente grazie a quella sua arcigna volontà di concepire il tango come musica da eseguire nelle sale da concerto, da ascoltare più che da ballare, trasponendovi i suoi studi di musica classica, quelli stessi che lo avevano portato al cospetto della grande compositrice Nadia Boulanger, probabilmente la prima che comprese la vera vocazione del musicista argentino (“Il tango è la sua musica, non la abbandoni mai!”), motivandolo, di fatto, a tornare in patria e a fondare il celeberrimo “El octeto de Buenos Aires”, il modo più consono e diretto per coltivare e dare sfogo alla sua sorprendente inventiva, inserendo nelle composizioni elementi innovativi, spesso mutuati non solo dalla musica colta, utilizzando dissonanze e forme specifiche come la fuga, ma anche e – via via – soprattutto dal jazz, inserendovi strumenti inusuali per quel mondo, come l’organo Hammond, la chitarra elettrica, il basso, il flauto, le percussioni, oltre, naturalmente, al suo – prima odiato e poi – amato bandoneon.

Cambiano i presidenti e non ci si lamenta, cambiano vescovi, cardinali, giocatori di calcio, qualunque cosa ma il tango no, quello deve rimanere antico, noioso, ripetitivo. Sì, è sicuro, sono un nemico del tango; ma del tango come lo intendono loro. Se tutto è cambiato, deve cambiare anche la musica di Buenos Aires. Siamo molti a voler cambiare il tango, ma questi signori che mi attaccano non lo capiscono né lo capiranno mai. Io vado avanti, senza considerarli. La mia musica è triste perché il tango è triste. Il tango ha radici tristi e drammatiche, a volte sensuali; conserva un po’ tutto, anche radici religiose. Il mio tango è triste e drammatico, ma mai pessimista”. Alla fonte del più puro pensiero piazzolliano si sono certamente abbeverati Marco Fabbri, Stefano Giavazzi e Massimo Repellini, rispettivamente al bandoneon, al pianoforte e al violoncello, quando hanno dato vita al progetto “Memorie”, drammaturgia – dello stesso Fabbri – liberamente ispirata a “A manera de memorias”, il libro – intervista e confessione allo stesso tempo – con cui Natalio Gorin svelò al mondo il Piazzolla artista e l’Astor uomo. Il trio, tanto nella scelta dei brani proposti quanto nell’esecuzione cameristica degli stessi, sembra operare un fedelissimo omaggio – se non addirittura una perfetta sovrapposizione – proprio riguardo alla dichiarazione d’intenti del compositore, a quella infinita ricerca di innalzare il tango ad un livello superiore, allontanandolo dalle bettole sino a farlo assurgere ai palcoscenici dei più prestigiosi teatri del mondo; si materializzano così atmosfere che caratterizzano il suono dell’ensemble, che propone pagine note e più nascoste del repertorio dell’artista argentino d’origine italiana, tra cui abbiamo riconosciuto “Verano porteño”, “Resurreciòn del Angel”, “Milonga del Angel”, “Triunfal”, “Adios Nonino”, dedicata da Astor al padre, “Los pajaros perdidos”, “Balada para un loco”, “L’amour”, “Milonga sin palabras” e l’inevitabile “Libertango”.

Ma se, come affermava Carlos Gavito, “il tango è un’ossessione, è una parte della vita come mangiare e dormire, erotica e appassionata, inquietante e malinconica, che coinvolge l’anima”, allora non sapremmo immaginare migliore incarnazione di quella dolcissima ossessione della impareggiabile classe della Signora Laura Morante, splendida voce narrante che – miracolosamente – ‘diventa’ Piazzolla per tutto lo spettacolo, ripercorrendone le fasi più importanti, seguendo le tracce di quel vagabondare tra Buenos Aires, New York, Parigi e Roma, con particolare attenzione agli incontri della vita personale – le tre mogli sopra tutti – e a quelli della carriera professionale – Carlos Gardel, Arthur Rubinstein, la già ricordata Boulanger e Jeanne Moreau, tra gli altri -, che hanno trasformato un rivoluzionario nel più grande compositore di tango di tutti i tempi.

Nella voce di una delle più grandi rappresentanti del cinema italiano di sempre, il concerto realizza il perfetto connubio tra gli arabeschi delle melodie e la maestria attoriale, caratterizzando l’intera pièce sino a renderla unica, in modo che l’operazione filologica si stemperi e si faccia poesia, sentimento, emozione, un groviglio di immagini sconosciute eppure presenti, pulsanti, vive, che catturano irrimediabilmente quanti sono accorsi ad affollare in ogni ordine di posto il Teatro van Westerhout di Mola di Bari per l’ultimo appuntamento della sezione invernale delle Stagioni musicali 2022 dell’Agìmus, come sempre diretto artisticamente da Piero Rotolo; la Morante, grazie ai suoi inesauribili mezzi espressivi, attrae, conquista, suggestiona il pubblico che si lascia condurre in questo prezioso, unico, irrinunciabile dialogo tra cuori, in quello scambio d’anime che il tango è ed in cui è possibile – anche nel silenzio, nelle pause, nei sospiri – ascoltare, come dice Paolo Conte, “il riassunto di una vita”.

E se, come giurava Jorge Louis Borges, che pure nel 1965 compose ed incise con Piazzolla il controverso album “El tango”, uno dei più incompresi capolavori della discografia di tutti i tempi,“ancor oggi il tango conserva quel qualcosa di proibito che stimola il desiderio di scoprirlo sempre un po’ di più e quel qualcosa di misterioso che ci ricorda quel che siamo stati o, forse, quel che avremmo voluto essere”, allora non vi è dubbio che, grazie a Laura Morante ed ai musicisti, per una sera siamo stati anche noi parte di quello spirito, di quell’afflato, di quell’anelito, avvinti in un abbraccio, in un passo di danza che avremmo voluto infinito.

Pasquale Attolico
Foto di Musicarte di Giuseppe Mirizio
per gentile concessione dell’Agìmus di Mola di Bari

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