“Il malato immaginario” di Guglielmo Ferro stinge la comicità in malinconia grazie all’arte attoriale e mimica di Emilio Solfrizzi

La vita di Molière, uno dei più famosi commediografi di tutti i tempi, fu eroica sotto ogni riguardo. A lui solo, tra i grandi scrittori francesi, è stato consacrato un tempio – la Comédie Française – e una compagnia di «sacerdoti» che celebrano un rito perenne in memoria di lui. Contro i costumi del suo tempo, Molière lanciò la cavalleria del Buon Senso. Andò alla carica con il coraggio di un Murat. E morì sul campo di battaglia.” (Jean Dutourd)

Quelli che vivono da malati per morire da sani.” (Enzo Jannacci)

L’importante è che la morte ci trovi vivi.” (Marcello Marchesi)

Aveva ragione Cesare Pavese quando sentenziò “Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli” o Paolo Conte quando aggiunse “Certo, ma in mezzo c’è un bel traffico”? Forse l’uno e l’altro insieme o, perlomeno, questa mi pare la soluzione salomonica che Guglielmo Ferro propone con il suo adattamento de “Il malato immaginario”, l’ultimo capolavoro di Molière, al secolo Jean-Baptiste Poquelin, che morì la notte del 17 febbraio 1673 a Parigi proprio dopo averne recitato la quarta replica nella parte del personaggio principale Argante. Infatti, quando il sipario si apre sulla mise en scène di Ferro, il suo protagonista è solo sul palcoscenico e la medesima circostanza si replicherà al termine della pièce, con Argante che reitererà le frasi iniziali come fosse in preda ad un corto circuito causato dalla sua sindrome di Münchausen ovvero – più probabilmente – arresosi e resosi ormai totalmente schiavo della sua cieca concezione ipocondriaca della vita e, per questo, allontanatosi o allontanato da tutto il suo microcosmo familiare, condannato ad immaginare, a ricordare, a ripetere, nella sua ormai acclarata follia, le proprie obsolete ed insensate ossessioni ad un convivio di pupazzi, marionette, burattini senza fili.

Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita: è la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto”. Ferro, in questa suggestiva lettura, sembra cogliere i dettami del più recondito pensiero di Molière, donando al suo protagonista un’aura fortemente malinconica, che, con queste prerogative, non avrebbe potuto avere fattezze più consone di quelle del nostro Emilio Solfrizzi. Per il resto, mi è parso ci fosse la volontà di proporre la più classica delle versioni dell’Opera molèriana, con Argante, ossessionato dalla propria salute e convinto che non ci sia nulla di più importante della medicina, che decide di dare in moglie a Tommasino, un medico goffo e pedante figlio e nipote ‘d’arte’ rispettivamente dei dottori Diaforetico e Purgone, la propria figlia maggiore, Angelica, che rifiuta in quanto innamorata del giovane Cleante, mentre, alle spalle del capofamiglia, trama la sua seconda moglie, Bellania, che vuole impossessarsi dell’intero patrimonio familiare con l’aiuto del disonesto amante notaio Bonafede; in aiuto della figliola accorrono la sorella minore, Luigina, lo zio paterno, Beraldo, e, soprattutto, la serva Tonina, vero deus ex machina dell’intera vicenda, che convincerà il padrone prima a fingersi morto, facendogli scoprire il cinico interesse della moglie fedifraga e la genuina disperazione della figlia, così sventando l’infausto matrimonio, e poi a farsi nominare dottore, perché con la sua esperienza sarà il miglior medico di se stesso, finalmente autonomo, autosufficiente, indipendente, libero, in altre parole, solo.

La vita mi divora: per non darle in pasto me stesso, ho dovuto trovarle qualcos’altro che non sono io”. Ecco: un’altra qualità della nuova produzione della Compagnia Moliere – La Contrada – Teatro Stabile di Trieste in collaborazione con Teatro Quirino -Vittorio Gassman, inserita, in omaggio ai 400 anni trascorsi dalla nascita del grande drammaturgo francese, nel cartellone della Stagione di prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese per un numero più che cospicuo di repliche e recite straordinarie, tutte sold out, al Teatro Piccinni, è, senza dubbio, quella di individuare magistralmente il senso della realizzazione del sogno autarchico di Argante, sin dalla possente architettura lignea posta al centro del palco, ingegnosamente ideata da Fabiana di Marco, quasi un totem contro le malattie, una stairway to heaven che il protagonista non riuscirà mai a dominare né a scalare completamente se non – forse – nel finale, una torre di guardia nella quale recludersi per chiudervi fuori la morte o, molto più tristemente, la vita; in tal modo, è la realtà che prende vita sul palco ed ognuno di noi può riconoscere se stesso in quell’Argante, o, meglio, quel se stesso che ha dovuto subire il maledetto lockdown dell’oscuro periodo pandemico e che continua ancora oggi ad essere subissato dai timori che si possa tutti tornare in quello stato ristretto, privi di libertà, ostaggi di un nemico sconosciuto, invisibile, implacabile, che sembra abbandonarci per poi tornare a catturarci e violentarci, che – forse – ha già compiuto la sua maledetta missione, mutandoci in tanti novelli malati immaginari, schiavi della nostra stessa fallace umanità, e trasformando il mondo in un immenso nosocomio in cui “nessuno di noi sta bene, in realtà”.

Quel che si può contestare alla regia di Ferro, che poteva fregiarsi degli adeguati e sfarzosi costumi di Santuzza Calì, che trasforma Argante in una sorta di riluttante Pulcinella, e delle suggestive musiche di Massimiliano Pace, è, semmai, di non aver saputo gestire nel migliore dei modi quel citato “bel traffico nel mezzo”, lasciando che la lettura registica dei personaggi molèriani risultasse per lo più didascalica, statica e desueta, senza grandi spunti, forse troppo preoccupata di restare fedele alla pagina originale, se si eccettuano talune piccole concessioni, tra cui i godibili richiami alla mitica stesura della lettera che Totò e Peppino indirizzarono alla malafemmina nonché alla Banda degli Onesti resa immortale dagli stessi monumenti del cinema di tutti i tempi; certamente un’occasione persa da Ferro che avrebbe potuto osare di più, potendo indubbiamente contare su di un ‘materiale umano’ di altissimo livello ed incontrastata classe, a partire dalla presenza di Emilio Solfrizzi che, alle prese con quello che si può a ragione considerare il ruolo della vita, non si faceva trovare impreparato, realizzandone una rappresentazione di grande spessore che veicola verso la profonda vena malinconica di cui si è già detto, diversa da quelle di tutti i suoi illustri predecessori, tra cui non può essere dimenticato l’Argante cinematografico di Alberto Sordi, lasciando che l’innata estrema comicità del suo personaggio si stinga in amarezza e si esprima anche – e forse soprattutto – con i silenzi, le pause, i gesti, le movenze, padrone assoluto di una mimica cui ci ha ormai da tempo abituati. Al pari del capocomico, non era possibile non notare la straordinaria prova di Lisa Galantini, che ci regala una Tonina da antologia, talmente brava da riuscire a strappare le luci della ribalta al protagonista, stagliandosi come suo contraltare ed alter ego in una sola, un fiume in piena che riesce a donare alla machiavellica saggezza della serva un’interpretazione scoppiettante che – suppongo – avrebbe fatto felice lo stesso autore.

Rosario Coppolino è bravissimo tanto nei panni del notaio Bonafede, con cui Solfrizzi replica il già menzionato sketch della lettera, quanto in quelli del fratello Beraldo, così come Sergio Basile lo è nella doppia veste del dottor Diaforetico padre e del dottor Purgone: l’interpretazione di entrambi, incentrata soprattutto sulla assoluta padronanza della modulazione vocale, dona un fondamentale apporto al risultato finale. Appena più defilati, anche per ragioni di copione, Antonella Piccolo (Bellania), Mariachiara Di Mitri (Angelica), Cecilia D’Amico (Luigina) e Cristiano Dessì (Cleante), mentre un discorso a parte merita Pietro Casella che trasforma il suo Tommasino in una figura clownesca, talmente eccessiva, stravagante, deforme e grottesca da non riuscire a staccargli gli occhi di dosso e, nel contempo, a guardarlo senza scoppiare a ridere per il breve lasso di tempo che gli è concesso sul palcoscenico, uno di quei personaggi che, se si fosse in una serie tv, diventerebbe il protagonista del plausibile sequel, quello che – mi piace pensare – lo stesso Molière avrebbe scritto se ne avesse avuto il tempo.

Pasquale Attolico

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