Con la ripresa della storica edizione dei Teatri di Bari de “Il malato immaginario ovvero Le Molière imaginaire”, in scena al Teatro Kismet di Bari, Teresa Ludovico opera una preziosa esorcizzazione della morte, in occasione del 400° anniversario della nascita del drammaturgo francese

Un uomo che è ormai entrato nel quarto secolo di vita, senza dubbio alcuno è immortale.” (Michail Bulgakov)

Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita. È la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto, e gli uomini muoiono tutti quanti per via dei farmaci e non per via delle malattie.” (Molière)

17 febbraio 1673: Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, è certamente l’autore e attore di teatro più prestigioso e famoso di Francia. Quella sera, il Teatro Palais-Royal di Parigi ha in cartellone la quarta replica della sua trentesima commedia, “Le malade imaginaire”; nonostante sia stremato dalla malattia che lo affligge, Molière decide di andare in scena, ricoprendo il ruolo del protagonista Argante, “per non privare – dice – del guadagno cinquanta poveri lavoratori che non hanno che l’incasso per vivere”, ma, dopo l’ultima battuta dell’ultimo dei tre atti, sviene a seguito di un attacco di tosse che gli dà tremende convulsioni; trasportato, pare grazie all’intervento di due suore, a casa sulla sua poltrona di scena, vi muore poco dopo, vittima di un’emorragia devastante. Invero, altra fonte, meno accreditata ma senza dubbio più suggestiva, vorrebbe che il grande drammaturgo sia morto in scena soffocato dalle risate che gli procuravano le stesse battute create per il suo ultimo capolavoro.

Basterebbe questo solo ‘incerto’ aneddoto a spiegare quanto la figura di Molière sia ancora oggi avvolta nel mistero, come del resto accade anche per Shakespeare, controversa al punto che qualcuno, non potendosene rintracciare i manoscritti, andati tutti misteriosamente ed irrimediabilmente perduti, osò metterlo in discussione, nonostante la sua opera abbia indelebilmente segnato la storia del teatro del suo tempo e di ogni tempo a venire: il suo pungente sguardo satirico, la lucida capacità di cogliere la componente grottesca della realtà e una imprescindibile onestà intellettuale che gli procurò parecchi nemici ma anche l’ammirazione di Luigi XIV, il Re Sole in persona, il cui intervento consentirà alle sue spoglie di avere sepoltura cristiana, oltre ad una sconfinata passione per il teatro, ne fanno tuttora uno degli autori più rappresentati al mondo.

Grazie ad un geniale escamotage, Teresa Ludovico con il suo “Il malato immaginario ovvero Le Molière imaginaire”, ripresa della storica edizione dei Teatri di Bari, fortemente voluta, in occasione del 400° anniversario della nascita del drammaturgo francese, dal Teatro Kismet di Bari, uno dei tanti fiori all’occhiello della annuale Stagione curata dalla stessa Ludovico, torna a quella notte del 1673, trasportandone, però, l’ambientazione in una irrintracciabile realtà italiana, a metà tra una casa veneziana dalle tinte goldoniane ed un basso napoletano regno di un verace Pulcinella (uno straordinario Piergiorgio Maria Savarese, in risalto rispetto agli altri componenti della Compagnia anche in quanto tenutario dei ruoli centrali della serva Antonietta e di Aldo, il fratello attore di Argante); è a lui che, a sipario chiuso, dà il compito di introdurci nell’ultima recita di Molière, in quella inimitabile pagina teatrale scritta direttamente sulla scena, perfetta anche grazie alla totale aderenza tra l’autore ed il personaggio di Argante (qui interpretato da un sublime Augusto Masiello che, finalmente, si riprende il posto da protagonista che gli è dovuto in teatro), entrambi tormentati da eventi nefasti e da una salute precaria (“le mythe d’un Molière chroniquement malade, la belle histoire romantique d’un acteur poitrinaire tirant son art de son mal”, diranno i suoi biografi).

La regia della Ludovico sembra soprattutto orizzontata a far risaltare l’esorcizzazione della morte operata dal Maestro, una lettura che, nei tempi oscuri che ci è dato in sorte di vivere, appare oltremodo preziosa. La satira contro i medici, di cui l’opera originale è pregna, si rivela, dunque, utile ad operare anche una stizzosa e disperata analisi dell’uomo che, nella sua ridicola presunta impotenza, si abbandona agli altri per la sua salvezza; così, pur senza tradire lo spirito primigenio, attorno ad Argante, oltre a medici e guaritori, pozioni e medicamenti, sembrano ruotare figure “altre”, sinistre, oscure, opprimenti, precisamente simboleggiate dallo spaventoso e terroristico Dottor Pepitone (il sempre ottimo Michele Cipriani), che, dall’alto del loro acquisito potere, risultano fondamentali per la materializzazione delle fobie del malato immaginario. In questa ottica, le spassose trovate e gli ingegnosi espedienti, dalla finta morte del protagonista per sondare il cuore della moglie e della figlia, al conflitto con quest’ultima in materia di matrimonio, fino alla burla della laurea “honoris causa” in medicina (senza dubbio il punto più alto di tutta la malcelata critica ad un sistema marcio), vengono reinventate e modernizzate dalla regia della Ludovico, in cui tutto il sovrappiù è stato raschiato via per scandagliare l’animo umano e rivelarne i sentimenti più nobili, gli unici che – anche oggi – andrebbero preservati, a ricordare a tutti noi che, come direbbe lo stesso Molière, “si muore una sola volta, ma per tanto tempo!

Con una sapiente miscela di eccentrica ironia e satirica interpretazione, la pièce è capace di catturare il pubblico facendolo divertire e riflettere, grazie ad una messa in scena lucida, appassionata ed appassionante; nella strabiliante quanto geniale scenografia a piramide di Vincent Longuemare (sue anche le luci), in cui tutto è visibile, certamente in omaggio alle antiche regole della Commedia dell’Arte, agghindati negli affascinanti abiti ideati da Luigi Spezzacatene, gli occupanti di questo caleidoscopico atomo di cui Argante / Molière / Masiello è l’immobile nucleo, giustamente posto al centro e in alto a dominare la scena, ma sempre pronto, con magistrale contegno, a posizionarsene idealmente a lato, lasciando agli altri le luci della ribalta, danzano freneticamente, sulle musiche della suite “Le Molière imaginaire” che il Maestro Nino Rota realizzò per le coreografie di Maurice Béjart, oggi eseguite da Michele Di Lallo (fagotto) e Cosimo Castellano (pianoforte) grazie alla consulenza di Nicola Scardicchio e Leonardo Smaldone, un manipolo di fantastici elettroni impazziti tra cui si celano alcuni tra i migliori prodotti attoriali del nostro teatro che rispondono al nome, oltre ai già ricordati Savarese e Cipriani (che è anche e soprattutto un macchiettistico esilarante Tommaso Caccamolle), di Sara Bevilacqua (una conturbante e fedifraga Donna Checchina), Paolo Summaria (un borioso ed ignorante Dottor Caccamolle, un perfido ed infedele Notaio Bonafede, un “purgativo” Dottor Lascoreggia), Lucia Raffaella Mariani (una acerba Angelica, figlia fedele) e Christian Di Filippo (un focoso Santino, preso d’amore, anch’esso acerbo, per Angelica), tutti ingranaggi di un perfettamente oliato meccanismo che posa la sua riuscita sulla fisicità, talvolta marionettistica, dei gesti e delle posture, sulla mimica facciale e, soprattutto, sull’attento studio dei linguaggi, dei suoni e dei toni, presenti in tutte le loro possibili sfumature, dall’ironico alla provocazione sino al clownesco, giungendo ad esaltarsi nel gioco di parole e nell’iterazione delle situazioni.

Si replica sino al 9 marzo al Teatro Kismet di Bari e poi al Teatro Radar di Monopoli (dal 12 al 17 marzo) e al laboratorio urbano La Cittadella degli Artisti di Molfetta (19 e 20 marzo).

Pasquale Attolico

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