Attraverso la grande lezione di Hannah Arendt, trasmettere alle nuove generazioni l’urgenza di tornare ad anteporre la riflessione coscienziale e morale alle azioni: è la sfida vinta da Valeria Simone con la pièce “La pescatrice di perle. Breve conversazione con H. A.”, la produzione Acasâ interpretata da Marianna De Pinto ed andata in scena al Teatro Kismet di Bari

Purtroppo sembra che sia più facile convincere gli uomini a comportarsi nel modo più impensabile e oltraggioso, piuttosto che convincerli a imparare dall’esperienza, a pensare e a giudicare veramente, invece di applicare categorie e formule precostituite nella nostra testa. I sudditi ideali del regime totalitario sono le persone per le quali non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso. Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre.” (Hannah Arendt)

Evocare, citare, richiamare alla mente ed alla memoria una figura chiave del Novecento, evitando ogni forma di celebrazione o, peggio, commemorazione, ma, semmai, visitando e lasciandosi visitare dalla sua idea, dai suoi concetti, come fosse una lezione che ci è stata consegnata e che, per quanti si pongano all’ascolto, possa divenire non solo condivisione di pensiero e di vita, ma anche monito, nella certezza che “i vuoti di oblio non esistono; nessuna cosa umana può essere cancellata completamente, qualcuno resterà sempre in vita per raccontare e, perciò, nulla può mai essere praticamente inutile: siamo contemporanei fin dove arriva la nostra comprensione”. È quello che, accettando una sfida titanica, ha fatto Valeria Simone con la sua splendida pièce “La pescatrice di perle. Breve conversazione con H. A.”, la produzione Acasâ, interpretata da Marianna De Pinto, andata in scena per un folto quanto attento pubblico nell’ambito dell’annuale cartellone del Teatro Kismet di Bari, dove H. A. sta per Hannah Arendt, la filosofa che, grazie alla sua indiscussa personalità, indipendente quanto controversa come poche altre mai, sfugge ancora oggi a qualsivoglia semplicistica catalogazione.

Tedesca, rampolla di una ricca e facoltosa famiglia di origine ebraica, Hannah si forma a Berlino sino a quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, è costretta all’esilio prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dove pubblicherà pietre miliari della filosofia moderna, come “Le origini del totalitarismo”, il celeberrimo “La banalità del male” e “Vita activa”, e morirà nel 1975 mentre continuava a lavorare a “La vita della mente”, opera rimasta incompiuta. Consideratasi sempre – forse schernendosi – una teorica, una pensatrice politica e non una filosofa, quasi che la sua attività fosse una naturale risposta alla carenza di analisi che aveva permesso la crescita dei due mostruosi regimi totalitari per eccellenza, quello nazista del nazional-socialismo di Hitler e quello comunista del socialismo reale di Stalin, la Arendt è stata senza dubbio una delle più profonde indagatrici delle radici storiche, politiche, culturali ed economiche che hanno condotto all’antisemitismo, esaminatrice di quella deriva, senza precedenti nella storia della Terra, che ha portato all’abdicazione ed al fallimento della democrazia ed, infine, alla cancellazione di ogni forma, impulso, segnale, parvenza di umanità, giungendo ad uccidere in nome di ideologie ed ideali; un’investigazione che ha, con ogni probabilità, il suo punto di non ritorno nella redazione del citato “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme” del 1963, il libro nato dalla decisione della autrice di essere presente come inviata del “Newyorker” al processo cui lo Stato ebraico sottopose Adolf Eichmann, il carnefice che aveva contribuito in maniera decisiva alla deportazione di migliaia di ebrei nei campi di concentramento.

Colpita dalla personalità dimessa del gerarca nazista, il quale si presentava al banco degli imputati come uno scrupoloso e zelante impiegato che aveva fatto carriera obbedendo agli ordini dei suoi superiori e mettendoli pienamente in pratica, Hannah si ritrovò a confrontarsi con il tema dell’apparato del potere politico e della burocrazia, con quella macchina che vive, si sviluppa, cresce e, riconoscendosi una assoluta egemonia, impartisce ordini nutrendosi esclusivamente dell’obbedienza cieca e silenziosa di migliaia di uomini normali rivelatisi ingranaggi manipolabili, masse corporee private della loro umanità, qualcosa di più simile ad un fantoccio che ad un essere umano, tanti piccoli burattini, pupazzi senza alcuna volontà di ribellione nei confronti dell’apostolo del male che li ha soggiogati.
Ad Eichmann non si poteva contestare di essere stato un protagonista, seppur in negativo, dei suoi tempi, ma solo di non essersi opposto, di non aver sviluppato una coscienza, di non essersi fatto attraversare dal dubbio, dal pensiero di essere nel torto, di non essersi mai messo nei panni degli altri, ponendosi ottusamente al servizio del potere politico, per nulla interessato agli scopi, alle ragioni ed alle modalità utilizzate per perseguirne il fine, fossero anche violente o, addirittura, di morte.

È in questa nuova visione che la Arendt sviluppa il suo paradigma del male banale ritenendolo più pericoloso del male radicale, in quanto quest’ultimo può essere frutto di una sola persona violenta, incline alla malvagità, un pazzo, un megalomane, un criminale, un despota, un tiranno, ma richiede una scelta, un coinvolgimento, un’adesione consapevole, mentre il male banale non richiede altro che un’obbedienza cieca, una capacità cui gran parte del genere umano è, da sempre e per sempre, orientata, predisposta, propensa, talmente incline all’accettazione supina da anelare l’arrivo dell’uomo forte in ogni occasione, pronta ad abbracciarlo anche se la sua stretta è devastante, annientante, mortale. Eppure, afferma la filosofa, il coraggio di opporsi ad una politica di violenza e di morte, senza morale, è insito nell’uomo: basterà che esso, rifiutandosi di abdicare la propria ragione, non faccia affiorare il male banale, anch’esso innato in lui, e non diventi pedina del male radicale, accogliendo il monito di Étienne de La Boétie che nel suo “Discours de la servitude volontaire” scriveva “soyez donc résolus à ne plus servir et vous serez libres. Je ne veux pas que vous le poussiez ou l’ébranliez, mais seulement ne le soutenez plus, et vous le verrez, comme un grand colosse à qui on a dérobé sa base, de son poids même fondre en bas et se rompre”.

Il messaggio della Arendt è universale, non conosce confini o limiti, risultando sempre di urgente, se non drammatica, attualità, soprattutto in questi nostri incerti ed infermi tempi in cui riaffiorano nazionalismi in ogni angolo del mondo, gli stessi luoghi che vengono sferzati da nuovi gelidi venti di conflitti, moderne guerre sante in nome di un dio con un nome diverso dal passato ma, probabilmente, ben più spietato. Oggi quella autorevole voce torna opportunamente e finalmente a levarsi proprio grazie alla pièce di Valeria Simone che, riuscendo a sollevare il velo – artifizio visivo realmente utilizzato dalla regista – dietro cui la filosofa è stata strumentalmente relegata da parte dei suoi contemporanei e dei suoi successori, non ha timore di affrontare la complessità del pensiero arendtiano pur di giungere al cuore delle sue teorie, regalandoci un’opera degna di ogni lode ed attenzione, fondamentale, essenziale, assolutamente indispensabile non solo per la purissima vocazione antropologica e per l’altissima cifra stilistica e poetica che la contraddistingue, ma anche per il lodevole coraggio che denota nel voler affrontare tali argomenti e, soprattutto, nel porsi alla ricerca di chi voglia mettersi all’ascolto in un periodo storico come quello in cui viviamo, dominato, a causa anche di una comunicazione incancrenita e parziale, da reticenze, disorientamento, interessi privati e disinteresse nei confronti del bene comunitario, una difficoltà – meravigliosamente visualizzata dal genio di Eduardo De Filippo nel protagonista della sua “Napoli milionaria” – che l’accomuna immediatamente alla genesi di “Se questo è un uomo” ed alla caparbia volontà di Primo Levi di pubblicare il suo capolavoro nonostante la generale indifferenza.

Ebbene, diciamo subito che “La pescatrice di perle” vince a pieno titolo la sua scommessa, trasmettendo, prima che sia troppo tardi, alle nuove generazioni l’urgenza di tornare ad anteporre la riflessione coscienziale e morale alle azioni, che vanno sempre preventivamente sottoposte al vaglio di una ragione critica e libera, perché “è nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato”. Fin dal titolo, creato mutuando l’appellativo che la Arendt aveva coniato per Walter Benjamin, nel suo immaginario accomunato a Franz Kafka (citato dalla voce fuori campo in apertura di sipario), l’amico del cuore dall’inusuale estrema facilità nell’estrarre le frasi più belle da testi dimenticati, lo spettacolo tradisce immediatamente l’aspirazione di trasferire, trasportare, portare oltre (dal greco metapheréin, significato originario della parola metafora, tanto amata dal filosofo morto suicida proprio a causa dell’accanimento nazista nei suoi confronti) e far giungere sino a noi il pensiero, le lezioni, le opere, le parole stesse di Hannah, realizzandone la missione anarchica, trasferendole “idealmente non solo in un mondo remoto nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo migliore”, affinché cerchino, trovino ed attraversino sensibilità affini, seppur apparentemente lontanissime, illuminandosi reciprocamente, magari risvegliando in loro la sopita ribellione all’essere incasellati e modellati su un ordine già esistente.

Nel fondo degli abissi, in cui affonda e si dissolve tutto ciò che un tempo aveva vita, alcune cose subiscono “dal mare un mutamento” e sopravvivono in nuove forme e figure cristallizzate, immuni agli elementi, come in attesa del pescatore di perle che un giorno scenderà sino a loro per ricondurle al mondo dei vivi”, ipotizzava la Arendt, ed è esattamente quello che realizza la Simone con il suo spettacolo: una catartica quanto coraggiosa discesa nelle oscurità dell’animo umano, osservandone i particolari e presentandoli in un modo più vicino ai nostri tempi, così da liberarli da schemi e dare loro nuova forma, nuove accezioni, nuovi significati, nella malcelata – ma, auspichiamo, ben riposta – speranza che da quelle rovine possa nascere un individuo pronto a “spostare montagne, costruire nuovi mondi e pure passare indenne attraverso la distruzione e le macerie di tutte le precedenti costruzioni difettose e vacillanti, perché a lui, solo che egli sia di buona volontà, gli dei hanno dato un cuore indistruttibile”. Ed è questo – riteniamo – il motivo per cui, pur richiamando dalle viscere della memoria ai nostri occhi quel fantoccio di uomo di cui Eichmann fu l’incarnazione, quasi a ricordarci la sua presenza ogniqualvolta ci identifichiamo in lui davanti al potente di turno, sia esso un datore di lavoro o finanche un bandito da strapazzo, l’autrice decide di non farlo assurgere sul palco verso il proscenio, abbandonandolo in ombra, oltre il velo, in quel limbo dell’umanità in cui egli stesso si è relegato, lasciando che sia concesso alla sola Arendt di manifestarsi nella più che perfetta recitazione di Marianna De Pinto.

Ottimamente supportata dal disegno luci di Michelangelo Campanale, cui si devono anche le suggestive scenografie, l’attrice ricostruisce la figura della filosofa donandocene una rappresentazione kantiana (“così potente nella creazione di un’altra natura con la materia della natura reale”), allontanandosi da caratterizzazioni, ma abbandonandosi ad una immedesimazione che appare prima di tutto mentale e che le consente di dotare il – nient’affatto facile – personaggio di un’anima pulsante e viva, capace, pur nella sua connaturata fierezza, di esprimere una sensibile umanità che produce – quasi inavvertitamente – nello spettatore un effetto specchio, un’identificazione che abbatte irrimediabilmente la quarta parete, servendosi anche di una ipnotica gestualità inedita, quasi fosse un moderno linguaggio dei segni per chi non riesce, non può, non vuole ascoltarne le parole; un’interpretazione che lascia il segno, tale è l’adesione alla protagonista ed alla scrittura della Simone.
Quando, al termine del monologo / lezione, la Arendt farà ritorno al suo tempo, riguadagnando il fondo del palcoscenico oltre il velo che la nasconde a noi, ogni mente pensante nascosta tra il pubblico sa bene che la sua lezione filosofica ed umana non potrà, d’ora in poi, più abbandonarci né correre il rischio di essere dimenticata, perché “gli uomini muoiono, ma non sono fatti per morire. Sono creati per incominciare!

Pasquale Attolico
Foto di Mariagrazia Proietto
dalla pagina facebook della Compagnia teatrale Acasâ

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