Sogni, incubi, desideri ed errori di una vita tutta sbagliata di cui è impossibile riavvolgere il nastro: al Teatro Kismet di Bari è andato in scena “L’Oreste. Quando i morti uccidono i vivi”, il graphic novel theater di Francesco Niccolini interpretato da Claudio Casadio per la regia di Giuseppe Marini

Una scrivania piena di carte, un armadio, un letto e sullo sfondo quadri accatastati alla parete.
Nell’aria risuona dolce la melodia di “Parlami d’amore Mariù”, ma la voce che canta è sgraziata, stonata, proprio come il personaggio che si agita nel letto prigioniero dei suoi fantasmi.

L’Oreste è internato nel manicomio dell’Osservanza di Imola. Abbandonato da sua madre quando era ancora bambino, nel suo passato ha vissuto avvenimenti terribili che ha rimosso ma dei quali non riesce a liberarsi. La morte della sorella, la partenza di suo padre per la guerra, il suo ritorno dalla campagna di Russia, il rifiuto da parte di sua madre e la morte violenta di lei insieme all’amante. Fantasmi che vivono nella sua testa e lo incalzano, tragedie solo accantonate che riemergono in una vita disperante e disperata.
L’Oreste è solo un nome, non altro. Neanche un cognome che segni un’appartenenza, che lo colleghi ad un luogo o alla sicurezza di un calore familiare.
L’Oreste è un mucchio di ricordi confusi e trasfigurati, un invisibile senza individualità.
L’Oreste non dorme mai, disegna sempre, parla, parla continuamente con Ermes, il suo compagno di stanza, con sua sorella, e scrive in modo compulsivo alla sua fidanzata, una ragazza che ha conosciuto ad un “festival per matti” nel manicomio di Maggiano, a Lucca. Fantasmi e visioni dei mondi che coltiva dentro di sé: sogni, incubi, desideri ed errori di una vita tutta sbagliata (“se mi fanno riavvolgere il nastro, ritorno indietro e risolvo tutto” ripete a se stesso).

Dopo il debutto al “Lucca Comics & Games” dello scorso ottobre, e nel corso di una tournée nazionale, è giunto al Teatro Kismet di Bari “L’Oreste. Quando i morti uccidono i vivi”, il nuovo spettacolo di Francesco Niccolini, interpretato da Claudio Casadio per la regia di Giuseppe Marini, co-prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri e Società per Attori.

Un solo attore in scena, ma non un monologo, perché grazie alle illustrazioni di Andrea Bruno e alle animazioni dell’Imaginarium Creative Studio, lo spettatore è catturato in una interazione continua tra teatro e fumetto, tra il dinamismo del personaggio vivo e le voci (volutamente) piatte degli interlocutori, proiettati sullo sfondo, immobili se non fosse per il rapido movimento delle labbra, anime in bianco e nero che si colorano solo nel ricordo di rari momenti di felicità o di inenarrabile violenza: sono loro i fantasmi che popolano la vita dell’Oreste, che cerca una via di fuga nel sogno di incontrare la ragazza del festival e soprattutto suo padre, ripartito per la Russia per una fantastica carriera come cosmonauta.

In questa coraggiosa scelta di far interagire l’attore e l’immagine parlante, il rischio è quello di non riuscire a rispettare la sincronia necessaria, o di sottomettere la narrazione al ritmo prestabilito, ma ci sembra che, a parte un paio di trascurabili momenti di sovrapposizione, Casadio abbia abilmente superato la sfida, dando vita e voce ad un personaggio indimenticabile, sgangherato e sognante, grezzo e per nulla gradevole, tenero e subito dopo violento.

Uno spettacolo di struggente poesia e forza, drammatico e disperato come la vita stessa dell’Oreste, una narrazione quasi brutale sul delicato tema della malattia mentale. Le musiche di Paolo Coletta poi si coniugano perfettamente con la storia: brani avvolgenti accompagnano i ricordi infantili, mentre armonie più incisive e dissonanti sottolineano le rivelazioni più drammatiche.
Uno spettacolo importante, forte, scorticante nella brutalità delle parole e dei gesti.
Una prova d’attore affidata anche ad una fisicità invadente e ad una mimica estrema, carica.

L’Oreste che, in virtù della legge, dopo trent’anni può finalmente uscire dal manicomio per rincorrere il suo sogno, scopre di essere totalmente impreparato alla vita. Persino percorrere il viale alberato che porta alla stazione, entrare in un bar e prendere un caffè (che non ha mai bevuto in vita sua) diventa impossibile impresa. Di fronte alla frustrazione, al desiderio, al bisogno, di fronte alla constatazione della propria inadeguatezza, dell’impotenza nei confronti della vita, l’Oreste reagisce con la violenza cieca, l’unico linguaggio che conosce, l’unico modo per comunicare (unilateralmente) con l’incomprensibile mondo che lo circonda.
L’Oreste però non smetterà di cercare un modo per raggiungere la sua improbabile fidanzata a Lucca, suo padre in Russia, se stesso. Troverà un modo tutto suo di riavvolgere il nastro della sua vita, e di partire.

Imma Covino
Foto di Silvio Donà

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