“7 Donne e un mistero”: cancellati cinismo e suspense dell’originale francese, il remake di Genovesi si fonda sulla leggerezza e sulla “chiacchiera”

Quando, alla fine degli anni ’50, Robért Thomàs scrisse la pièce teatrale Huit Femmes pensava ad una classica commedia francese tutta basata su dialoghi scoppiettanti, come l’amore dei francesi per la loro lingua ci ha insegnato. Incalzanti messinscena nelle quali i personaggi parlano con rapidità, sarcasmo e ironia. Quell’insieme di ritmo e cinismo che spesso ci affascina (almeno a me fa questo effetto) e contraddistingue i lavori più apprezzati della drammaturgia leggera transalpina.

Nel nostro “7 donne e un mistero“, un remake modificato del lavoro di François Ozon del 2002 con la Deneuve, la Huppert e l’Ardant, la storia è ambientata in una ricca villa negli anni ’30 del secolo scorso; qui, alla vigilia di Natale, cinque donne (la nonna materna, la madre, la sorella, le due figlie) iniziano la loro giornata con un’abbondante colazione preparata dalla bella e procace domestica meridionale (la sesta donna), sorprese dall’arrivo anticipato della più giovane delle due figlie, attesa solo per pranzo.
Il primo quadro, e l’avvio della storia, si conclude con la scoperta del cadavere dell’unico uomo della casa (Marcello) trovato sul letto con un coltello infilzato nella schiena.
Da qui si dipana una vicenda, completata con l’arrivo dell’amante (la settima donna) del defunto, tutta al femminile, in cui (originariamente) una figlia avrebbe il ruolo dell’investigatrice, espediente che permette a tutte le protagoniste di mostrare il lato più oscuro e segreto del loro rapporto con l’accoltellato.
La casa diventa una gabbia isolata, senza telefono, la macchina rotta, il cancello sbarrato.
Chi ha pugnalato Marcello? Chi costringe le donne del nostro mistero alla forzata convivenza assediate dalla neve?
Il mistero si dipanerà, com’è ovvio, in modo che – nella stesura originale – risultava non banale, mentre nella versione italiana interviene Alessandro Genovesi che cambia il finale sostituendo il cinismo transalpino con una specie di lieto fine, francamente piuttosto scialbo.

Il film ha sicuramente l’ambizione di mescolare la suspense di genere (tipo Agatha Christie), non certo terrorizzando lo spettatore, ma abbozzando una specie di analisi dei personaggi, offendo loro una sorta di speranza. Il tutto in maniera leggera. In certi momenti, francamente, troppo leggera.

Non è riuscito il tentativo, semmai fosse nella dichiarazione d’intenti, di confermare i ritmi teatrali o, quanto meno, anche dell’opera cinematografica di Ozon.

L’ambientazione salva l’insieme: la villa è oggettivamente molto bella, ma il trucco e le luci non sempre rendono giustizia alle attrici che, in certi momenti, appaiono con le facce lucide, quasi innaturali, come fossero statue di cera.

Le sei interpreti principali Margherita Buy, Sabrina Impacciatore, Michaela Ramazzotti, Luisa Ranieri, Diana del Bufalo e Benedetta Porcaroli, non sembrano mai veramente in parte, recitando in maniera statica e poco attraente. Anche la scena clou, il bacio lesbico tra la Buy e la Ramazzotti, ha la sensualità di un pezzettino di ghiaccio, persino un po’ squagliato.

Una menzione a parte merita Ornella Vanoni che, perlomeno, ci consegna una figura divertente.

Nell’insieme, un film non pienamente riuscito, ma non sgradevole, che ben si lega a queste feste covid un po’ malinconiche, in cui abbiamo solo voglia di non pensare.

Marco Preverin

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