“Don’t look up”, la nuova produzione Netflix in cima alle classifiche dei film più visti, ci presenta la fine del mondo come un immenso e falso circo

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Il 26 dicembre, un po’ stanco e un po’ timoroso di incontri covid portanti, mi sono messo sul divano a guardare questa nuova produzione Netflix, Don’t Look Up, film, al momento, schizzato al primo posto tra i più visti, interessato più dagli attori, una sfilza di nomi di primissimo piano hollywoodiano, senza conoscere nulla della pellicola che stavo per vedere e di una trama che mi avrebbe portato per mano dalla scoperta di un meteorite in rotta di collisione con la terra fino alla necessaria conclusione distruttiva.

La dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scopre l’esistenza di una cometa non ancora identificata. Il suo professore, Randall Mindy (Leonardo Di Caprio), calcolandone la traiettoria, scopre che il corpo celeste colpirà la Terra in circa sei mesi e che le sue dimensioni sono tali da comportare la distruzione completa di qualsiasi forma di vita sul pianeta.
Dato l’incipit, si susseguono una serie di eventi, a cominciare dall’inattesa incredulità iniziale della Presidente degli USA (Meryl Streep), che si sviluppano, dopo l’apparizione televisiva dei due scienziati e l’uso spregiudicato che la politica fa della catastrofe imminente, in un rotolante meccanismo mediatico – politico in cui tutti continuano a rappresentare gli eventi leggendoli solo come strumento per maggiore ricchezza o popolarità, senza alcun riguardo della verità e tantomeno di coloro che poi effettivamente moriranno.

Fra tutti spicca l’imprenditore tecnologico Peter Isherwell (un Mark Rylance rassomigliante all’icona del genio dell’informatica al limite dell’idiota che però riesce a schiavizzare tutti), finanziatore della Presidente, che riesce a far saltare la missione di salvataggio della terra perché il nucleo della cometa contiene moltissimi materiali rari preziosi fondamentali per le tecnologie cellulari. Si organizza, quindi, un piano alternativo, basato sulle tecnologie sviluppate da Isherwell, che prevede di frantumare la cometa in piccoli meteoriti innocui per poi sfruttarne commercialmente i materiali, una volta recuperati.
Ovviamente il piano fallirà e ciascuno dei nostri personaggi svilupperà il suo personale modo di attendere la fine del mondo.
Anche se, com’è noto, non tutti sono uguali.

Il film è colorato fin dai titoli di testa e non ha certo la velleità di raccontarci come può avvenire la fine del mondo quanto piuttosto le modalità assurde di concepire in qualche misura che il mondo possa finire.
Di fronte all’annuncio della incombente catastrofe, conta di più il tradimento del compagno di Ariana Grande (talentuosa ragazzina cantante) e l’attrazione della conduttrice per il professore di astronomia che la notizia in sé, soprattutto quando la comunicazione avviene in “maniera sbagliata”.

Insomma, un prodotto in cui il regista e autore Adam McKay sbeffeggia con divertente graffiante sarcasmo la società americana (e non solo), utilizzando senza parsimonia gli stereotipi che la tradizione del genere ci tramanda, individuando già nel titolo le linee portanti dell’opera, in cui moltissimi spettatori hanno individuato una schierata, se non profetica, lettura e pesante critica su come l’umanità tutta abbia affrontato la pandemia dovuta al Covid19, discorso troppo lungo per poter essere affrontato in questa sede.

Jennifer Lorenz, in un rosso scioccante, come sempre non delude e Leonardo di Caprio, ingrassato genere professore di provincia, rappresenta il classico provinciale che si fa sedurre dalla grande metropoli e dai suoi sacerdoti laici, per poi riscattarsi quando finalmente capisce di essere solo uno strumento nelle mani di altri.
Molto in parte la coppia dei presentatori televisivi Kate Blanchett e Tyler Perry, padroni della scena.
Mark Rylance nel ruolo del guru della nuova comunicazione telefonica dà una rappresentazione efficace del controllo idiota che tutti noi subiamo giornalmente (ha un algoritmo che predice non solo quando ma soprattutto come moriremo e lo scoprirete se
avrete la pazienza di aspettare la fine di titoli di coda).
Meryl Streep, come sempre impeccabile anche nel rappresentare un personaggio totalmente autoreferenziale, è una delle colonne portanti della storia.
Per tutta la parata di altre stelle che compone il lunghissimo cast di questo lungo film (un po’ meno di 2 ore e mezza) vale la conosciuta legge del cinema per cui più gente famosa ci metti più hai la possibilità di far vedere il film.

L’insieme è certamente interessante e, se posso, vi consiglio di vederlo in lingua originale. con i sottotitoli.
La recitazione è molto legata all’espressività giornaliera e alcuni dialoghi onestamente sono tradotti con molta difficoltà.

Marco Preverin

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