“Diabolik”, il nuovo film dei Manetti Bros, tra luci, ombre ed una splendida Eva Kant

Ambientato nella città immaginaria di Clerville a fine anni ’60, il film segue le avventure di “Diabolik“, ladro spregiudicato dal volto misterioso, che ha messo a segno l’ennesimo colpo, sfuggendo alla polizia sulla sua splendente Jaguar E-type.
La svolta, della storia, è l’arrivo in città della bellissima Eva Kant (Lady Eva Kant dal passato misterioso), un’ereditiera arrivata con un gioiello di grande pregio, il famoso diamante rosa. La pietra prezioso è per Diabolik una calamita alla quale non sa resistere ma sarà lui ad essere rapinato dalla stupenda seduttrice.
Stregato da lei, troverà in Eva non solo la sua amante ma anche la complice abile ed implacabile.
L’Ispettore Ginko, però, aiutato dalla sua squadra, è costantemente sulle tracce del ladro e, con grande abilità, riuscirà a mettere alle strette Diabolik. Solo Eva lo condurrà fuori dal carcere.

Quando un autore cinematografico deve trasporre un fumetto, pur nelle molte scelte stilistiche e di rappresentazione che ha di fronte, ha la necessità di girare ad un incrocio.
Da una parte, la raffigurazione del personaggio, le sue specificità, le sue paure, i suoi affanni, le gioie. La sua prima e la sua seconda vita. Lo ha fatto Cristopher Nolan nella sua trilogia sul Cavaliere Oscuro. Era il personaggio (Bruce Wayne-Batman) la fonte centrale del lungo racconto della sua vita.
I Manetti Bros hanno, invece, scelto di andare dritto senza badare troppo al film ma guardando saldamente il fumetto. Ne è venuto fuori un lungometraggio che assomiglia più ad una mera trasposizione dell’immagine fumettistica che alla costruzione organica di un prodotto per il cinema.

I dialoghi sono minimali e talvolta onestamente imbarazzanti. Non posso nascondere che in qualche momento hanno suscitato una franca e spontanea risata, anche se, credo, non cercata dagli autori e dai registi.
L’ambientazione, facsimile anni ’60, è piacevole e ben strutturata, anche se, magari fuori trama, si poteva aggiungere il Cynar.
Le riprese delle città italiane (Bologna Milano Trieste e Courmayeur) che fanno da sfondo alle avventure del nostro sono tradizionali, molto simili ai “poliziotteschi” degli anni 70, quelli interpretati da Maurizio Merli, Luc Merenda e con gli attori americani più affezionati a Roma che a L.A. Un po’ di malinconia perché le strade sono molto più ricche di pedoni che di automobili.

In realtà, la vera protagonista di tutto il percorso filmico è Eva Kant interpretata in maniera sexy, anche nel tono e nella musicalità della voce, da Miriam Leone. La nostra attrice, questa volta, lascia intravedere quasi tutto di sé. Un ruolo da femme fatale nella cui scia i maschi, come insetti attratti dalla luce blu che uccide, si affannano senza essere tenuti in alcuna considerazione. Una figura, per molti versi la meglio riuscita del film, che domina la storia, non solo per l’eleganza ricercata e non distratta, cui si contrappone una generale sciatteria maschile anche nel vestire, ma anche nel più generale disegno del personaggio. In questo i registi, come sostengono gli intenditori del genere, si sono certamente allontanati, e per fortuna, dal topos fumettistisco.
La seconda grande interprete della pellicola è la Jaguar E-type nera, la cui interpretazione è senz’altro degna di nota.

Valerio Mastrandrea è un Ginko pacato, distaccato, freddo cacciatore che guida i cani (suoi poliziotti) ed uno squalo (la vecchia Citroën DS), all’interno del quale scarrozza il sergente che ogni fa domande non proprio acutissime.
Elisabetta Rossi (la moglie) e Vanessa Scalera (la segretaria del viceministro dell’interno) interpretano i loro ruoli in maniera puntuale e corretta (soprattutto la seconda).
Un simpatico cameo di Claudia Gerini che, come sempre, dà un tocco di mondanità leggermente frivola ma simpatica alle sue interpretazioni.
A tutti gli altri attori di questo film bisogna voler bene pensando alle loro ottime interpretazioni in altri film anche con gli stessi registi.

La scelta della squadra solita e collaudata dei Manetti Bros questa volta non appare coerente con i personaggi e l’ottimo Luca Marinelli non riesce a mettere al servizio del protagonista la sua arcinota bravura.

Insomma, un esperimento riuscito in parte ma nell’insieme non sgradevole e, se non disturba l’idea che un ladro e assassino (anche senza particolari motivi) cinico, maschilista all’eccesso (manco James Bond), con venature di crudeltà gratuita possa essere l’eroe di una storia, si può passare un po’ di tempo senza pensieri.

Un’ultima notazione. Mi perdonerete lo spoiler, ma solo il Cirano Post può rivelarvi la vera identità di Diabolik:

Marco Preverin

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