Un dono incondizionato, totale, compiuto di un Artista al suo pubblico: “Ferzaneide. Sono ia!” di e con Ferzan Özpetek ha aperto la Stagione di prosa 2021.2022 del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese

E quando trovi il coraggio di raccontarla, la tua storia, tutto cambia. Perché nel momento stesso in cui la vita si fa racconto, il buio si fa luce e la luce ti indica una strada. E adesso lo sai: il posto caldo, il posto al sud, sei tu!” (Ferzan Özpetek – Rosso Istanbul)

Cos’è “Ferzaneide. Sono ia!”, lo spettacolo/monologo di e con Ferzan Özpetek con cui si è aperta, con due sold out beneauguranti del Teatro Piccinni di Bari, la Stagione di prosa 2021.2022 del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese? Non è teatro, inteso nel senso più – e nemmeno meno – classico; non è una lectio magistralis; non è un dibattito, anche se, di tanto in tanto, il protagonista ammicca al pubblico presente in sala, lasciata in luce per tutta la serata; non è un happening, né un’improvvisazione in senso stretto. Allora cos’è?

Per rispondere, potrebbe bastare la dichiarazione d’intenti del regista: “Questa volta sul palco ci sono io, io solo, ad incontrare il pubblico con il racconto della mia carriera artistica e del mio sentimento per la vita, la mia e quella degli altri. Negli anni ho sposato molte cause all’insegna del coraggio. Coraggio. Forse in questa parola è racchiuso il senso di quello che dirò sera dopo sera. Il coraggio di inseguire i propri sogni. Il coraggio di sfidare i pregiudizi. Il coraggio di essere felici. E sperare di tornare ad esserlo di nuovo. A teatro, al cinema, ai concerti, ai musei. Ovunque!”. Tutto vero, se la chiacchierata di quasi due ore non si chiudesse con lo splendido aneddoto – uno dei pochi momenti in cui il narratore sembra non andare a braccio – che spiega la nascita dell’idea che ha portato all’ultimo capolavoro cinematografico del nostro, quel “La dea fortuna” che non smette di emozionarci ad ogni nuova visione, con cui tutto viene ricondotto ad un’altra parola: Amore.

Se, come asseriva Genet “una creazione che non abbia all’origine l’amore è inconcepibile”, allora non c’è altro modo di classificare “Ferzaneide. Sono ia!” se non nella categoria “amore allo stato puro”, in quanto dono incondizionato, totale, compiuto, risolto di un Artista al suo pubblico, messaggio in bottiglia gettato nelle maree della vita, cronaca di un viaggio iniziatico, sentimentale, splendido e – per nostra fortuna – ancora in progress “nell’amore, nell’amicizia, nello stupore, in tutti quei gesti e luoghi illuminati dalla passione”; Özpetek non ha la velleità di stilare un manifesto, di formulare, attraverso i racconti di vita suoi, della sua mamma, del suo papà, del suo compagno e dei suoi fratelli, di sangue o acquisiti, una rivoluzionaria, emancipata, totale rivendicazione di libertà, non solo sessuale, ma sembra fremere dalla voglia di riprodurre – questa volta dal vivo e non attraverso la celluloide – davanti ai nostri occhi il suo mondo, quello già analizzato e tramandato attraverso i suoi magnifici film, svincolandosi da giudizi che non seguano altro che il suo personalissimo gusto, liberandosi da sovrastrutture moralistiche di tipo etico o politico, ma anche – per una volta e, forse, solo in apparenza – dall’impegno culturale o sociale.

In attesa che in teatro venga ripresa la tournée di “Mine vaganti” e la Disney mandi in onda la serie tratta da “Le fate ignoranti”, Ferzan si concede questa parentesi, nata con l’intento di dare ossigeno ai tanti operatori del panorama teatrale ed artistico in generale, “per lanciare un segnale di ripresa di un settore che ha bisogno di sostegno e soprattutto di fiducia a quanti vivono più di altri, se possibile, la sorte avversa dei tempi, il disagio delle loro famiglie, la condizione critica della precarietà materiale di un lavoro a cui si sono sempre prestati con passione ed entusiasmo”; dotato di classe, garbo, eleganza e raffinatezza davvero fuori dal comune, Özpetek racconta con ironia, leggerezza ed incessante e disarmante sincerità, senza filtri, incurante dei falsi e retrogradi limiti posti ed imposti dalla morale borghese, di quando era assistente alla regia per Massimo Troisi, di come sono nati, oltre ai titoli già citati, “Il bagno turco”, il film del debutto, “Saturno contro” e “La finestra di fronte”, del significato – che non vi svelerò – dell’enigmatico sottotitolo dello spettacolo, di incontri ed incastri fortunati, dell’amicizia con Mina, della natia Istanbul e dell’Italia, sua patria adottiva.

Una serata tra amici, quindi, in cui a farla da padrona è l’innata simpatia del nostro, capace di produrre dal nulla un’atmosfera intima e familiare, grazie all’empatia incondizionata che riesce a creare con gli interlocutori di una sera che, plausibilmente, avrebbe avuto miglior scenario in un salotto davanti ad un buon bicchiere di vino che in un teatro, ma che, in ogni caso, resta una di quelle rare occasioni in cui, parafrasando Jerome David Salinger, quando lo spettacolo è finito, “vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Pasquale Attolico

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