Il Teatro San Carlo di Napoli spicca nuovamente il volo grazie all’ipnotica messa in scena de “La Bohème” con la regia di Emma Dante

La Bohème ha un parlare suo speciale, un gergo. Il suo vocabolario è l’inferno della retorica e il paradiso del neologismo. Vita gaia e terribile!” (Henry Murger, prefazione a Scènes de la vie de bohème)

La musica ha un suo linguaggio che – spesso – supera di gran lunga il potere della parola, riuscendo ad avere la più totale padronanza sulla nostra psiche, stimolandola, esortandola, spronandola, sino a giungere a giocarci impudentemente, anzi – meglio – prendendosi spudoratamente gioco di lei. Così, talvolta, assistendo ad un’opera lirica, crediamo di essere stati catturati da una storia, dal potenziale che la stessa riesce ad esprimere, mentre dobbiamo infine convenire che, pur con nostra completa inconsapevolezza, è stata la musica ad insinuarsi sottopelle, nel più profondo dell’anima, dove resterà irrimediabilmente sopita, per poi riaffiorare – ricercata o no – ed esplodere in tutta la sua deflagrante potenza, spingendoci finanche alla commozione più evidente.

Non vi è dubbio che la musica de “La Bohème” appartenga indissolubilmente a chiunque vi ci sia avvicinato anche per una sola volta. Perché Bohème è molto più che una semplice Opera: è un pensiero, un palpito, un frammento del cuore. Ogniqualvolta si apre il sipario sul capolavoro di Giacomo Puccini, siamo anche noi parte del libretto che Giuseppe Giacosa e Luigi Illica approntarono ispirandosi al citato romanzo di Henry Murger: siamo anche noi nella Parigi del 1830, siamo Rodolfo quando scalda la gelida manina della sconosciuta Mimì, condividiamo gli slanci e le paure di Schaunard, godiamo dell’allegria del Momus, viviamo con Marcello e Musetta la loro travagliata passione amorosa, avvertiamo gli stessi timori di Rodolfo quando tenta di allontanare l’amata ammalata, piangiamo con Colline sulla sua vecchia zimarra, ma, soprattutto, agonizziamo ed infine moriamo sul letto con Mimì. Sarà che, per dirla con Igor Stravinskij, “più invecchio e più mi convinco che Bohème è un capolavoro”, ma chi scrive non ha trovato ancora il modo di sfuggirvi: ad ogni nuovo ispirato e sognante incontro con il capolavoro pucciniano ci si persuade sempre più che il Maestro abbia composto la musica perfetta, una melodia meravigliosa che non ha mai smesso – e certamente non smetterà mai – di catturarci, con ogni probabilità le note che meglio di altre possono aiutarci, nei tempi tetri che ancora siamo costretti a vivere, “a non sentire dentro – come diceva Johann Sebastian Bach – il silenzio che c’è fuori”.

Quel che appare più difficile, invece, è trovarsi al cospetto di una messa in scena che possa avvincere al pari della pagina musicale, congiuntura che – ça va sans dire – capita sempre più di rado. Eppure se è vero – come è vero – che ci sono produzioni liriche che nascono per essere ricordate, citate, menzionate, duplicate, replicate, ergendosi a punto di riferimento per le edizioni – se non per le generazioni – future, ebbene si può affermare, senza tema di smentita, che a questa genia appartenga il nuovo allestimento fortemente voluto dal Teatro San Carlo di Napoli, che avrebbe dovuto essere l’inaugurazione della scorsa stagione, fallita a causa dell’esplosione pandemica.

Certamente larga parte della riuscita dell’Opera deve essere ascritta alla visionaria quanto incantevole regia di Emma Dante. Ispiratasi, per sua stessa ammissione, alle opere di Marc Chagall, in particolare a “La passeggiata” – ma, a nostro modesto parere, anche a “La sposa”, con i personaggi del dipinto che diventano due danzatori, alter ego dei protagonisti -, la regista palermitana estrae ed estranea i protagonisti dalle fredde soffitte per proiettarli sui tetti di Parigi, quasi a volerli spingere verso un nuovo sogno, una nuova visione, per guardare le cose da un’altra prospettiva, immaginando un altro plausibile e realizzabile finale della vita da bohèmien, in cui sia l’amore il vero ed unico impulso per cambiare le cose, per mutare la realtà, per spiccare finalmente il volo in due, come in “Sulla città”, un altro capolavoro del pittore russo naturalizzato francese; ma quel desiderio, quello slancio che invade tutto il primo atto, ci pare, infine, resti solo un’aspirazione, un anelito, per chi è ancora troppo ancorato alla propria carnalità ed alla propria misera umanità per essere capace di innalzarsi, riuscendo solo ad aprire le ali – per citare Gaber – “come dei gabbiani ipotetici, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito”.

Sul corpo esanime di Mimì sembra infrangersi definitivamente – non senza rimpianti – l’idea che animava l’esistenza stessa dei giovani artisti, la loro disillusa illusione, la speranza di una nuova strada, di un nuovo approdo, di una nuova vita, mentre – proprio come ne “La passeggiata” – sarà la sola ricamatrice di fiori che “quando vien lo sgelo” trasmigrerà verso “il primo sole” a raccogliere “il primo bacio dell’aprile”, così tenendo tragicamente fede a quanto promesso nel primo incontro amoroso.

C’è tutto questo e tanto, tanto di più nella sublime regia della Dante. Complici le magnifiche scene di Carmine Maringola, gli splendidi costumi di Vanessa Sannino e le opportune luci di Cristian Zucaro, il pubblico – che ha occupato in ogni ordine di posto il Teatro, grazie anche alla concessa capienza totale delle sale – è assalito da decine di citazioni che sarebbe davvero difficile anche solo elencare, figuriamoci tentare di decodificare: c’è Toulouse-Lautrec, ricordato con “Seula” e “Deux femmes deminues de dos maison de la rue des Moulins” dipinti sui muri, richiamato non solo in quanto coetaneo di Puccini, ma anche come bohèmien per eccellenza, citazione che ci ha riportato alla mente “Moulin Rouge!”, film del 2001 (in realtà, una sorta di miscellanea tra “La Bohème” e “La Traviata”) diretto da Baz Luhrmann, i cui protagonisti, un manipolo di artisti di cui faceva parte proprio il pittore francese, vivevano anch’essi per lo più sui tetti di Parigi; c’è la “Cicatrice di Betlemme” del misterioso artista inglese Banksy, “un messaggio di pace universale – come ha spiegato la regista – che potrebbe dare al Natale di Bohème una luce diversa”; c’è l’ineguagliabile pranzo scarpettiano di “Miseria e nobiltà”; c’è l’amore a pagamento, procace donna o trans che sia; c’è il richiamo alle figure mitologiche delle Parche, con le oscure presenze simili a suore che, posizionate nella parte più alta della scenografia, quindi già in odor di Olimpo, non cessano mai di tessere stabilendo il destino degli uomini sottostanti, di quei personaggi che nelle loro mani si trasformano – come sempre nel mondo dantesco (vale a dire di Emma, naturalmente) – in pupazzi, o, meglio, pupi, inconsapevoli burattini che sembrano appartenere agli “schiaccianociani” giocattoli che l’ambulante Parpignol vende ai bimbi nel quadro – impreziosito dalle efficaci coreografie di Sandro Maria Campagna – della festa del Café Momus, marionette che (grazie ai mimi/attori Samuel Salamone, Yannick Lomboto, Davide Celona, Daniele Savarino, Roberto Galbo e Angelica Dipace) di fatto da quel momento invadono il palcoscenico, come fossero sfuggiti al controllo di chi li manovrava, sino a sostituirsi finanche ai militari francesi nel quadro della Barriera d’Enfer, in cui anche i fiocchi di neve diventano petali di rose in onore a quell’amore che sembra riaccendersi tra Mimì e Rodolfo prima del fatale finale.

Una entusiasmante quanto traboccante magia quella ideata dalla Dante che, comunque, aveva l’ulteriore merito di non prevaricare mai la partitura musicale, potendo peraltro contare su di un grande ensemble, che non può non essere lodato a partire dalla geniale bacchetta di Juraj Valčuha, che, da magistrale direttore stabile del Teatro, tiene in pugno l’inappuntabile Orchestra e il brillante Coro del San Carlo, capace di ottenere, a suo desiderio, originali intuizioni interpretative, come nel far morire Mimì sulle stesse note della “gelida manina”, e facendo volare questa produzione verso cieli inesplorati, per merito anche delle voci impegnate, cui devono aggiungersi José Luis Basso e Stefania Rinaldi per l’ottima preparazione, rispettivamente, del Coro e del Coro di Voci Bianche della Fondazione.

Selene Zanetti è una straordinaria Mimì, dal timbro avvolgente, il fraseggio rifinitissimo, perfetta nel dare corpo a tutte le sfaccettature psicologiche richieste dal ruolo, capace di far registrare un canto sempre omogeneo, tanto nei vibranti acuti quanto negli avvolgenti gravi. Sua pari nel canto, ma forse appena superiore per capacità attoriali grazie ad un carisma scenico dirompente, è Benedetta Torre nel ruolo di Musetta, magnifica nel sottolineare, anche e soprattutto vocalmente, le tante anime e l’evoluzione del suo personaggio. Stephen Costello è un Rodolfo rigoroso ma talvolta un po’ perplesso, non sempre impetuoso nel fraseggio e dalla recitazione – nonostante un finalmente appropriato phisique du rôle – non del tutto coinvolgente, complice un braccio ingessato a causa di una caduta nella Galleria partenopea. Andrzej Filończyk è un Marcello più che perfetto, scenicamente partecipe e dotato d’una vocalità ampissima. Molto interessanti, sempre coinvolgenti e mai anonimi, per mezzi vocali e presenza scenica, lo Schaunard di Pietro Di Bianco ed il Colline di Alessandro Spina. Completavano il cast Matteo Peirone (Alcindoro\Benoît), Daniele Lettieri (Parpignol), Mario Thomas (Venditore ambulante), Sergio Valentino (Sergente dei doganieri), Giacomo Mercaldo (Un doganiere).

In conclusione, l’operazione del Teatro San Carlo di Napoli, restituendoci il capolavoro pucciniano in tutta la sua perfezione musicale e la sua ipnotica bellezza, resa ancor più onirica dalla regia di Emma Dante, è stato probabilmente il modo migliore che si potesse immaginare per – speriamo definitivamente – tornare ad appassionarci, sorprenderci, emozionarci, pronti, proprio come i protagonisti della messa in scena, a spiccare nuovamente il volo.

Pasquale Attolico

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