Partire dal primo poemetto di William Shakespeare per decodificare, coniugare e superare tutti gli archetipi legati all’amore, alla passione, al desiderio: Danilo Giuva porta il suo “Venere/Adone” all’Arena del Teatro Kismet di Bari

“‘Since thou art dead, lo here I prophesy,
Sorrow on love hereafter shall attend:
It shall be waited on with jealousy,
Find sweet beginning, but unsavoury end […]
‘It shall be fickle, false, and full of fraud:
Bud, and be blasted in a breathing while;
The bottom poison, and the top o’erstraw’d
With sweets that shall the truest sight beguile;
The strongest body shall it make most weak,
Strike the wise dumb and teach the fool to speak. […]
‘It shall suspect where is no cause of fear,
It shall not fear where it should most mistrust;
It shall be merciful, and too severe,
And most deceiving when it seems most just;
Perverse it shall be, where it shows most toward,
Put fear to valour, courage to the coward.” *
(William Shakespeare da “Venere e Adone”)

Ho scelto di partire da un poemetto (…) per presentare l’archetipo dell’amore incompiuto attraverso l’elevazione lirica vertiginosa del Bardo e ho deciso di lanciarmi da quelle altezze per precipitare in una storia d’amore, altrettanto incompiuta, tra due comunissimi essere viventi, dello stesso sesso. (…) Ho voluto parlarne non riferendomi allo status sociale, ma al cortocircuito tutto personale dei primi momenti, alla difficoltà di spiegarsi, alla fatica della lotta interna, all’incompiutezza (…), al desiderio che resta quasi sempre inespresso, (…) su quella stretta linea di confine tra l’essere e il sentire in cui tutti viviamo.” (Danilo Giuva)

Un cortocircuito.
Ecco cos’è: un cortocircuito.
Assistere allo strabiliante “Venere/Adone” nelle ore in cui – nella civilissima Torino e nell’anno del Signore 2021 – Orlando Merenda ha deciso di porre tragicamente fine alla sua esistenza dopo averne vissuto solo diciotto primavere, supponendo così – probabilmente – di levare il suo più forte grido di rivolta contro le vessazioni che ha dovuto subire a causa delle proprie scelte sessuali, credo non possa non avere, in un animo che possa ancora dirsi appartenente al genere umano, un effetto dirompente, travolgente, sconvolgente.

Invero, ogniqualvolta la nostra orribile cronaca deve registrare un nuovo sacrificio al pari di quello di Orlando, la mente non può non tornare alla tremenda profezia – riportata in apertura d’articolo – che Shakespeare fa pronunciare alla sua Venere sul corpo esanime di Adone, a quelle parole che, legando indissolubilmente l’amore al dolore, alla volubilità, all’ipocrisia, all’irrazionalità e all’insensatezza, contengono già in se stesse una estrema quanto inestinguibile maledizione, pari – forse – solo a quella contenuta nelle parole di Dio contro Adamo ed Eva dopo il peccato originale nella Genesi biblica. È così che, ispirandosi al decimo libro delle “Metamorfosi” di Ovidio, con questa Opera datata 1593 che, benché avesse già scritto “Tito Andronico”, “Enrico IV” e “Riccardo III”, egli stesso definì “il primo parto della mia fantasia”, forse riferendosi alla supremazia che la poesia aveva nella sua produzione ovvero in quanto prima opera di straordinario successo, ristampata ben dieci volte durante la sua vita, ad essere pubblicata con la sua firma, il Bardo si misura con una interpretazione eziologica della nozione di Amore, tentando, se non di districarne il groviglio di paradossi e contraddizioni che la compongono, quantomeno di ipotizzarne la genesi, illustrando, anche grazie all’uso di versi (per lo più dialoghi e monologhi con vari crescendo) dal carattere impetuoso, l’altalenarsi ed il ripetersi perpetuo di antonimi ed ossimori che sono alla base del concetto stesso del desiderio.

Se, come afferma Judith Butler in “Subjects of desire”, “il desiderio non può più essere considerato come ciò che rivela, esprime o tematizza la struttura della coscienza, ma, piuttosto, come il momento in cui si dà l’opacità della coscienza. Il desiderio è ciò che la coscienza, nella sua riflessività, cerca di nascondere; deve essere inteso come l’incoerenza interna della stessa coscienza”, o, come sostiene Roland Barthes, “nel languore amoroso qualcosa se ne va, senza fine; è come se il desiderio non fosse nient’altro che questa emorragia. La fatica amorosa è questo: una fame amorosa che non viene saziata, un amore che rimane aperto”, non si può non riconoscere a Shakespeare di aver, già con “Venere e Adone”, ricollocato il soggetto del desiderio al centro della scena, richiamandolo dalle inospitali terre in cui era stato, con scredito, confinato, ma senza edulcorarlo, senza ripulirlo dalle impure oscenità che gli vengono comunemente attribuite, anzi innalzandole ad un ruolo, sino a quel momento, inedito; annullando le distanze e superando le barriere tra verità e finzione, pratica e teoria, realtà ed ideale e, finanche, tra vita e morte, il Maestro realizzò una perfetta operazione retorica di metamorfosi tra i protagonisti della vicenda, rendendone le identità fluide ed intercambiabili, in un continuo gioco di specchi permeato da infiniti simbolismi.

Danilo Giuva, alla sua seconda prova in solitudine dopo lo strabiliante “Mamma”, si impossessa del poemetto shakespeariano ed estremizza la complementarità tra i due personaggi, rendendoli addirittura speculari; ecco spiegato, a nostro modesto parere, il motivo della presenza nel titolo di quello slash, di quella barra, obliqua come la storia che vi si racconta, che non divide ma, al contrario, alimenta un’ulteriore contaminazione tra gli universi idealmente presenti sul palco (uomo/donna; divino/umano; istinto/ragione), aggiungendo alla storia del Bardo un personalissimo tassello, spostando sulla propria pelle, con ironia ed eleganza più uniche che rare, il gioco delle parti, decodificando, coniugando e superando tutti gli archetipi legati all’amore, alla passione, al desiderio.

Per dirla ancora con Barthes ed i suoi “Fragments d’un discours amoureux”, “voler scrivere l’amore, significa affrontare il ‘guazzabuglio’ del linguaggio, quella zona confusionale in cui è insieme ‘troppo’ e ‘troppo poco’, eccessivo, per la sommersione emotiva, e povero, per i codici entro i quali viene costretto e appiattito”; ebbene, con il suo spettacolo, Giuva ignora o, addirittura, rimuove la distaccata comunicazione ordinaria e si inoltra per un sentiero impervio quanto affascinante, in cui l’esuberanza verbale e fisica del – sempre più bravo – performer si scioglie in momenti di puro pathos, in cui l’inconscio dell’autore/attore sembra essere un cavallo brado lasciato sbrigliato come non mai.

Nella pièce, prodotta dalla Compagnia Licia Lanera, in coproduzione con Teatri di Bari e con il contributo del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale” 2021, andata in scena nei giorni scorsi nella nuova Arena del Teatro Kismet di Bari, è, naturalmente, il testo a farla da padrone, complice anche una scarna scenografia, illuminata dalle luci di Cristian Allegrini, in cui campeggia e domina l’omonimo celeberrimo dipinto del Tiziano, che precede di quarant’anni l’opera del Bardo, ora conservato al Museo del Prado di Madrid; scritto a quattro mani da Giuva ed Annalisa Calice nel periodo del lockdown pandemico, come fu peraltro anche per lo stesso Shakespeare costretto all’inattività dalla peste, e ben supportato dal suono di Francesco Curci, senza dimenticare l’assistenza alla regia di Luca Mastrolitti, il monologo appare, in egual misura, comico, eccitante (come per il balletto sulle note di “Fiamme negli occhi”, la hit sanremese dei Coma Cose che sembra scritta apposta per l’occasione), poetico e commovente sino alle lacrime, colmo di scintille di sì rara intensità che ustionano ma anche illuminano, e riesce ad insinuarsi tra le pieghe dell’anima e a spalancare stanze rimaste, per antica ed atavica (dis)educazione, chiuse, serrate, irrintracciabili, celate agli occhi, ai cuori ed alle coscienze degli altri e di noi stessi. Il grido di Danilo, nel finale, polverizza, in un solo attimo, secoli di silenzio in cui si è stati – o ci si è – costretti a vivere, nascondendosi dietro una parvenza di ostentata riservatezza e di asfissiante spudorato pudore, che mostrano i loro deleteri effetti solo nei momenti – purtroppo fuggenti – di sincera commozione che ci vedono testimoni distratti dell’ennesima giovane vita estirpata, sacrificata sull’altare della nostra (dis)umana società.

E così, mentre le splendide suggestioni musicali di “All alright” dei Sigur Rós continuano ad emozionarmi, accompagnandomi all’uscita dell’Arena, non posso fare a meno di pensare che se Orlando avesse potuto ascoltare quell’urlo, ora sarebbe ancora qui; ecco perché uno spettacolo come “Venere/Adone”, al di là del suo indubbio valore artistico, appare essenziale, doveroso, imprescindibile, necessario, per la sua magnifica vocazione a non fare silenzio, a sollevare il velo della falsità sociale ovunque vi siano esseri umani costretti a subire sofferenze e umiliazioni in nome delle loro scelte sessuali, a spingere ognuno di noi a schierarci, a fare, superando ogni incomprensibile confine mentale, una definitiva scelta di campo.
Danilo Giuva lo fa e lo fa a teatro.
E noi, con lui.

Pasquale Attolico
Fotografie di Clarissa Lapolla

*Poiché tu sei morto, ecco, io profetizzo, il dolore per l’amore sarà presente d’ora in poi: sarà atteso con gelosia, troverà dolce inizio, ma sgradevole fine. […] Sarà volubile, falso e pieno di frode: gemerà, e sarà distrutto in un attimo di respiro; il veleno in basso, e la cima strappata con dolci che ingannano la vista più vera; il corpo più forte renderà più debole, colpirà il saggio muto e insegnerà allo sciocco a parlare. […] Sospetterà dove non c’è motivo di temere, non avrà paura dove dovrebbe diffidare di più; sarà misericordioso e troppo severo, e più ingannevole quando sembrerà più giusto; perverso sarà, dove più si mostra verso, metterà la paura al valore, il coraggio al codardo.

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