“Passioni”: le perle di accecante splendore della produzione teatrale di Nunzia Antonino

Eccomi qua, sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi (…), per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila, oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa e alla luce che taglia il mio viso. Improvvisamente, eccoci qua: siamo l’amante e la sposa (…), l’attore e la sciantosa (…), il padre e la figlia (…) capitati fin qua, siamo una grande famiglia; abbiam lasciato soltanto un momento la nostra vita di là (…). Eccoci: siamo qua, siamo venuti per niente perché per niente si va, e c’inchiniamo ripetutamente e ringraziamo infinitamente.” (Francesco De Gregori “La valigia dell’attore”)

Parole, gesti, espressioni, emozioni che in un solo – seppur fuggevole – attimo riescono ad imprimersi nell’anima come fermoimmagine di un film già piacevolmente noto ma mai ultimato, fotografie di un libro immaginario, istantanee rubate alla nostra stessa esistenza e dimenticate ad ingiallire in qualche cassetto, che ora tornano a presentarsi ai nostri occhi più vivide ed intense che mai.

L’Arte recitativa di Nunzia Antonino, meditativa e spirituale quanto dinamica e carnale, la sua poetica esegesi teatrale, perfetta miscellanea tra testo ed interpretazione, e la sua ammaliante gestualità ormai non ci sono sconosciute; eppure, ad ogni sua nuova performance non possiamo non registrare la nostra incapacità di restare freddi e distaccati spettatori. E la magia si è ripetuta quando l’attrice biscegliese è salita sul palco del Teatro Abeliano per dar vita al secondo appuntamento de “I Solisti”, la rassegna fortemente voluta dal deus ex machina Vito Signorile, con lo spettacolo “Passioni”, un affascinante compendio dei lavori che l’hanno vista divina interprete, tutti realizzati – a quattro mani, due menti pensanti e un solo comune afflato – con l’imprescindibile Carlo Bruni, presenza invisibile quanto indispensabile anche nella serata barese.

Traendo perle di accecante splendore dalla voluminosa quanto preziosa “valigia dell’attore”, Nunzia attraversa parte della sua sublime produzione sempre toccando in modo indelebile le corde del nostro spirito, passando, tra l’altro, da “Bella e Bestia” a “Lezioni di piano”, pièce ritirata dalle scene quando un destino patrigno ci ha privato della magnifica musicista cointerprete Daniela Pansini, da “Lenòr” a “Else”, da “Schiaparelli life” ad una meravigliosa Giulietta shakespeariana, invero – sinora – mai interpretata sulle scene, nella visibilmente erculea fatica di tentare di far “sentire”, comprendere e trasmettere turbamenti e suggestioni, spalancandone ogni singola fessura per lasciar entrare qualsivoglia piccolo, devastante raggio di sole, sottolineando, oltre alle parole, anche i silenzi, padrona assoluta di una seducente malia che trasforma la pagina scritta da altri in un “pre-testo”, un prologo, un’introduzione, una sollecitazione, un ascetico segnale che l’Artista riceve dall’esterno, decodifica e amplifica, convertendolo in una personalissima esternazione che si fa, anche, impegno sociale e, finanche, politico, naturalmente nell’accezione più alta del termine; in tal senso, la perfetta sintesi operata da Bruni e dalla stessa Antonino con questo spettacolo ha l’ulteriore qualità di riuscire a far lapalissianamente vedere il fil rouge che lega le loro opere, quell’innata inclinazione a declinare la parola utilizzandola come mezzo e non come fine, vale a dire come strumento per arrivare nel profondo, al cuore ed alla mente del pubblico, per rendere udibile e visibile ciò che udibile e visibile non è, per donarsi completamente come fosse l’ottimo dolce che, infine, estrae dalla sua borsa per offrircelo.

Passioni” può ben essere considerata la summa dell’evoluzione – peraltro, per nostra fortuna, ancora in divenire – artistica ed umana della nostra étoile teatrale, scevra da gabbie accademiche, da imposizioni narrative e da mimesi didascaliche, alla perenne ricerca di un gesto naturale, che estrinsechi un pensiero interiore, puro e spirituale, e di un linguaggio intimamente poetico, che possa toccarci, se non graffiarci, l’anima sino a rivelarcene la celata parte migliore.

Pasquale Attolico

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