Alessandra Pizzi ed Enzo De Caro trascinano lo spettatore alla infinita scoperta del mito di Ulisse

Odisseo seduto in riva al mare, là dov’era sempre, piangeva, straziando il suo cuore con gemiti e lacrime, e piangendo guardava il mare infinito.” (Omero, Odissea, V 81-84, traduzione di A. Ciani)

Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate. Isolotti a fior d’onda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede, coperti d’alghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi. Quando l’alta marea e la notte li annullava, vele sottovento sbandavano più al largo, per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.” (Umberto Saba)

Un palco vuoto, esclusivamente occupato da una poltrona e da un leggio e popolato da tre artisti, senza orpelli, scenografie, quinte; eppure, attorno, ci vedi il mare, il mondo, l’universo, l’uomo, la vita.

È una magia cui ormai dovremmo essere abituati, dato che si ripete con imperturbabile frequenza ogniqualvolta siamo ammirati spettatori di una nuova creazione teatrale di Alessandra Pizzi e della Ergo Sum Produzioni; tuttavia, l’ardua prova che la regista e drammaturga si era assegnata con “Un’Odissea infinita” poteva far, a ragione, tremare i polsi, avendo deciso di lasciarsi affascinare dalla figura dell’eroe greco che, più d’ogni altro, ha suggestionato e mosso la penna di generazioni di scrittori, sedotti da quell’intemerata e ferma vitalità conoscitiva che è l’essenza di un personaggio che raccoglie in sé le definizioni per antonomasia di viaggiatore ed avventuriero, ma, soprattutto, di uomo libero ad ogni costo. Le pagine dedicate dalla letteratura mondiale di tutti i tempi al mito di Ulisse sono patrimonio inestimabile dell’umanità, a partire – ça va sans dire – dall’Iliade e dalla successiva Odissea; se con Sofocle, nell’opera Il Filottete, si sottolineava il suo aspetto negativo ed antieroico di individuo scaltro, privo di scrupoli ed opportunista, nell’omerico poema del viaggio, Odisseo diviene il polytropos, l’uomo dal “multiforme ingegno”, l’eroe della metis, cioè dell’astuzia, dell’intelligenza attiva ed esecutrice che domina sull’istinto, della capacità di ragionamento pratico, della curiosità di conoscere, del racconto del suo nostos, il viaggio di ritorno ad Itaca, la sua terra, in cui, dopo aver affrontato le lunghe vicissitudini della guerra di Troia, è costretto, vagando nel Mediterraneo, ad applicare un uso più articolato dell’ingegno nel combattere insidie inaspettate, avversari sconosciuti, terribili mostri e forze occulte, non più condottiero indefesso, ma maestro in quell’arte della sopravvivenza che richiede abilità e prudenza, dissimulazione e audacia, continuando a nutrire la speranza di un ritorno in patria, in virtù del quale, solo per sperimentare, nella brevità del tempo mortale, il senso profondo dell’esistenza, ha finanche rinunciato all’immortalità offertagli dalla ninfa Calipso (“colei che nasconde”), che lo ha tenuto con sé per sette anni nel paradisiaco locus amoenus di Ogigia.

Ed anche quando, dopo aver purificato la sua casa sterminando i Proci, l’eroe potrebbe concedersi la pace che merita, ecco che si staglia all’orizzonte sempre l’ipotesi di un nuovo viaggio; ed è qui che la letteratura successiva, da Dante in poi, sembra trovare la propria origine, in quell’infinita condanna a riprendere il mare eternamente, senza più meta, oltre ogni limite conosciuto, in uno slancio irrefrenabile che sempre più lo estrania e allontana dalla sua Itaca. Nelle nostre reminiscenze culturali, ritroviamo Ugo Foscolo che, allontanandosi dal tema del viaggio e dell’erranza, collega Ulisse, attraverso la rievocazione dei miti della nativa Zacinto, alle immagini dell’esilio e della morte “illacrimata” in terra straniera, soffermandosi sulla battaglia senza speranza contro il destino avverso. Poi Umberto Saba, che compose le sublimi liriche che, condividendole con l’inizio dello spettacolo della Pizzi, abbiamo riportato in apertura di articolo, affidando ad Ulisse la sua ricerca dell’assoluto, la sua personalissima visione della vecchiaia e l’indomita apertura ad un futuro sconosciuto. Quindi James Joyce, che compose la sua opera d’arte nel nome del mito greco, costruendo, attraverso la sua impalpabile presenza, un’immagine di uomo radicato nel suo mondo, ogni giorno in lotta per affermare la propria identità contro i pregiudizi di una società che vorrebbe schiacciarlo, alienandolo, frustrandolo, isolandolo. Anche Primo Levi intitolò a “Il canto di Ulisse” l’undicesimo capitolo del suo capolavoro “Se questo è un uomo”, in cui la sola rievocazione dell’eroe omerico crea un ponte tra culture distanti, realizzando, forse, l’unica possibilità di teorica fuga dal disumano contesto di inaudita violenza del campo di concentramento.

Alessandra Pizzi, tradendo uno spirito in tutto affine all’eroe omerico, si sposta nel suo viaggio anche oltre le abituali colonne d’Ercole, distruggendo la quarta parete e raggiungendo i lidi poetici di Pascoli e di D’Annunzio, di Borges e di Kafka, ma anche di Guccini, Dalla e finanche del nostro Caparezza, sino a ricomporsi in una avvincente quanto inedita lettura riesaminata e rimeditata de “L’infinito” di Leopardi, giungendo lì dove l’immaginazione dello spettatore non riesce a spingersi, per aprire definitivamente i nostri orizzonti, costringendoci a mettere in discussione o finanche a mutare definitivamente i limitati e limitanti principi e dettami impartitici. Ed è bene che questo esperimento venga perpetuato in teatro (nell’occasione, l’Anfiteatro di Ponente di Molfetta), luogo culto creato proprio per dare corpo all’immaginazione irreale dell’autore e dell’attore – certo – ma anche dello stesso spettatore, indispensabile complice, che accetta di condividere uno strano gioco che presuppone il dichiarato intento di farsi imbrogliare, di fingere di credere che quel che accade sulla scena non sia frutto di pura fantasia, ma stia accadendo – o sia accaduto – davvero; eppure, riteniamo che il gioco creatosi debba, a nostro modesto parere, trovare il suo naturale e quasi obbligato svolgimento nelle scuole, in quelle fucine di cultura e di uomini così martoriate in questi tempi incerti che ci è dato in sorte di vivere.

La penna della Pizzi, ancora una volta, vince la propria sfida, costringendoci a credere vera quella finzione, perforando la corazza del pubblico, frantumando il muro di gomma che si alza ogni sera insieme al sipario tra il palco e la platea, grazie anche all’indovinata scelta dell’attore / complice che, di fatto, diviene la sua proiezione sulla scena, impresa affidata alla familiare quanto innegabile maestria di Enzo De Caro, che, condividendo il palco con Francesco Mancarella al pianoforte e Filippo Scrimieri al beatbox, si dimostra compagno ideale per questa nuova avventura, divenendo immediatamente il narratore e l’eroe al tempo stesso, novello Virgilio al cospetto ed alla guida dei suoi discepoli, perno imprescindibile del percorso letterario, astuto orditore della trama narrativa, sensibile tessitore della tela immaginativa che crea e disfa a suo piacimento davanti ai nostri occhi, ultimo testimone e tenutario del patrimonio di una civiltà che non può e non deve essere sommerso, dimenticato, omesso, trascurato, tralasciato, cancellato; è grazie all’Arte sua e di Alessandra Pizzi se, a fine spettacolo, riprendiamo il mare verso la nostra personalissima Itaca con rinato spirito, pur sapendo, per dirla con il divino Montale, “se pure ti ripetono che puoi fermarti a mezza via o in alto mare, che non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare.” Sempre.

Pasquale Attolico

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