Sasà Striano ci conduce per mano nel suo viaggio iniziatico e salvifico con il monologo “Il giovane criminale”

Si riaffaccia il bambino – piccolo e solo – che si chiede: <<Come sarebbe andata se di fronte a voi ci fosse stato un bambino cattivo, rabbioso, brutto, geloso, pigro, sporco e puzzolente? Dove sarebbe finito, in tal caso, tutto il vostro amore? Eppure io ero anche tutto ciò. Ciò non vorrà dire, forse, che non io fui amato, ma ciò che fingevo di essere? Che ad essere amato fu il bambino educato, ragionevole, scrupoloso, capace di mettersi nei panni degli altri, il bambino comodo che non era affatto un bambino?>>” (Alice Miller)

L’essere un trovatello m’è valso una giovinezza e un’infanzia solitarie. L’essere un ladro mi permetteva di credere alla singolarità del mestiere di ladro. Ero, mi dicevo, una mostruosa eccezione. (…) Grande fu il mio stupore quando m’accorsi sino a che punto fosse diffuso il furto. Ero sprofondato in seno alla banalità. Per uscirne, non mi restò che gloriarmi del mio destino di ladro, e di volerlo.” (Jean Genet)

Aveva ragione Genet quando asseriva che “una creazione che non abbia all’origine l’amore è inconcepibile”, affermazione che, almeno ai nostri occhi, si lega perfettamente alla splendida pièce “Il giovane criminale”, scritta, diretta ed interpretata da Salvatore “Sasà” Striano, che ha fatto tappa a Bari per la Stagione del Teatro Kismet in uno straripante Auditorium Vallisa. Infatti, a nostro modesto parere, la performance dell’artista partenopeo non è teatro, inteso nel senso più classico, non è una lectio magistralis, non è un dibattito, anche se al termine è l’autore stesso ad invitare il pubblico a porre delle domande, non è un happening né un’improvvisazione, ma è, semmai, tutto questo assieme e, soprattutto, è amore, amore allo stato puro, è dono incondizionato, totale, compiuto, è messaggio in bottiglia nelle maree della vita, è grido troppo a lungo strozzato che ora prorompe in tutta la sua forza deflagrante, è cicatrice impressa a fuoco sulla pelle del protagonista e di quanti lo seguono in questo viaggio iniziatico, è sangue, sudore, lacrime, è vita.

Già l’incipit spiazza, disorienta, sconcerta: “Giudicatemi voi; stasera voi non siete spettatori di una rappresentazione teatrale, ma sarete i giudici che dovranno condannare o assolvere il giovane criminale”; il racconto vero di una vita viva, già analizzato e tramandato attraverso i due libri di Striano, “Teste matte” e “La tempesta di Sasà”, prende forma sulle assi del palcoscenico, le stesse che hanno salvato il giovane Salvatore dalla mal-vivenza che aveva ottenebrato la prima parte della sua esistenza, sin da quando, a soli dieci anni, rubava autoradio o scippava i passanti o contrabbandava sigarette, fino all’episodio della prima rapina in un supermercato, reso da Striano in modo talmente coinvolgente da giungere – quasi – a sentire fisicamente il dolore della punizione infertagli dal vigilante che lo aveva scoperto.

Da lì al baratro del carcere, il passo è breve, ed è un gorgo putrido, una spirale senza fine, un vortice impazzito che inghiotte il giovane criminale e noi con lui; impossibile non essere partecipi delle lacrime di Sasà quando ricorda di non aver potuto nemmeno assistere la madre nei suoi ultimi attimi di vita perché costretto in carcere, non accorgersi del vuoto che agghiaccia il suo cuore, il suo essere irrimediabilmente solo, il suo silente urlo di denuncia, del bisogno di abbracci interminabili e di baci più forti del tempo che gli è dato in sorte di vivere: è forse il momento più disorientante della performance, in cui è difficile schierarsi, decidere se condannare chi ha ceduto al fascino del crimine (e si torna a Genet) o, al contrario, giudicare – o quantomeno dubitare di – un ordine costituito altrettanto sporco, prepotente e spietato, in nome del quale gli stessi soggetti che dovrebbero far rispettare la legge si permettono soprusi, violenze, finanche ricatti sessuali su chi dovrebbero redimere.

Me se è vero che viviamo per perderci e per ritrovarci, Sasà riesce ad imboccare la sua via salvifica, che lo porta dall’Inferno al Paradiso, grazie alla magia del Teatro, a quella insana proposta di interpretare il ruolo femminile di Donna Amalia della “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo in una messa in scena affidata ai detenuti, al suo successivo desiderio di studiare i classici, da Shakespeare sino a Dante, pronto a diventare non solo l’artista che tutti conosciamo ed apprezziamo, ma anche il nuovo uomo che amiamo incondizionatamente, che prova ogni giorno a far percorrere il suo stesso tragitto ad altri detenuti ed ai tanti giovani a rischio della nostra società, quelli che non vogliamo nemmeno vedere, quelli che stanno sempre dall’altra parte, trascurati, dimenticati, abbandonati; ed è così che Sasà, su quel piccolo palco, alle prese con un monologo di rara bellezza, necessario, che tutti dovremmo vedere e sentire almeno una volta nella vita per imprimerlo nel nostro cuore e nella nostra anima, diventa un gigante, un faro, un insostituibile operaio di una vigna ben più grande, immensa, sconfinata, di cui però possiamo già dire, come avrebbe fatto lo stesso Genet, che “il giardiniere è la più bella rosa del suo giardino”.

Pasquale Attolico

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