Geppy e Lorenzo Gleijeses portano in teatro una versione irrisolta dell'”Amadeus” di Peter Shaffer

Tramite quel piccolo uomo, Dio riusciva a far giungere a tutti la propria voce. Irrefrenabilmente.” (Peter Levin Shaffer)

In principio fu Aleksandr Sergeevič Puškin che, nel 1830, inserì nelle sue “Piccole tragedie” il breve dramma in versi “Mozart e Salieri”.
Nel 1978 Peter Shaffer, non ancora insignito del titolo di Sir dalla regina Elisabetta II, vi si ispira per creare la pièce teatrale in due atti che in molti considerano il suo capolavoro, quell’“Amadeus” che va in scena nel ’79 al Royal National Theatre, per poi passare, un anno dopo, al Broadway Theatre dove, con nientemeno che Ian McKellen (anche lui futuro Sir) nel ruolo di Salieri, Tim Curry in quello di Mozart e Jane Seymour in quello di Constanze, registrerà 1181 repliche, vincendo il Tony Award come migliore opera teatrale; con tutta probabilità, Shaffer, servendosi del presunto tentativo, senza alcun fondamento storico e, nella realtà, quasi certamente del tutto infondato, del compositore italiano Antonio Salieri di distruggere prima psicologicamente e poi fisicamente l’odiato antagonista salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart, volle creare un’opera dalle forti tinte gay, essendosi sempre proclamato omosessuale come, del resto, i suoi primattori, sottendendo un’attrazione fatale tra i personaggi principali.

Nel 1984, Miloš Forman consegna quel testo alla storia – ed al successo mondiale – dirigendo l’omonimo film, con Tom Hulce (Mozart) e F. Murray Abraham (Salieri), che, tra l’altro, vince otto Oscar, tra cui quello a Shaffer per la miglior sceneggiatura non originale, quattro Golden Globe, quattro Bafta, tre David di Donatello e viene inserito al cinquantatreesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi. Da allora ad oggi se ne contano decine, forse centinaia di versioni, tra cui va ricordata la regia di Roman Polansky al Teatro Argentina con un – invero improbabile – Salieri interpretato da Luca Barbareschi.

Oggi, grazie alla confacente traduzione di Masolino D’Amico, prova a rinnovare i fasti di quel magnifico testo Geppy Gleijeses con una lunga tournée che farà tappa fino a domenica 19 gennaio al Teatro Piccinni di Bari per la locale sezione dell’annuale Stagione di Prosa del Teatro Pubblico Pugliese. Per affrontare questa nuova avventura, l’attore, regista, drammaturgo e produttore partenopeo ha voluto sul palco accanto a sé suo figlio, Lorenzo Gleijeses, e la sua compagna di vita, Roberta Lucca, mentre ha affidato la regia ad Andrei Koncialovsky che, almeno nella iniziale dichiarazione di intenti, avrebbe dovuto dare nuovo spirito all’opera, donandole eccentricità e versatilità.
Ebbene, al contrario di quanto affermato, l’“Amadeus” di Gleijeses / Koncialovsky è uno spettacolo dall’impianto tradizionale, se non arcaico, con le possenti scenografie di Roberto Crea, i lussureggianti costumi di Luigi Perego, le – giustamente dark – luci di Luigi Ascione, e, soprattutto, un protagonista / mattatore come Geppy Gleijeses nel ruolo del Salieri narratore, talmente imponente da relegare l’intera Compagnia, completata da Giulio Farnese, Gianluca Ferrato, Giuseppe Bisogno, Anita Pititto, Elisabetta Mirra, Agostino Pannone, Brunella De Feudis e Dario Vandelli, in un poco rilucente cantuccio, con lo stesso Lorenzo Gleijeses che, lungi dal godere di un consueto passaggio di testimone, non riesce ad andare oltre una presenza da comprimario minore, tratteggiando un Amadeus che, per gran parte dello spettacolo, assomiglia tanto ad un impertinente Arlecchino.

In tal modo, si giunge disorientati, anche a causa di un passaggio invero troppo repentino, al momento del puro dramma che accompagna gli ultimi giorni della breve esistenza del geniale compositore austriaco, frangente in cui lo spettatore vorrebbe – e dovrebbe – ancor più essere catturato dalle emozioni, mentre, invece, non gli resta che considerarsi appagato dalla classicheggiante recitazione offertagli.
Giustamente abbandonato il tema dell’ambiguità del rapporto tra i due protagonisti, viste le forze in campo, a nostro modesto parere se ne sarebbe potuto approfondire lo scontro generazionale, rappresentando perfettamente l’eterna lotta tra padre e figlio, aspetto che, invece, traspare solo per un attimo nel corso della rappresentazione; né si può considerare soddisfatta la promessa di cambiamento dalla sola variazione del finale, che vedrà Salieri suicida, dopo aver reso una falsa confessione sull’omicidio di Mozart nell’estremo tentativo di essere consegnato all’immortalità se non come grande compositore quantomeno come assassino del più geniale artista di tutti i tempi, in luogo dell’originale epilogo in cui i suoi servitori irrompevano in scena salvandogli la vita e permettendogli di pronunciare la famosa frase “Mediocri di tutto il mondo – ora e sempre – vi assolvo tutti. Amen!”.
In conclusione, questo “Amadeus”, pur lasciandosi apprezzare per l’impegno produttivo profuso, ha perso la ghiotta occasione di mettere in scena una versione rinnovata dell’opera di Shaffer, così da risultare infine una performance irrisolta, cui crediamo di poter attribuire le parole che lo stesso Mozart si dedicava ironicamente: “è troppo per quel che faccio e troppo poco per quel che potrei fare”.

Pasquale Attolico

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