Melania Giglio evoca il mito di Mia Martini restituendoci la nostra “Mimì”

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti, che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so. Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare, come le lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male, e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei. Chiamatemi Mimì, per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri, per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri, per spiegare alla figlia che domani va meglio, che, vedrai, cambierà, come passa quest’acqua di fiume, che sembra che è ferma ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia e chissà dove va.” (Francesco De Gregori)

È sempre arduo accostarsi a tutto ciò che – almeno nelle intenzioni – rappresenti un omaggio a protagonisti di un passato talmente prossimo da appartenere ancora al nostro presente. L’operazione si fa tanto più ostica quando ci si riferisce a quanti, nel bene o nel male, sono divenuti delle vere e proprie icone dei nostri tempi, talmente grandi da apparire – almeno ai nostri occhi – irraggiungibili e, pertanto, irriproducibili; in questi casi, peraltro, pare non si possa prescindere da un orribile effetto “nostalgia canaglia”, che giunge sino all’innaturale e grottesco plagio, se non al becero scimmiottamento, con una pedissequa e discutibile replica di frangenti di vita giudicati salienti.

Da questa logica inammissibile ha il merito di discostarsi “Mimì, in arte Mia Martini”, la pièce teatrale scritta ed interpretata da Melania Giglio, inserita nella rassegna “Actor” dell’annuale Stagione di Prosa del Teatro Abeliano di Bari, che rende un sentito, emozionato ed emozionante tributo ad uno dei più grandi talenti che la musica italiana abbia mai potuto vantare, ma in modo del tutto inedito, riuscendo ad andare oltre il dato biografico, costruendo un personaggio in cui, di certo, ogni spettatore ha potuto riconoscere talune avversità ed ostilità che vanno affrontate anche nella anonima quotidianità.

Due angeli (impersonati dagli eterei Sebastian Gimelli Morosini e Mamo Adonà, quest’ultimo in possesso anche di una portentosa voce bianca) evocano – post mortem – l’anima della cantante sulla sua spiaggia, su quella costiera calabrese che l’ha vista bambina felice prima che un destino meschino e beffardo la conducesse per mano in un’esistenza altalenante come non mai, scheggia impazzita tra successi e sconfitte, che ha pagato sulla propria pelle ogni scelta, senza mai aver paura di essere invisa ad un mondo che, pur di fargliela pagare, riuscì a cucirle addosso l’infamante etichetta che si riserva ai portatori di iettatura; con il loro aiuto, Mimì ripercorrerà alcune tappe della sua parabola artistica ed umana: il conflittuale rapporto col padre e il legame con la madre, l’amore passionale e dilaniante per Ivano Fossati, l’amicizia adolescenziale con Renato Zero e la complicità della sorella Loredana Bertè, ma, soprattutto, le discese agli inferi che ha dovuto registrare, come quando ha creduto di aver definitivamente perso la voce o è scampata per miracolo ad un incidente stradale o, ancora, riteneva di essere stata dimenticata dal suo pubblico prima del suo trionfale ritorno con quel capolavoro senza tempo che è “Almeno tu nell’universo”.

L’omaggio della Giglio, che gode della regia di Daniele Salvo, delle scene di Fabiana Di Marco, dei costumi di Daniele Gelsi e delle luci di David Barittoni, rende palpabili le sofferenze e le ostilità che si sono succedute nella vita della Martini, non dimenticando di sottolineare la sua infinita innata sensibilità, qualità che ha avuto un ruolo importante nelle sue magiche interpretazioni, ma che è stata anche un fardello troppo pesante nei momenti bui della sua vita, portandola ad enfatizzare paure e debolezze al punto da condizionarne l’intera esistenza sino a quella morte, per molti ancora oscura, che qui viene salutata quasi come una liberazione, il definitivo arrendersi di un cuore stanco, provato, martoriato.

Pur plaudendo alla classicheggiante prova recitativa della protagonista, che, invero, non ha mai – nemmeno in passato – deluso le nostre aspettative, è superfluo affermare che la vera forza dello spettacolo sta nelle canzoni che la Giglio, dotata di un’ugola davvero fuori dal comune, che oseremmo definire “nera”, degna di essere annoverata nella migliore tradizione blues, interpreta senza imitare l’inimitabile e mettendoci tutta la grinta e il pathos di cui è capace: scorrono, tra l’emozione generale, “Minuetto”, “Piccolo Uomo”, “E non finisce mica il cielo”, “Gli uomini non cambiano”, “La nevicata del ‘56”, “La costruzione di un amore”, sino alla ricordata hit del riscatto, quella “Almeno tu nell’universo” che – a sorpresa – a nostro modesto parere non è il momento più toccante della messa in scena, che, invece, assegneremmo all’esecuzione di quel gioiello compositivo che si deve al genio di Francesco De Gregori, a quella “Mimì sarà” – il cui testo abbiamo citato in apertura d’articolo – che la Martini volle fortemente inserire nella raccolta di cover del 1994 intitolata “La musica che mi gira intorno”, che – disgraziatamente – divenne anche l’ultimo album pubblicato prima della sua morte; quando, infine, Melania la intona, sola davanti ad un microfono, quasi fosse un’appendice dello spettacolo, quel bis che la vita non ha concesso a Mia Martini, non vi è dubbio che, attraverso lei, riusciamo a ritrovare tutta Mimì, l’unica, la divina, la nostra.

Pasquale Attolico

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