Con “Le smanie per la villeggiatura”, il Centro Diaghilev mette in scena l’attualità della tematica goldoniana

Chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. (…) Il mondo ha un certo incantesimo, che fa fare di quelle cose, che non si vorrebbero fare.”

Chi è il protagonista del capolavoro teatrale di Carlo GoldoniLe smanie per la villeggiatura”? Se non abbiamo alcun dubbio nell’indicare l’eroina delle successive opere teatrali del genio veneziano, “Le avventure della villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”, nella giovane ma determinata Giacinta, attraverso la quale Goldoni costruisce un archetipo di donna che, prendendo drammaticamente coscienza di sé e della sua condizione, sarà capace di rinunciare ai propri sentimenti per rispondere ai dettami della morale, non nascondiamo di avere sempre qualche dubbio nell’individuarne con precisione il personaggio cardine ogniqualvolta ci accostiamo al primo capitolo della cosiddetta “Trilogia della villeggiatura”.

È forse Leonardo, geloso amante – ricambiato – di Giacinta, che, infine, ne saprà conquistare il cuore e la mano? O Vittoria, sorella di Leonardo, innamorata solo dei suoi abiti? O il loro cameriere Paolo, saggio ed inascoltato al pari di un grillo parlante? È forse Filippo, padre di Giacinta, indolente, pigro, incapace di prendere decisioni? O Guglielmo, anch’egli spasimante di Giacinta? O Ferdinando, amico del buontempo, colui che lo stesso Goldoni definisce perentoriamente “scrocco”? O lo è il saggio Fulgenzio, amico fidato tanto di Leonardo quanto di Filippo, l’unico che sembra non essere stato morso dalla tarantola della smania per la villeggiatura e che saprà, infine, tirare le fila di ogni irrisolta questione, sciogliendone la matassa sino al sospirato, classico lieto fine goldoniano?

A nostro modesto parere, nessuno di questi; anzi, riteniamo che il personaggio più importante dell’opera non sia nemmeno sul palco, pur essendo, di fatto, incessantemente citato. Infatti, è ormai da tempo che siamo portati a credere che la vera protagonista della storia sia l’opinione pubblica (che, proprio in ambito teatrale, può essere perfettamente rappresentata, se non riassumibile, nello stesso pubblico della commedia), o ancora – meglio – lo sfrenato desiderio di apparire, agli occhi della massa sociale, diversi da quel che si è, di mostrarsi più abbienti e altolocati di quanto non si sia in realtà, essendo ossessionati dal giudizio altrui e dall’immagine che si deve dare e mantenere nel tempo per essere riveriti; anticipando di fatto il messaggio pirandelliano, Goldoni, pur servendosi della sua impareggiabile arte nel far ridere, partorisce una delle sue più impietose critiche non solo verso la collettività a lui contemporanea, preoccupata delle frivolezze e delle apparenze piuttosto che dei contenuti, ma anche – non sappiamo quanto consapevolmente, ma, di certo, profeticamente – nei confronti di ogni società a venire, la nostra – lasciatecelo dire – sopra tutte.

E l’attualità della tematica goldoniana è senza dubbio il motore della versione messa in scena dal Centro Diaghilev ed inserita nell’annuale cartellone del Teatro Abeliano di Bari con due affollatissime repliche, una rilettura della classica opera che, pur restando vicina, senza troppi stravolgimenti, all’originale, diverte con intelligenza, distante da altre rivisitazioni di classici attualizzate per soddisfare quel bisogno di ridere – o di far ridere – di pancia che sembra tutti abbiano. L’adattamento e la regia di Paolo Panaro, attraverso una comicità aggressiva che esonda nell’assurdo farsesco, centrano il bersaglio, costruendo un meccanismo perfetto, dai ritmi sostenuti e dalle battute frenetiche, in cui il Teatro è visto come giocosa ma sagace ed acuta rappresentazione dei nostri malcostumi o, meglio, della nostra totale assenza di costumi, quasi fosse l’ennesimo – inascoltato – grido di chi tenta di avvertirci che il Re è nudo, ben estrinsecato dagli abiti pensati da Francesco Ceo, con, in più, quelle ingombranti parrucche di carta, volutamente eccessive, che – giustamente – sembrano essere state estratte da una festa di carnevale di bambini o da una recita scolastica.

L’altrettanto scarna scenografia – nuda anch’essa? – fa sì che tutta l’attenzione si sposti sull’ottima recitazione dell’intera Compagnia, sulla fisicità, talvolta marionettistica, dei gesti e delle posture, sulla mimica facciale e, soprattutto, sull’attento studio dei linguaggi, dei suoni e dei toni, presenti in tutte le loro possibili sfumature, dall’ironico alla provocazione sino al clownesco, giungendo ad esaltarsi nel gioco di parole e nell’iterazione delle situazioni: lo stesso Paolo Panaro, straordinario nel ruolo di Fulgenzio che si è ritagliato, Riccardo Spagnulo, transfuga dal teatro delle nostre amate Fibre Parallele, Marco Cusani, Carlo D’Ursi, Alessandro Epifani, Francesco Lamacchia, ci regalano una prova d’attore d’altri tempi, partecipata, sentita, finanche vissuta dal pubblico, che, coinvolto appieno nel turbine di emozioni, aderisce alle vicende dei personaggi, commentandole anche rumorosamente; e, su tutti, le due donne della pièce, Altea Chionna e Deianira Dragone, che, spessissimo, superano in bravura i loro colleghi, divertendo ed entusiasmando gli spettatori da vere dominatrici del palcoscenico. La prova di ognuno di loro, assolutamente convincente, riesce a metterci davanti ad uno specchio, in modo che, infine, appare davvero impossibile non accostare l’allegra brigata dei villeggianti alla nostra società: in continuo movimento eppure perennemente immobile, apparentemente ricca eppure miseramente povera, piena di ogni cosa eppure irrimediabilmente vuota.

Pasquale Attolico

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