Il messaggio di Socrate torna di pressante attualità grazie all’opera teatrale nata dal binomio Pizzi / Lo Verso

“Hai torto, amico, se stimi che un uomo di qualche valore debba tenere in conto la vita e la morte. Egli nelle sue azioni deve unicamente considerare se ciò che fa sia giusto o ingiusto e se si comporta da uomo onesto o da malvagio. (…) Ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte.” (Platone)

“I filosofi hanno molti pensieri, i quali tutti valgono fino a un certo punto. Socrate ne ha uno solo, ma assoluto.” (Søren Aabye Kierkegaard)

Vi sono Opere che, pur essendo calate nel passato, anzi da questo attingendo a piene mani, sono perfettamente aderenti al momento della loro creazione; quando questa – ormai rarissima – commistione si compie, l’opera in questione smette di essere mera duplicazione delle parole che ci giungono da un tempo remoto, ma riconquistano tutta la loro urgente attualità, mentre la loro forza devastante torna a sferzare le assopite coscienze, insediandosi come un prolifico seme ben interrato nelle menti e nei cuori di chi ancora desideri porsi all’ascolto.

Apologia di Socrate – Dialogo sulla giustizia”, il nuovo spettacolo teatrale con Enrico Lo Verso, firmato da Alessandra Pizzi per la ErgoSum Produzioni, che ha inaugurato, con due serate sold out, la rassegna “Actor” inserita nella annuale Stagione, la 50°, del Teatro Abeliano di Bari, appartiene senza alcun dubbio a questa categoria, stagliandosi, nella contemporanea produzione teatrale, come lavoro assolutamente imprescindibile, soprattutto per le nuove generazioni.

Partendo dal testo elaborato tra il 399 e il 388 a.C. dall’ancor giovane Platone, accreditato come la più credibile fonte di informazioni sul processo a Socrate che il suo discepolo ci abbia lasciato, l’adattamento e la riduzione, curate dalla stessa Pizzi, realizzano in modo più che perfetto una sofisticata operazione di ricontestualizzazione storica, calandola magnificamente in questi tempi incerti che ci è dato in sorte di vivere, estrapolando, tanto dalle parole quanto dal non detto, un’idea, un concetto, un archetipo, che possa trasformarsi in – fosse anche utopico – anelito, personale ed universale al tempo stesso, non solo di giustizia, nella sua accezione più alta e totale, ma di vita stessa, finanche ridisegnando l’orizzonte delle nostre umane percezioni.

In tal modo, non solo il lascito di Socrate si fa carne, sangue, presenza viva, ma anche lo scritto di Platone diventa il pre-testo, il prologo, la sollecitazione ricevuta da un mondo apparentemente lontano che l’autrice e regista leccese ha saputo decodificare, ridurre ed argomentare in modo sublime; accostandolo ad altre figure rappresentative, storicamente lontane dal filosofo ma connaturate, se non immanenti, a quella sua parabola tragica così fermamente e risolutivamente determinata, in quanto anch’esse illegittimamente colpite da lapalissiana ingiustizia, da Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti ad Enzo Tortora, sino a giungere a ricongiungersi, in un ideale cerchio, con il più eclatante caso di iniqua condanna a morte per crocifissione di tutti i tempi, la Pizzi supera le barriere del tempo e dello spazio, sino a rendere le tante voci identificabili in una sola, annullandone le lontananze, le diversità, le dissomiglianze, le discordanze, ma piuttosto infilandosi in quelle discrepanze per allargarne le fenditure apertesi nel più totale buio, sino a farne entrare abbagliante luce e, infine, vincerne appieno le evidenti differenze, frantumandole. Così facendo, traccia un avvincente percorso emotivo, consentendo, proprio in virtù di questa precisa individuazione di un denominatore comune, ad ogni singolo spettatore di identificarsi, con più intenso slancio adesivo, al mito socratico, non permettendoci più di collocarlo tra gli eventi della storia determinatisi per pulsioni individuali, ma facendocene cogliere compiutamente un’interpretazione globale alternativa, politica, eversiva, rivoluzionaria. Costringendo il pubblico a fare ancora oggi – anzi, forse oggi come non mai – una netta scelta di campo, non accettando l’imbarbarimento dei tempi come unica sineddoche della nostra umana esistenza, lo spettacolo, anche grazie ad una indovinata scelta musicale di supporto, fa breccia nelle nostre coscienze abbattendo la barriera della quarta parete, distruggendola con la forza di un urlo che, da personale, si fa sociale, condiviso e – come detto – universale.

Ne nasce così un’opera teatrale essenziale, necessaria, indispensabile, che, in una scarna scenografia illuminata dalle efficaci luci di Andrea Gresu, ha come incontrastato mattatore Enrico Lo Verso, da tempo ormai eletto dalla Pizzi a suo protagonista principe, il quale, come già nei precedenti progetti, ha l’enorme merito di essere perfettamente aderente al suo personaggio: durante tutta la messa in scena (se si eccettua una magnifica trasfigurazione pittorica nel finale che non vi sveleremo), Lo Verso è Socrate, e la sua forza recitativa è talmente ipnotica che possiamo affermare, senza tema di smentita, che non vi sia spettatore che possa metterlo in dubbio; la sua interpretazione della difesa socratica denota tutta la sua elevatissima sensibilità, lontana anni luce dalla fredda e – spesso – asettica lettura a cui ormai in molti attori ci hanno abituati, ma, semmai, più vicina ad una partitura musicale, con tempi e toni diversificati ma tutti pienamente coinvolgenti, che rende ogni concetto ed anelito dell’animo socratico perfettamente comprensibili ad una attentissima platea, cui trasmetteva ogni emozione in modo profondamente indelebile.

Con queste più che solide evidenze a guidarne i passi, è l’intera Compagnia a rendere al suo meglio, con gli attori impegnati sino allo spasimo nelle molteplici parti loro assegnate, dal comunitario Coro, in perfetto stile classico, ai – per lo più brevi – monologhi; Fabrizio Bordignon (segnatevi questo nome: profetizziamo che ne sentiremo presto parlare), Marilena Martina (anche nelle vesti di coreografa), Veronica Mele, Serena Guida, Mattia Spedicato, Giovanni Di Lonardo ed Antonio Guadalupi si calavano perfettamente nella pièce, regalandoci una performance che, a dispetto della loro giovanissima età, risultava matura, compiuta, coerente con un testo dalle mille insidie ma certamente di totale appagamento.

Pasquale Attolico

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