La canzone popolare greca dei bassifondi: Moni Ovadia e gli Evì Evan hanno portato sul palco della Cittadella degli Artisti di Molfetta “Rebetiki Diadromì”, un viaggio di musica e parole che è memoria collettiva e segno di identità del popolo greco

Dimenticate i luoghi comuni sulla Grecia: il sole, il mare, i marmi del Partenone, gli ulivi e la terra aspra, le case bianche con le persiane azzurre e le buganville fiorite che si arrampicano sui muri e sopravvivono maestose all’inverno. Dimenticate il sirtaki, perchè è un’invenzione per i turisti che hanno visto “Zorba il Greco” e cercano emozioni mordi e fuggi, semplici da assorbire.

Sul palcoscenico della Cittadella degli Artisti di Molfetta, negli ultimi giorni di Trame contemporanee, ricchissimo e variegato Festival che si è svolto dal 14 al 25 ottobre con la produzione di Malalingua e la direzione artistica di Marianna Pinto e Marco Grossi, gli Evì Evan con Moni Ovadia ci invitano a percorrere insieme a loro un itinerario rebetiko (questo il significato di Rebetiki diadromì, titolo dello spettacolo) fatto di canzoni, danze e racconti, per aggiungere un tassello importante al processo di conoscenza di questa civiltà straordinaria.

Il rebetiko è musica di ribellione ed emarginazione, è lamento e sfida, espressione di una cultura meticcia, e nasce dalla ferita profonda di un doppio esilio.

Appartiene ai greci dell’Anatolia, ed è profondamente intriso dell’humus ottomano, sospeso tra Oriente e Occidente, tra Apollo e Dioniso.

Dopo la disfatta dei Greci contro i Turchi (la cosiddetta katastrofi del 1922), nel 1923 il Trattato di Losanna dichiarò la fine dell’Impero Ottomano e il riconoscimento della Repubblica di Turchia. Un milione e mezzo di greci che vivevano in Anatolia e che lì erano profondamente radicati furono costretti a fare ritorno nella loro terra di origine, così come i turchi che risiedevano in territorio ellenico dovettero rientrare nella nuova Repubblica.

I profughi si riversarono nelle città di Atene e Salonicco, e nella capitale occuparono per lo più i bassifondi e la zona del porto del Pireo, emarginati dalla borghesia greca che li considerava “troppo turchi”, intrisi degli usi e dei costumi di una terra straniera. Doppiamente esuli, dunque: turchi in Grecia e greci in Turchia.

Il rebetiko nasce in questi anni (e vive nella sua forma più autentica fino agli anni ‘50), con evidenti elementi propri della musica bizantina ed ebraica, ed è nello stesso tempo espressione di emarginazione e di ribellione, lamento (aman) e sfida.

Rebet è infatti il ribelle, ma questa parola significa anche contemplare, fantasticare. E dunque si può intendere il rebet come un vagabondo che cammina, ascolta e racconta.

È un musicista e quindi si esprime con la musica, col canto, ma anche con la danza, che pratica singolarmente (con lo Zeibekiko) o in gruppo (con l’Hasapiko, che nasce nel XV secolo all’interno della corporazione dei macellai albanesi di Costantinopoli).

Moni Ovadia e gli Evì Evan ci regalano la possibilità di affacciarci in questo particolarissimo mondo, facendoci immergere in una cultura ricca di contaminazioni, in una serata in cui la musica si mescola al racconto, la storia al sentimento, le vicende degli artisti di riferimento ai ricordi familiari.

Moni Ovadia è profondamente coinvolto in questo viaggio, che gli consente di ritrovare parte delle sue radici (suo padre apparteneva alla comunità ebraica di Salonicco), e un attento studio della lingua lo ha portato negli anni ad innamorarsi dei suoni, delle parole, dei versi dei poeti, praticandoli amorosamente e intimamente.

Il suo è un racconto di alto significato storico ma anche musicale e sentimentale, e si percepisce un’adesione profonda al cuore, al senso stesso della musica.

Evì Evan è un antico brindisi rivolto a Dioniso, un buon auspicio per la festa, equivalente al nostro evviva! con il bicchiere alzato prima di bere.

Evì Evan è il nome della formazione italo-greca attiva tra Roma e Atene dal 2007, che con un lavoro attento, fedele e appassionato, cerca di mostrare il volto autentico della cultura greca moderna, riscoprendo e raccontando un genere che è nato come spazio di grande creatività all’interno di una società opprimente (oppressiva).

Il lamento, il rimpianto, la vita ai margini, ma anche la ribellione, l’ironia e il sarcasmo: il rebetiko dice la capacità di sopravvivere nonostante i tempi duri, l’emarginazione e le persecuzioni.

Già, le persecuzioni…

Il rebetiko è stato osteggiato e per lungo tempo proibito, come testimonia, tra le altre cose, il divieto di usare gli strumenti musicali tipici, come il bouzouki, una specie di mandolino dal quale, poi, secondo la tradizione, derivò il baglamas, molto simile ma più piccolo, pensato perchè si potesse nascondere sotto la giacca.

Per decenni lo si è considerato come una minaccia da estirpare, e la persecuzione ha avuto una prima fase tra il 1936 e il 1941, durante il regime fascista di Metaxas, per poi riproporsi durante la Seconda Guerra Mondiale e infine sotto la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974).

I suoi esponenti furono rinchiusi in carcere e torturati, ma le persecuzioni e la clandestinità paradossalmente trasformarono il rebetiko in un simbolo di resilienza e di identità.

La formazione presente sul palco vede Dimitris Kotsiouros (tra i fondatori del gruppo) e Valerio Mileto ai bouzouki, Giorgios Strimpakos al canto, alle percussioni e al baglamas, e Gabriele Caporuscio alla chitarra.

Si è detto che questo itinerario rebetiko è una finestra su un mondo ricco di echi e rimandi, ponte tra culture diverse che hanno convissuto liberamente, meticcio ma al tempo stesso originale.

Si comprende allora perchè nel 2017 è entrato nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO. Gli si è riconosciuto il prezioso valore di tradizione musicale viva, il forte carattere simbolico, ideologico e artistico.

Se un concerto e un racconto possono solo far intuire la ricchezza e il senso di un’esperienza così particolare, è comunque evidente che siamo di fronte ad un punto di riferimento importante per la memoria collettiva e l’identità dei greci, veicolo di speranza nei tempi bui, strumento quotidiano di ribellione contro le ingiustizie, di coraggiosa sopravvivenza per gli emarginati egli esclusi.

Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook di Paola Copertino

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