
Il Sindaco del Rione Sanità, scritta da Eduardo nel 1960, è una profonda riflessione sul rapporto tra potere e giustizia.
Il racconto si svolge attorno alla figura di don Antonio Barracano, dispensatore di una giustizia alternativa rispetto a quella dello Stato, che interviene nei conflitti della comunità dirimendoli grazie al suo carisma personale, ergendosi a giudice di fatto ma non di diritto. Non un rigore legale, quindi, ma piuttosto personali criteri di morale ed equità, radicati nella tradizione anziché in un codice universalmente riconosciuto.
A questa attività don Antonio ha dedicato gli ultimi trent’anni della sua vita, rafforzando nel tempo il suo potere, che però alla fine entrerà in crisi, secondo il racconto di Eduardo, a causa di quella stessa violenza che aveva cercato di controllare. La sua autorità resterà dunque efficace solo nel breve termine, e rivelerà il suo limite quando entreranno in gioco delle variabili non previste.
In una separazione ideale che vede da un lato gli ignoranti, le vittime, gli uomini senza mezzi che necessitano di protezione, e dall’altro i corrotti, le carogne, don Antonio non aveva considerato una terza categoria, che è qui rappresentata dal personaggio di Vincenzo o’ Cuozzo. Sono individui sostanzialmente in buona fede, che però possono (per bisogno o per viltà) diventare corruttibili, sfuggenti, schegge impazzite capaci di destabilizzare l’ordine costituito e condiviso.
E se è la mano di Arturo Santaniello che porrà fine alla sua vita, è la mano di Vincenzo o’ Cuozzo quella che don Antonio rifiuterà di stringere mentre uscirà di scena, per andare a morire lontano dagli sguardi dei commensali, come se il tradimento e la vigliaccheria siano da considerarsi gravi quanto l’omicidio stesso.
Il Sindaco del Rione Sanità ha aperto al Teatro Piccinni il cartellone degli spettacoli di Umano Collettivo, Stagione teatrale e di danza 2026/27 del Comune di Bari, realizzato in collaborazione con Puglia Culture.
Protagonista e regista della pièce è Geppy Gleijeses, che con questa commedia e con Eduardo vanta davvero un rapporto privilegiato. Aveva infatti solo 19 anni quando, dopo aver assistito a numerose repliche proprio del Sindaco, riuscì a conoscere il Maestro, che lo accolse e gli accordò poi, nel tempo, il permesso di mettere in scena le sue opere (cosa che Gleijeses ha già fatto con sette commedie eduardiane): un dono e un privilegio esclusivo, rarissimo, segno evidente di stima e di profonda fiducia.
Di fronte alla sua prova d’attore non c’è molto da dire: magnetico, autorevole, carismatico, sempre padrone dello spazio. Gli sono personalmente grata per aver recitato Eduardo senza inutili imitazioni, senza gli ammiccamenti, che troppo spesso, purtroppo, continuano a vedersi anche in produzioni autorevoli e “blasonate”. E se una certa parte di pubblico trova “conforto” nel vedere sul palco un attore che scimmiotta Eduardo (ripetendone quella personalissima, originale e indimenticabile mimica) Gleijeses sceglie un’altra strada. Racconta il senso e l’essenza, ma lo fa secondo il suo personalissimo stile, fedele contemporaneamente a se stesso e allo spirito del drammaturgo.
È lui che ridà il ritmo nei rarissimi momenti in cui il racconto rallenta, è lui che con pochi e misurati gesti domina la scena e la governa.
Ciro Capano veste i panni di Arturo Santaniello, il personaggio che decide lo sviluppo e l’esito della commedia, una carogna (secondo le categorie di don Antonio), crudele e irremovibile, l’unico libero da soggezione nei confronti del sindaco e, dopo iniziale condiscendenza, sprezzante nei suoi confronti. Una interpretazione asciutta, essenziale ed estremamente incisiva.
Completano il cast Monica Assante di Tatisso, Giuseppe Gaudino nel ruolo di Rafiluccio, Irene Grasso, Salvatore Felaco, Carlo Di Maio, Angela Bertamino, Pasquale Aprile, Demi Licata, Carmine Benitozzi, Umberto Ranieri, Guido Falco.
Le scene sono di Roberto Crea, i costumi di Chiara Donato, il disegno luci di Francesco Grieco e le musiche di Teho Teardo.
Un ruolo necessario e prezioso nell’economia del racconto è quello del medico, Fabio della Ragione, interpretato da Pino Micol, una sorta di bilancia morale per don Antonio, contraltare del suo istinto passionale. È un personaggio complesso, il cui tormento Micol riesce a rendere con incredibile compostezza. E anche quando il copione impone uno scoppio di rabbia o il pianto, il suo gesto è tragico ma misurato, intimo e direi quasi compresso, trattenuto.
Nel dottore, che ha accompagnato don Antonio per trent’anni, dimorano la disillusione e la crisi, il dubbio e una nuova consapevolezza. Capisce che tutti i loro sforzi non hanno fatto altro che “limitare i danni”, operando fuori da un sistema universale e certo, al quale lui sente ora il bisogno di ritornare. Comprende la necessità di una “griglia” che liberi il giudice dall’arbitrio e dal coinvolgimento emotivo.
La dipartita dell’uomo che lo ha tenuto (e trattenuto) accanto a sè in un sodalizio che non ammetteva defezioni e allontanamenti, e che solo in prossimità della morte gli restituisce la libertà di partire, lo porterà ad un gesto che è in profonda antitesi con quella giustizia alternativa che il Sindaco aveva praticato in vita. Nel riportare la sua azione alla legalità, alle regole dello Stato che per trent’anni sono state adattate e addomesticate, Fabio della Ragione compie un prezioso atto di libertà e liberazione.

Il Sindaco del Rione Sanità è davvero un’opera complessa, e complesso (ed enigmatico) è il personaggio di don Antonio, per il quale Eduardo diceva di essersi ispirato ad una persona realmente esistita. Non un camorrista, come qualcuno lo ha frettolosamente e superficialmente liquidato, ma un uomo il cui potere non ha bisogno di essere esibito né la violenza praticata. L’autorità e l’autorevolezza sono evidenti ancorchè non dette; il suo ruolo di giudice non è mai in discussione, almeno fino all’incontro con Arturo Santaniello (che senza mezzi termini gli intima di farsi i fatti suoi) o al voltafaccia di Vincenzo o’ Cuozzo, che vigliaccamente lo tradisce non appena ne percepisce il declino, salvo poi cercare di rientrare nelle sue grazie.
Nel corso del racconto si svela anche il suo legame tra Rafiluccio Santaniello, diseredato dal padre e deciso ad ucciderlo.
Un filo invisibile unisce le loro storie, e collega la vicenda che ha visto coinvolto don Antonio da ragazzo con il dramma che Rafiluccio vive nel presente. Eduardo lo sottolinea, senza dichiararlo apertamente, nei racconti che entrambi fanno, in tempi diversi, della loro personale tragedia. Pone sulle loro labbra le stesse parole (“nun voglio murì… o isso o io”). Don Antonio, pur senza esprimerla apertamente, ha una compassione profonda per Rafiluccio, e in lui si riconosce. Le ragioni del giovane sono le sue stesse ragioni, anche se sono passati tanti anni: cambia solo l’artefice dell’ingiustizia (il guardiano Gioacchino da un lato, Arturo Santaniello dall’altro). Ma ora Don Antonio può essere per il giovane quella voce della ragione che a lui è mancata.
“Pensaci bene Rafilù, e ricordati quello che ti ho detto: l’uomo è uomo soltanto quando capisce che deve fare marcia indietro e la fa”.
Il passato che torna a pulsare dolorosamente e la disperata determinazione del giovane spingono (eccezionalmente) il Sindaco a muoversi di persona per andare da Arturo Santaniello, per il quale prova un disprezzo profondo, e costringerlo a provvedere a suo figlio e alla sua compagna (e ci riuscirà, in qualche modo, compiendo l’ultimo gesto da Sindaco).
Con una meravigliosa lunga scena iniziale, in cui gli unici suoni sono brevi monosillabi e rumori di oggetti spostati, dove la ritualità dei gesti descrive una consuetudine consolidata, Eduardo ci fa immergere lentamente nella penombra di un mondo altro, in una sorta di universo parallelo, un’enclave con rituali e regole proprie. Uno scenario per molti aspetti lontano nel tempo, che però pone una domanda drammaticamente attuale.
Quando gli uomini non si sentono rappresentati e difesi dallo Stato, è legittimo che altri soggetti diventino dispensatori di giustizia, poggiando le loro decisioni su principi di equità?
Gli eventi descritti e la decisione finale del dottore ci dicono di no.
L’equità, il richiamo al buon senso, alla tradizione, non avranno mai quella universalità che è propria della norma scritta, che libera il giudice, che lo rende terzo.
Il rischio dell’arbitro, della violenza, saranno sempre in agguato, e i rammendi, nel tempo, riveleranno inevitabilmente la loro fragilità.
Imma Covino