
Quante volte avremmo voluto scomparire nell’anonimato delle nostre esistenze? Tante quante le volte in cui sentiamo che taluni momenti cruciali sono come le scene di un film, in cui per fortuna o purtroppo siamo protagonisti. Film comici, tragici, dolorosi o lieti, momenti romantici, languori di amori perduti e nostalgie dell’infanzia. A pensarci bene, non potrebbe essere la nostra stessa vita, un’opera d’arte? Anzi, come si dice in Blow Out di Brian De Palma, “I film sono belli, ma questa è vita vera!”.
L’intuizione, formidabile, appartiene a “Exhibition”, spettacolo della compagnia italo/australiana Cuocolo/Bosetti, coprodotto da IRAA Theatre di Melbourne, Nuovi Paesaggi Urbani di Roma e dal Teatro di Dioniso di Torino. Lo spettacolo rientra nel cartellone della dodicesima edizione della rassegna Il Peso della Farfalla, a cura dell’associazione Punti Cospicui, con la direzione artistica di Clarissa Veronico, una rassegna che non è solo teatro off, ma un posto nel nostro tempo urbano per allocare le trasformazioni nostre e dei nostri pensieri in posti insoliti, attraverso il metodo che il teatro ci propone, da circa tremila anni. Bosetti torna a Bari dopo il bellissimo “Alcune cose da mettere in ordine” di Rubidori Manshaft. Lo spettacolo è concepito per essere performato negli spazi museali, e a Bari le sale perfette erano quelle della Pinacoteca della Città Metropolitana Corrado Giaquinto, che custodisce, tra le altre, opere di Tintoretto, Finoglio, Netti, Pascali e Iurilli. Qui, il pubblico impersona un gruppo di trenta visitatori, dotato di cuffie come quelle per la silent disco, mentre Roberta Bosetti, emersa da un corridoio della Pinacoteca, ci guida attraverso le opere. Quali opere? Il dipanarsi dello spettacolo offre una miscela unica tra le opere conservate nella Pinacoteca, i grandi classici che rappresentano la nostra preminente memoria della storia dell’arte e scene di vita vera, che spiegano anche l’amore per l’arte.
Così, tra le sale del Museo, la guida/visitatrice d’eccezione parla della sua prima giovinezza, la nascita dell’amore per l’arte, l’ostacolo a tale passione ad opera della famiglia di origine, agli amori, ai viaggi, mentre i visitatori scoprono e riscoprono le opere della Pinacoteca, o si immedesimano nelle opere più famose, negli stati d’animo in cui vengono osservate (come siamo e non come sono, direbbe Nin), nel vissuto dell’attrice/visitatrice, compiendo un viaggio dentro sé stessi. Quasi imbarazza, mettersi a nudo, con le cuffie e i panni addosso, ma costretti all’intimità dell’ascolto che barra la percezione del suono e la costringe a seguire Bosetti nei corridoi. Un’esperienza irripetibile, che ci estrania dal mondo, spingendo a scoprire dentro di noi gallerie, ricordi d’arte che credevamo sepolti, città che credevamo messe in cantina, persone e affetti che credono di averci insegnato la vita e invece hanno soltanto appeso un altro quadro nella nostra memoria. Ogni meandro della Pinacoteca è una circonvoluzione della nostra mente, ogni passo nel corridoio una sinapsi, ogni opera un ricordo, una sensazione, un sentimento pronto da osservare. Alla fine della visita, scopriamo di avere dentro di noi, non solo i cieli e i giardini messi in versi da Salvatore Quasimodo, ma le opere e le passioni che ci rendono una galleria d’arte unica al mondo, eppure così simile a tutte le altre gallerie che hanno percorso e ascoltato con noi il percorso tra le tele di Signorini e di Casorati. Tornati a casa, potremo dire di avere scoperto un nuovo museo: quello della nostra vita, chissà cosa ci sarà nelle prossime stanze.
Beatrice Zippo