
È nelle sale cinematografiche il lungometraggio di Francesco Piras “Zustissia”, che porta sul grande schermo uno dei capitoli più bui e dolorosi della cronaca giudiziaria italiana: il caso di Beniamino Zuncheddu.
Il film vede protagonisti Michele Riondino e Fabrizio Ferracane che insieme ricostruiranno quella che è stata una sorta di odissea umana durata oltre trent’anni ed è tratto dal libro “Io sono innocente” scritto a quattro mani dallo stesso Zuncheddu (Ferracane) assieme al suo legale Mauro Trogu (Riondino).
La vicenda, dai caratteri decisamente drammatici, ripercorre i passaggi della condanna all’ergastolo del pastore sardo Zuncheddu appunto, che trascorre trentatrè anni della sua vita, in maniera quasi sommessa e incredula, in carcere diventando così il simbolo del più lungo errore giudiziario della storia.
Ecco che arriva la svolta quando l’avvocato Trogu decide di iniziare una lunga e appassionata battaglia legale pro bono per ottenere, così, la revisione del processo che si conclude con una definitiva e agognata assoluzione nel 2024.
Piras si muove su binari solidi e socialmente nobili del cinema d’impegno civile, laddove un approccio decisamente cronachistico che avrebbe potuto cedere al sensazionalismo, preferisce concentrarsi sulla dimensione umana come la tenerezza dei legami quotidiani, la dignità della vittima e la crescita costante e complessa del rapporto dell’avvocato con il suo assistito.
Michele Riondino si conferma un notevole ed empatico interprete quando si tratta di far vivere sullo schermo figure animate da una forte etica sociale. Il suo Trogu non è un eroe da legal thriller americano, ma un professionista pragmatico guidato da un profondo senso di umanità, in linea con l’intento registico.
Accanto a lui, Fabrizio Ferracane fa un lavoro di sottrazione straordinario perché lavori sui silenzi, sugli sguardi persi e arrendevoli incarnando un uomo schiacciato da un ingranaggio molto più grande di lui.
Il regista, grazie alle musiche rarefatte e profonde di Iosonouncane, evita la retorica spettacolare del dramma carcerario e la Sardegna diventa proprio un elemento narrativo per i codici propri che la giustizia ordinaria ha faticato a decifrare, creando poi il pregiudizio iniziale.
Molto buoni anche i contributi del resto del cast, tra cui spicca sicuramente Geppy Cucciari nel ruolo della radicale Irene Testa.
Insomma Zustissia è un’opera che ci mostra quella che è la resilienza umana e il valore della perseveranza grazie alla ricostruzione di un grave fatto giudiziario, forse a tratti “condensato” da un punto di vista temporale ma non intaccando in nessuna maniera il fortissimo impatto emotivo.
Samantha Pinto