“L’Avaro a tre voci”: anatomia di un’ossessione nel nuovo lavoro della Compagnia Diaghilev andato in scena a Bari

Togliere a Molière tutto il suo apparato barocco – i servi che affollano la scena e le mille trame secondarie – è una scelta rischiosa, ma è anche l’unico modo per far emergere la vera ossatura della commedia. È la scelta su cui ha puntato la Compagnia Diaghilev a Santa Teresa dei Maschi con L’Avaro, partitura per tre attori, lo spettacolo firmato dalla regia di Rosario Sparno che ha inaugurato la nuova stagione.

Nello spazio della chiesa sconsacrata, a due passi dalle prime file, c’è una dormeuse in legno stile Rècamier da un lato, la scrivania con la sedia dall’altro. E poi c’è lei, la famigerata cassetta dei soldi. La regia ha un’intuizione chiarissima: anziché farla evocare fuori scena o celarla nei soliti nascondigli della scenografia, la lascia sempre lì, per tutta la durata dello spettacolo. Un chiodo fisso ben visibile, una presenza ingombrante a cui finisce per ruotare ogni singola battuta.

Ridurre la storia a sole tre figure significa andare dritti al punto e trasformare la commedia in una guerra di trincea familiare. Da un lato c’è Arpagone (in questo ciclo interpretato da Francesco Lamacchia, che si alterna con Paolo Panaro), un uomo divorato da una paranoia solitaria. Arroccato dietro quella scrivania, cupo, curvo e perennemente intento a fare conti, per lui il danaro non serve per vivere bene, ma per difendersi dal mondo intero. Non guarda in faccia a nessuno, accecato com’è dall’avidità: la figlia Elisa, nell’economia del suo pensiero, non è che merce da sistemare al miglior offerente, a patto che non richieda un solo soldo di dote. Lamacchia ne incarna benissimo l’egoismo cieco, senza però farne una macchietta, ma restituendo tutta la miseria umana del personaggio originale di Molière.

Sul fronte opposto ci sono i due giovani, vera e unica resistenza a questa follia. Il merito della regia sta proprio nell’aver saputo dosare la storia: con un cast ridotto tre soli attori in scena il rischio di sacrificare la ricchezza del testo era forte, ma lo spettacolo conserva tutta la sostanza della commedia e valorizza al massimo la versatilità degli interpreti. In questa battaglia tra generazioni prende forma Elisa (Doriana Costanzo), che incarna perfettamente il personaggio molièresco della figlia pronta a ribellarsi all’autorità paterna in nome dei propri sentimenti. La Costanzo le dona la dignità e la rabbia di chi si rifiuta di farsi trattare come merce di scambio, pienamente consapevole di muoversi in una casa dove l’amore è quasi considerato un reato. La sua è un’interpretazione grintosa, capace di dare allo scontro con il padre una reale tensione drammatica.

E poi c’è Valerio (Andrea Simonetti), figura solida e pragmatica: per starle vicino si fa assumere in casa facendosi carico di qualsiasi mansione. Nel mettere in scena una parodia irresistibile dell’asservimento, Simonetti passa a ritmi serrati dal cappello da cuoco al frustino da cocchiere, ridicolizzando con spiazzante ironia la mania del padrone.

In una disposizione così essenziale la riuscita dell’operazione si gioca tutta sulla pelle e sul talento degli interpreti. E la squadra funziona a meraviglia. Francesco Lamacchia nei panni di Arpagone regala una prova davvero notevole: senza perdere nulla della cupa paranoia del personaggio, gioca con intelligenza sui toni del grottesco. La comicità che ne scaturisce non cede mai al facile intrattenimento o alla goliardia, ma restituisce appieno l’intento di Molière, dove la caricatura evidenzia per contrasto tutta la drammaticità di un’ossessione tragica, fino all’immancabile colpo di scena del furto della cassetta.

Se c’è un piccolo appunto da fare – ed è più una nota di colore che una vera e propria critica -, riguarda la convivenza con lo spazio. Trattandosi di un ambiente polifunzionale, la scena finisce per condividere il campo visivo con alcuni elementi espositivi estranei alla vicenda; un piccolo limite logistico che, unito a una scenografia apparsa leggermente più essenziale del solito, attenua un po’ la consueta cura del dettaglio a cui la Diaghilev ci ha abituati.

Sono sfumature da poco, s’intende, che non intaccano la sostanza di una prova eccellente. Un bell’inizio di stagione per la Diaghilev che conferma la sua vitalità e fa venir subito voglia di tornare per i prossimi appuntamenti in cartellone.

Cecilia Ranieri
Foto di scena per gentile concessione della Compagnia

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