La metempsicosi rovesciata de “L’Estranea” di Paolo Strippoli ci inchioda alla poltrona del grande cinema e alle nostre smaniose ambizioni

Foto di Andrea Miconi

Nel 2026, è complicato parlare ancora di “cinema di genere”. Con un pubblico ormai fluido, nella scelta del cibo, nei feed di TikTok, nel voto, nei sentimenti, le tribù di fan sono diventate nicchie ristrette. E dunque cosa succede con l’horror? Non è più un florilegio di zombie insanguinati, buono per esorcizzare il male di crescere dell’adolescenza o per la scusa di abbracciare qualcuno sperando che diventi un flirt, ma un autorevole osservatorio della psiche, del soprannaturale, di un’esistenza complessa. Specialmente in un’epoca che ci serve il sangue e la violenza con la rassegna stampa a colazione, l’horror può essere l’occhiale del pensiero che mette a fuoco molti inceppamenti evolutivi e involutivi della specie umana.

Se poi ci troviamo di fronte a un film che è anche scritto e diretto benissimo, non possiamo che essere felici. Così è per “L’Estranea” del trentatreenne di origine coratina Paolo Strippoli, al suo quarto lungometraggio dopo una serie di premi internazionali vinti con le sue opere precedenti. La storia è quella della famiglia Colonna, esponenti tipizzati del commercio barese dei tempi d’oro. Un’apparenza perfetta in superficie: soldi, bellezza, successo, amicizie che contano, talenti e fortune. Un tragico incidente durante una festa nella megavilla di famiglia scatena una spirale di eventi che trascina la famiglia in un’infelicità sempre più profonda e condivisa. Al centro di questo sprofondo che va dal 1999 al 2025, il rapporto tra Anna, la madre della famiglia, interpretata da Jasmine Trinca, che si misura nuovamente con un personaggio a cavallo di molteplici età come nella serie TV “La Storia”, e l’Estranea, una Valeria Bruni Tedeschi pazzesca, nuovo spirito guida del black humour. I ripetuti patti mefistofelici tra Anna e l’Estranea, due donne talora così sembianti tra loro, sono volti a conservare non già la saggezza illimitata del Faustus di Marlowe o la vittoria a Troia come nell’Ifigenia in Aulide (come non pensare a Lanthimos e al suo Sacrificio del Cervo sacro?), ma la rispettabilità della famiglia Colonna agli occhi della gente, e la vita stessa dei suoi componenti. Non si salva nessuno: il marito Walter (un Adriano Giannini più barese di mio padre), i figli Alice e Tobia, il cane e la servitù.

Foto di Paolo Ciriello

Proprio la servitù è la chiave di volta dell’horror modernamente inteso. I Colonna appartengono alla borghesia annoiata e altospendente già ampiamente disfatta da Nicola Lagioia ne “La ferocia” e da Elvio Carrieri in “Poveri a noi”, tutte opere, al pari de “L’Estranea”, che grattano la patina glam di quelli che in fondo sono stati percepiti come parvenu dell’alta società, ma che rappresentano un ceto ben identificabile di una città classista, respingente e invidiosa principalmente verso se stessa. A questo giro, L’Estranea riparte dov’era finito Parasite. La megavilla è ancora lì, al posto delle vetrate panoramiche e dei tavolini strategici, opulente bordure di gelsomini e mobili in un accecante total white. Il sangue sul prato perfettino è la stura della vendetta della servitù, la cui maledizione si autoalimenta. Chi è ossessionato dalla lotta di classe, mutuata proprio dai capisaldi sudcoreani, potrebbe dire che qui i ricchi non vincono.

Anche le scene sono dotate di una fotografia multiforme, firmata da Cristiano Di Nicola, e della direzione di Strippoli resta davvero molto quando il film è finito: le soggettive che sono tagliate sull’occhio e sulla psiche del personaggio, come la luce della chiesa in fondo al tunnel esistenziale di Anna, i ricordi allucinati come la scena della vittoria dei Mondiali di calcio del 2006, abbondante nella tecnica e nella narrazione equivoca delle immagini, o il diluvio romano del penultimo capitolo del film, punizione biblica di un’umanità rimasta senza speranza; i personaggi sono scolpiti in un altorilievo esteso e preciso.

Cosa resta di un horror quando il dramma metempsicotico, la commedia nera, la denuncia sociale, il dato di storia recente hanno schiuso le corolle? Resta un gran bell’horror, a suo agio nelle pieghe di una Bari edonista. Dalla reference alle mani di Laura Palmer di “Fuoco cammina con me” nel mudra dell’Estranea, dalle quinte magiche degli interni di Dario Argento, a un Grand Guignol tutto sommato parco di sangue, al titolo evocativo di quel penultimo capitolo. Il male non è più una strega nascosta in una casa disabitata o un morto che infesta i nostri sogni, la paura non è più riposta nel demonio, negli zombie o in uno squartatore con le lame alle mani o vestito da pagliaccio. L’insuccesso è l’incubo che muove la famiglia Colonna e il mondo, le aspettative reincarnate nel troppo amore sono le vampire del nostro tempo, nessuna paura è più invincibile di quella del buio dentro di noi.

Beatrice Zippo

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