Un’Oasis rock al Lido: bagno di folla ed interminabile ovazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 per la Première di “Don’t look back in anger”, il film che celebra la reunion dei fratelli Gallagher

In una Venezia invasa appena meno del solito da turisti in canotta e braghe corte spuntano, stranamente sobrie rispetto al contesto generale, magliette celebrative del tour Oasis 2025. È già, perché il 5 settembre è il giorno della première per il loro “Don’t look back in anger”, film con la regia di Dylan Southern e Will Lovelace, sulla sceneggiatura di Steven Knight. Ma, come sempre accade quando ci sono di mezzo i fratelli Gallagher, sia pure mondati dallo spirito buonista della reunion dei loro Oasis, la domanda sorge spontanea: davvero ci saranno? Verranno insieme? Lanceranno un qualche messaggio criptico sul loro futuro?

Da tracce sui social apprendo che un gruppo di fan, ovviamente tutte donne, è attendato (letteralmente) sin dalle prime ore ai bordi del red carpet, bucket hat d’ordinanza in testa, nella fervida attesa che i Due si palesino. Essendo le suddette vintage girl in genere molto ben informate, l’Apparizione si concretizza una quindicina di ore e varie birre dopo.
Liam e Noel, usciti non si capisce bene da dove, si avvicinano ai fan in delirio, firmano autografi, acconsentono a selfie e fanno mossette a beneficio di un’autentica muraglia di fotocamere e teleobiettivi, che li bersagliamo da una parte e l’altra del carpet. Poi, quando il fratellino prende la mano del fratellone e la solleva verso l’alto nel gesto diventato ormai un marchio di fabbrica, si capisce che la passerella è finita e si può vedere il film.

E qui va subito chiarito un punto: “Don’t look back in anger” non è un semplice documentario sugli Oasis, per quanto consenta anche ai neofiti (ma davvero ce ne sono?) di ricostruire la storia della band.
Non è neanche un film-concerto, sebbene gli estratti dai live siano numerosi e ottimamente montati.
Quella che abbiamo appena visto è, piuttosto, la rappresentazione quasi teatrale di un’epopea, che attraversa generazioni, continenti e strati sociali partendo da un’entità prossima al mito: la working class di Manchester.

Cialtroni inizialmente ricchi solo di talento e sentimento (quest’ultimo, probabilmente, a loro insaputa), i Gallagher ne sono gli orgogliosi e consapevoli vessilliferi. Attraverso il sapiente quanto circoscritto uso di materiali d’archivio vengono forniti flashback sull’ascesa dal nulla alla gloria (1994–1996) e sulla traumatica separazione del gruppo, in occasione del festival Rock en Seine di Parigi 2009 (peccato siano stati del tutto ignorati i tredici anni di mezzo). In ciò, vi è da dire, si vede molto di Steven Knight, con il quale, non a caso, i Bros (e soprattutto Noel) sembrano avere più confidenza che con i due registi. Lo sceneggiatore inglese, dopo aver assemblato la storia della band, la inserisce in una cornice narrativa che appartiene più al cinema d’autore che al racconto musicale tradizionale.

Il risultato è un’opera che si colloca oltre struttura monolitica della cronaca, per abbracciare una prospettiva più ampia e meditata, addirittura politica, come quando Noel avverte la necessità (chissà perché) di chiarire che gli Oasis non sono una band “di destra”, ma sono per tutti. Knight, va ricordato, è autore di numerose sceneggiature per film importanti, tra i più recenti “Spencer” (2021) e “Maria” (2024), incentrati rispettivamente sulle figure di Lady Diana e Maria Callas. Pochi come lui sanno raccontare il mito, specie quando esso è costruito sul conflitto, materia della quale i Gallagher sono cultori assoluti. Con le loro traiettorie esistenziali, Knight si trova completamente a suo agio, anche perché può usare da par suo la voce e la memoria come motore narrativo.

E qui la voce è quella dei milioni di fan che hanno accolto in ogni angolo del mondo la notizia della reunion come quella di un nuovo Avvento, tra i quali un tizio inglese che, senza remore e con perlacea lacrimuccia, dice che per lui è come se fosse rinato Gesù. Il racconto intreccia le loro storie a quella dei Bros: facciamo così la conoscenza di una donna brasiliana che ha chiamato il suo cane Bonehead (lei lo pronuncia Bonedgi, con delizioso accento portoghese), di due haenyeo, le pescatrici subacquee coreane, che si fanno coraggio sulle note di Acquiesce e dei fan argentini che mischiano a suon di trombe e tamburi il tifo per i Nostri a quello per il San Lorenzo, squadra di Buenos Aires di cui Papa Francesco era una specie di ultrà. E, a proposito di chiesa, tra i momenti indimenticabili del film c’è la predica di un prete che cita la riconciliazione dei Gallagher per ricordare agli sparuti fedeli che, come spiegò Gesù a San Pietro, occorre perdonare settanta volte sette. Liam sembra inserirsi nello stesso filone, quando, verso la fine del film afferma che “Oasis saves”, gli Oasis salvano.

L’identificazione con la loro Manchester, sebbene ricordino con orgoglio che i loro nonni e bisnonni erano irlandesi, è totale. Sullo schermo, precedute da rintocchi di campane, scorrono le immagini della veglia seguita al terribile attentato del 2017 al concerto di Ariana Grande. La gente, commossa, canta in coro “Don’t look back in anger”, mentre una ragazza sopravvissuta alla carneficina spiega che proprio in quella frase c’è lo spirito della città: non lasciarti sopraffare dal dolore, non lasciare che la rabbia di ieri vi rovini il domani. Vi ricorda qualcosa?
E poi c’è la musica. Tanta e presentata come un caleidoscopio di emozioni, ricordi e buone vibrazioni, anche se l’inizio, sei settimane prima l’esordio di Cardiff, non pare essere molto incoraggiante. Con la band c’è il solo Noel, che non mostra certezze circa la presenza del fratellino il giorno dopo e sembra quasi scusarsi per il fatto che a cantare sarà lui. Oltre tutto, la sala grigia in cui si svolgono le prove somiglia non poco a quella in cui si presentarono i Beatles per le riprese del progetto “Get back”, che doveva segnare il loro ritorno sulle scene, ma si trasformò nel triste commiato di “Let it be”.

Per fortuna degli Oasis e dei loro fan, il giorno dopo Liam compare e, avendo evidentemente lavorato sull’empatia, riesce persino a salutare gli altri, prima di ingiungere che i “cazzo di pannelli” posti davanti alla batteria a protezione dei suoi timpani vengono rimossi. Da quel momento, tra schitarrate, ricordi e innumerevoli “fuck” fila tutto liscio, con la riconciliazione narrata in presa diretta. Liam si dice contento dell’entusiasmo dei fan per le canzoni del fratello; quest’ultimo osserva che la voce del Bros è riamata identica dopo trent’anni. In conferenza stampa, nel pomeriggio. i registi avevano spiegato che i due non avevano minimamente filosofeggiato sulla reunion, ma – semplicemente – avevano preso a programmare le cose da fare. Non so se ci stiano sapidamente prendendo per i fondelli da due anni (vi confesso: il sospetto non mi è mai del tutto passato), ma sembra proprio che sia andata così.

Si arriva, così, a Champagne supernova, ultima canzone del film così come dei concerti. E via con i fuochi di artificio, gli abbracci, le lacrime e le montagne di boccali di birra vuoti; un paio di coppie (nel film) si baciano appassionatamente, nella speranza che poi non venga fuori un qualche casino, tipo concerto dei Coldplay (e scusate l’accostamento irriverente per qualunque Oasis fan). In sala si accendono le luci, Noel, Liam e gli altri sono lì, a prendersi dieci minuti di applausi, salutare i fan, abbracciarsi e asciugarsi una lacrima (Noel).
Perché guardare indietro senza rabbia è il modo migliore che abbiamo per andare avanti.

Giuseppe Battista
Foto di Giuseppe Battista
in esclusiva per il Cirano Post

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