
Non ha molto senso chiedersi se l’Odissea di Christopher Nolan sia fedele all’originale Un mito non è un reperto da conservare sotto vetro. È una materia viva: ogni epoca lo riapre, lo tradisce, lo riscrive per riconoscervi le proprie paure.
Nolan prende l’Odissea e la trasforma in una grande meditazione sul ritorno, sulla guerra, sulla responsabilità personale, sull’accoglienza e sulla fine di un mondo. La sua operazione è, in ogni caso, magistrale.
La ricostruzione di un universo arcaico, la potenza delle immagini, la dimensione quasi sacrale della messa in scena e la colonna sonora di Ludwig Göransson, fatta di strumenti antichi, metalli, percussioni e sonorità capaci di evocare un tempo remoto senza mai renderlo rassicurante, costruiscono un mondo che sta finendo, ma che si osserva mentre è lì sul precipizio.
La guerra di Troia è già, in sé, un’immagine che trascende il mito.
Dietro le mura assediate si possono intravedere tutte le città della storia che hanno resistito fino all’ultimo respiro: i partigiani sulle montagne, la resistenza dentro le città occupate, Guernica, Stalingrado ridotta a una rovina e tuttavia ancora capace di combattere e, infine, Gaza sotto le bombe.
Troia non è soltanto una città da conquistare. È una città che resiste.
E la guerra, dopo dieci anni, è bloccata. Le armi non bastano più. La forza non riesce a produrre una vittoria, nonostante la morte del principe Ettore.
È allora che entra in scena Odisseo, colui che introduce un’altra forma di guerra: il cavallo.
Ma il cavallo non è soltanto uno stratagemma militare. È un dono.
E proprio qui si apre la ferita più profonda del film.
I Troiani accolgono ciò che non possono rifiutare. La loro fiducia nella legge dell’ospitalità, gli xenia, il principio che regola il rapporto tra ospite e ospitante, tra straniero e comunità, diventa il varco attraverso cui entra la distruzione.
Il dono deve essere accettato ma diventa un’arma, lo stratagemma di Ulisse.
La fiducia diventa il varco del tradimento.
E forse c’è, in questa trasformazione, qualcosa di più grande della guerra di Troia: l’immagine di una civiltà che sta consumando dall’interno i propri stessi codici.
L’età del bronzo sta tramontando.
Un mondo fondato sull’onore, sulla reciprocità, sulla sacralità dell’ospite e del dono si avvia verso la propria dissoluzione. E Odisseo è l’uomo che si trova esattamente sulla soglia. È ancora figlio di quel mondo. Ma è anche colui che, per vincere, deve violarne le regole. Direi che la tragedia di Odisseo, nel film di Nolan, non comincia quando perde la rotta verso Itaca, ma quando ha espugnato Troia. L’eroe, infatti, non esulta davanti all’assedio, ma è disorientato alla vista del cavallo che brucia ed è questo il frame che più ritorna nel film.
Comincia quando vince Troia.
L’uomo che, durante la caccia, tendeva l’arco per avvertire la preda e concederle una possibilità di combattere, ora sceglie l’inganno. Non combatte più secondo le regole dell’avversario: si nasconde, penetra, colpisce quando l’altro non può difendersi, vedi l’accecamento del Ciclope.
«Abbiamo violato tutto ciò che è sempre stato sacro tra gli esseri umani… e abbiamo trasformato una battaglia in una caccia».
Questa frase è forse la vera origine del lungo viaggio.
Odisseo ha salvato i suoi uomini e ha distrutto Troia, ma nel farlo ha oltrepassato una soglia. Da quel momento non è più possibile tornare esattamente indietro.
Non perché il viaggio sia troppo lungo, perché il mondo che lo attende al ritorno non è più quello che ha lasciato.
E nemmeno lui è più lo stesso.

Il chiasmo dell’ospitalità e il tradimento della legge di Zeus
La struttura del film sembra allora disegnare una grande figura speculare: guerra – xenia – xenia – guerra.
A Troia, l’ospitalità viene sfruttata per distruggere una città. A Itaca, l’ospitalità viene sfruttata per occupare, abusivamente, una casa. I Proci entrano nel palazzo di Odisseo come ospiti e, attraverso la manipolazione di quella stessa legge, ne diventano i padroni.
È lo stesso principio, ma rovesciato.
Prima un dono straniero spalanca le porte della città.
Poi gli ospiti spalancano le porte della casa altrui.
E ai due estremi della figura ritorna la guerra. Odisseo è il tratto che unisce le due metà. La cerniera tra il vecchio mondo e quello che sta nascendo.
È colui che ha tradito la fiducia dei Troiani e che, per tornare a casa, deve diventare a sua volta un uomo senza identità: un mendicante, uno straniero, un ospite che chiede di essere accolto.
È una delle ironie più profonde della sua storia.
L’uomo che ha utilizzato l’ospitalità per entrare nella città nemica deve attraversare il mondo come qualcuno che cerca ospitalità.
Come se il guerriero che ha violato una legge sacra possa tornare a casa soltanto assumendo la condizione dell’estraneo e confidare, paradossalmente, nell’antica legge dell’accoglienza, ma per ripristinare gli equilibri, bisogna combatter ancora.
Al centro del film c’è poi il canto delle Sirene, quasi centro emotivo e filosofico del film.
Odisseo lo racconta così: «Esattamente come vorresti che fosse, e poi… tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci. Quindi da delizioso diventa insopportabile. Te l’ho detto, quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. È quello che avevi già, e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E che mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente».
Le Sirene non cantano ciò che Odisseo non ha mai avuto. Cantano ciò che ha avuto e che ha perduto. Il loro canto è la nostalgia di una possibilità ormai consumata. È la voce di tutte le promesse non mantenute, ma anche di tutte le versioni di sé che un uomo lascia indietro quando la storia lo costringe a diventare altro.
Odisseo desidera Itaca, ma forse, più profondamente, desidera l’uomo che era quando partì da Itaca.
E quello è l’unico luogo al quale non può tornare.
Odisseo è finalmente arrivato a casa, ma il ritorno geografico non coincide con il ritorno interiore. La casa esiste. Penelope esiste. Itaca esiste. È il tempo a non esistere, qualcosa è profondamente cambiata.
È qui che il film può apparire lontano dall’Odisseo omerico.
Il protagonista di Nolan sembra talvolta meno l’uomo della metis, dell’astuzia come forma di intelligenza e di sopravvivenza, e più un reduce.
Un uomo che ha attraversato una guerra e che, una volta tornato, scopre che il ritorno non è una guarigione.
In lui si possono intravedere tutti gli uomini che hanno fatto ritorno dalle guerre della storia: uomini che rientrano nelle proprie case ma non riescono più ad abitarle nello stesso modo.
Per questo la sua Odissea può ricordare, più che un poema antico, la memoria dei reduci del Novecento.
La guerra non finisce necessariamente quando cessano le armi.
A volte finisce soltanto quando l’uomo riesce, se riesce, a riconoscersi di nuovo.
La grandezza dell’operazione di Nolan non sta dunque nella fedeltà letterale a Omero, sta nella sua libertà nel prendere un racconto antico e riconsegnargli una nuova inquietudine. Come se, dopo aver attraversato il mare, la guerra, l’inganno e la colpa, l’eroe dovesse ancora compiere l’ultimo viaggio: quello per capire chi sia diventato.
Dunque non importa che non sia l’Omero dell’originale. I miti non sopravvivono perché restano uguali. Sopravvivono perché continuano a cambiare forma.
Troia può essere la città di Omero, Ma può anche essere il luogo impossibile verso cui ogni reduce continua a camminare, il canto delle Sirene può essere, ancora oggi, quella voce che ci ricorda che talvolta ciò che desideriamo più di ogni altra cosa non è ciò che non abbiamo mai avuto.
È ciò che avevamo e che non potremo mai più avere nello stesso modo.
Vicky Berardinetti