Alle origini dell’umano: Paolo Pecere e Domingo Milella, in dialogo con Nicola Lagioia, conducono il pubblico del Teatro Kismet di Bari in un viaggio tra Kubrick, le caverne e il nostro primo sguardo

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”
(Dante Alighieri – La Divina Commedia – Inferno, canto XXVI)

Quando è successo che l’uomo è diventato uomo? Come è avvenuta questa trasformazione? Quando abbiamo reciso il cordone ombelicale con la natura? Non so quando sia iniziata la mia fascinazione per il buio, ma ogni volta che rivedo “2001: Odissea nello spazio” mi sembra di tornare a quell’istante in cui l’ignoto non fa solo paura: chiama. Nel film di Kubrick, nel silenzio cosmico, la deriva dell’astronave è un viaggio che sembra spingersi sempre più lontano e invece si avvicina sempre più al centro della nostra coscienza. È come se l’universo intero fosse un’immensa caverna, e noi i primi uomini che, armati solo di stupore, cerchiamo di capirne il significato.

Forse è per questo che l’incontro al Teatro Kismet di Bari, nella rassegna “Umano non umano” curata da Nicola Lagioia, mi ha toccato così profondamente. Sul palco, insieme a lui, c’erano il filosofo Paolo Pecere e il fotografo Domingo Milella, due figure diversissime ma unite da un intento che riconosco subito come urgente: capire che cosa è davvero accaduto nelle caverne del Paleolitico e del Neolitico, cercare quel momento originario da cui è nato tutto ciò che ci rende umani, la stessa idea di umano.

Per me fotografare l’interno di una caverna preistorica è aprire un varco spazio-temporale”, afferma il fotografo pugliese Domingo Milella. Attraversando stretti cunicoli, illuminando vere e proprie cattedrali ipogee, catturando fragili e millenarie immagini di figure astratte o disegni di animali dal Paleolitico al Neolitico, Milella da anni rilegge l’iconografia dei segni arcaici e le tracce dell’esordio del pensiero simbolico nell’attività umana.

Quando sento Pecere parlare di quelle grotte, penso immediatamente al monolito kubrickiano: quell’oggetto nero, liscio, indecifrabile, che appare improvviso davanti ai nostri antenati. Anche le grotte, in fondo, sono monoliti rovesciati: non solide presenze che si impongono dall’esterno, ma vuoti che ci attirano verso l’interno. Mi ha colpito l’idea, emersa nel dialogo, che gli uomini preistorici non entrassero nelle cavità per necessità, ma per qualcosa di più misterioso: sceglievano di lasciare la luce del fuoco per avventurarsi nel buio assoluto. Un gesto che, a pensarci, non è così lontano dal desiderio di varcare una soglia interiore.

Milella, mentre racconta del suo progetto fotografico, evoca più un pellegrinaggio che un’indagine: cosa spinge l’uomo a creare immagini quando non ne ha bisogno per cacciare o difendersi? La proiezione delle sue immagini ci ha mostrato che il viaggio verso queste grotte non è, e non è stato, un semplice spostamento geografico: è un percorso di conoscenza. Raggiungerle richiede lentezza, fatica, orientamento, ascolto. È quasi necessario meritarsi la profondità di quei segni, come i nostri antenati dovevano meritarsi il buio.

E il viaggio non attraversa solo mezza Europa, ma tutto il pianeta. Dalle grotte del Monte Castillo, in Cantabria, dove si trovano alcune delle più antiche pitture paleolitiche d’Europa — mani in negativo e dischi rossi di oltre 40.000 anni — alle grotte francesi: il Salon Noir di Niaux, con splendidi bisonti magdaleniani; Pech Merle, con le celebri cavalle punteggiate di 29.000 anni fa scolpite dal tempo e dall’acqua; Cougnac, con figure di megaceri, ibex e uomini feriti risalenti fino a 30.000 anni fa, immerse in foreste di stalattiti. In Italia, la Grotta dei Cervi di Porto Badisco custodisce oltre 3.000 pittogrammi neolitici — spirali, figure mitiche, scene di caccia e reticoli simbolici. La Grotta del Romito, vicino a Papasidero, conserva un graffito di uro e sepolture paleolitiche tra le più importanti. E infine Valcamonica, con oltre 140.000 incisioni rupestri che raccontano 8.000 anni di iconografie umane, dal Mesolitico al Medioevo.

La sensazione che mi attraversa nel vedere quelle immagini non è la stessa che provavo sfogliando i manuali di storia dell’arte a scuola. Mi sento travolgere da uno stupore diverso: improvvisamente quei graffiti, apparentemente così semplici, rivelano tutto il loro peso. Sono il primo gesto simbolico dell’umanità. E la certezza che compaiano in tante parti del mondo, in epoche quasi sovrapponibili, incisi nella roccia dura come un’unica voce, mi sconvolge. È come se, nello stesso momento, fosse esistito un legame invisibile tra tutti i primi umani della Terra.

Ma perché andare verso l’ignoto? La domanda che dà forma all’incontro, e che Lagioia pone come un varco, mi risuona dentro: perché i nostri antenati hanno scelto di affrontare il buio totale? Nel buio delle caverne risuona l’eco del monolito: una presenza enigmatica che inaugura un salto evolutivo. Lagioia ricorda che viviamo in un’epoca in cui “gli estremi si toccano”: il sublime e l’orrore, il passato misterioso e il futuro tecnologico, il desiderio di pace e la violenza che ritorna. Siamo, come gli uomini delle caverne, sempre in transito su un confine. Andare verso il buio può essere un atto di paura, sì, ma anche un atto di fiducia: la fiducia che, oltre l’oscurità, qualcosa in noi possa accendersi.

Immaginare è indissolubilmente un processo con al suo centro il tempo.” (Paolo Pecere, Il Foglio, 7 ottobre 2023)

Via via che si studiano reperti, il processo da cui far cominciare l’arte figurativa comincia sempre prima… fino a oltre 60.000 anni fa… nelle immagini preistoriche fino al paleolitico la figura umana compare poco o niente: c’era un interesse per il resto del mondo, per gli altri viventi.” (Paolo Pecere, Corriere della Sera, 11 marzo 2026)

Cosa ci dicono oggi le pitture paleolitiche? Personalmente, mentre ascoltavo Pecere ricostruire i passaggi della mente simbolica e Milella raccontare la solitudine minerale delle grotte, ho capito una cosa semplice: quelle prime figure, tracciate con mani tremanti davanti a un fuoco instabile, non sono solo “arte”. Sono messaggi. Forse dicono: “Siamo stati qui.” Ma non solo: il rappresentare animali e umani nello stesso luogo testimonia la nostra antica natura di esseri animali e la nostra inesauribile curiosità per il mondo.

È anche un tentativo di rendere reale ciò che non sapevamo ancora definire: raffigurare per dare un nome, per dare concretezza. “Abbiamo visto il mondo e abbiamo provato a capirlo.” “Abbiamo immaginato qualcosa che non c’era.” E in quel gesto —improvviso, fragile, decisivo — l’umano si affaccia per la prima volta sulla scena del mondo.

È stato un altro viaggio nel tempo, alla ricerca delle nostre radici, del nostro voler conoscere. Guardando le fotografie di Milella, ho capito che i graffiti sono come parole: rappresentare è come dare un nome, perché qualcosa esista, perché si conosca, perché si trasmetta. Ogni linea era un atto di nascita, un’affermazione di presenza.

E poi c’è qualcosa che mi ha trafitto come una rivelazione: nelle grotte, accanto agli animali e alle mani, compaiono figure geometriche. Quadrati, reticoli, griglie, croci, spirali, labirinti. Forme che non imitano nulla del mondo naturale. Non sono cavalli, non sono bisonti, non sono cervi: sono un’idea. Sono il primo tentativo di immaginare ciò che non si vede. Il primo gesto non mimetico dell’umanità. Il primo sforzo di astrazione. E allora la domanda inevitabile si spalanca: È questo il momento in cui si è affacciata l’essenza dell’umano? Quando l’immagine smette di essere copia del reale e diventa concetto, simbolo, mondo mentale? Forse sì. Forse in quel quadrato inciso nella roccia — inutile, sorprendente, assolutamente nuovo — l’uomo ha scoperto di poter creare un mondo parallelo a quello visibile: il mondo del pensiero.

Quando sono uscita dal Teatro Kismet, ho ripensato ancora a Kubrick. Il viaggio nello spazio e il viaggio nelle grotte hanno qualcosa in comune: ci costringono a confrontarci con la parte più antica e la parte più nuova di noi. Le grotte paleolitiche ci ricordano che l’umano nasce nella soglia: tra paura e curiosità, tra buio e intuizione. Grazie alle parole di Lagioia, Pecere e alle immagini di Milella, ho sentito che le grotte non sono un luogo remoto, ma una metafora perfetta di ciò che facciamo ogni giorno: scendere nel buio delle nostre paure e delle nostre domande per trovare un segno, una linea, una figura che ci assomigli.

Forse essere umani significa questo: continuare a entrare nelle caverne — reali o interiori — con la speranza che, da qualche parte in quell’oscurità, si nasconda ancora la prima scintilla del nostro sguardo.

Maurizia Limongelli

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