
Socrate: Allora cercheremo di scoprire insieme cosa sia la virtù ?
Menone: Certo.
Socrate: Dato che non sappiamo ancora quale natura essa abbia, consideriamo il problema della sua comunicabilità, affermando, in via d’ipotesi, quanto segue : a seconda che sia scienza o conoscenza, o meno, essa risulterà insegnabile oppure no. Infatti, non è chiaro, se non altro, che all’uomo può venire insegnato solo quello che ha carattere di scienza o di conoscenza?
Menone: Si, mi sembra.
Socrate: Allora, se la virtù è una forma di scienza o di conoscenza, si presenterà ad essere insegnata?
Menone: Naturalmente.
Socrate: A questo punto è facile concludere la nostra indagine preliminare: se la virtù ha una natura del genere è insegnabile, se no, no.
(Platone “Menone” circa 387 a.C.)

Attraversare un time hole e ritrovarsi ad Atene con Socrate.
Avete mai attraversato un buco del tempo?
Non parlo di fantascienza pura — o meglio, sì, anche di quella. Un time-hole, termine informale per descrivere un wormhole, è quel cunicolo spazio-temporale che nei film, come Interstellar di Christopher Nolan, collega due punti lontanissimi del tempo, permettendo di viaggiare nel passato o nel futuro. Speculazioni teoriche, certo: per ora la relatività generale non ci offre scorciatoie simili nella realtà. Ma nell’immaginazione — e soprattutto nel teatro — tutto diventa possibile. E così, seduta nella platea del Teatro Abeliano di Bari, ho attraversato il mio personalissimo time-hole. Non servivano astronavi né equazioni di Wheeler-DeWitt: è bastato che si spegnessero le luci, ed ecco che Bari svaniva, lasciando il posto ad Atene. Accanto a me, come se fosse la cosa più naturale del mondo, c’erano Menone e Socrate, impegnati in una delle conversazioni più celebri della storia del pensiero.

Questo salto temporale lo devo allo spettacolo I numeri dell’anima della Compagnia del Sole, tratto dal Menone di Platone e diretto da Flavio Albanese, in scena insieme a Michele Marullo e Domenico Piscopo. Le note ufficiali sottolineano come l’adattamento mantenga un rigoroso rispetto del testo, pur restituendogli una dimensione popolare, agile e profondamente ironica.
Lo spettacolo ruota intorno alla domanda che dà il via al dialogo platonico: la virtù può essere insegnata? Sul palco, però, questa non è una questione astratta: è un’esperienza condivisa. La Compagnia del Sole trasforma il testo in un gioco di domande, smontando e rinnovando le certezze del pubblico con una naturalezza che solo la buona maieutica sa generare. Il momento più sorprendente arriva quando Socrate — interpretato da un Albanese ironico, brillante e magnetico — coinvolge il pubblico in una dimostrazione matematica e geometrica. Un gioco, sì, ma anche un passaggio centrale del Menone, riportato nelle schede dello spettacolo come fulcro scenico: attraverso figure geometriche, si arriva a intuire l’immortalità dell’anima. Vederlo accadere dal vivo, con ironia e precisione, è qualcosa che avvicina Platone più di quanto facciano molti manuali scolastici.
Mentre ascoltavo Socrate, ho pensato alla mia adolescenza, a quanto sarebbe stato prezioso incontrare un maestro capace di guidarti con domande instancabili, con quella finta ignoranza che nasconde una passione travolgente per la ricerca della verità. Se l’avessi incontrato allora – o se avessi incontrato uno spettacolo come questo – forse avrei avuto meno paura delle domande e più fiducia nel dubbio. La forza di I numeri dell’anima sta proprio qui: nella capacità di trasformare la filosofia in un’esperienza viva, incarnata, condivisibile. Come indicate le descrizioni ufficiali, la messinscena è pensata per spazi diversi, non solo teatri: segno della volontà di restituire al dialogo platonico la sua natura originaria, pubblica e accessibile. Non c’è accademismo, non c’è distanza: “solo la gioia del pensare insieme”.

Alla fine dello spettacolo, il buco del tempo si richiude. Torno al presente, al mio posto in platea, alle luci del foyer. Ma non torno uguale. Porto con me un piccolo bagaglio di domande — e forse è questo che Platone avrebbe voluto. I numeri dell’anima è un esempio luminoso di come il teatro possa ancora essere un luogo di pensiero, un laboratorio di idee, un punto di contatto tra passato e futuro. Non offre risposte: offre percorsi, intuizioni, tentativi. Ed è proprio questo che lo rende non solo uno spettacolo da vedere, ma un viaggio da fare. Un viaggio che, almeno per una sera, ci permette di attraversare il tempo. E di ritrovarci seduti, davvero, accanto a Socrate. Un teatro che fa domande più che cercare risposte.

Dalla fine dello spettacolo una domanda mi perseguita “la scuola potrebbe insegnare la virtù?” Ma soprattutto la virtù può essere insegnata? In un periodo storico così poco illuminato, tornare a interrogarsi su questo — insieme a Platone, insieme al teatro — non è solo opportuno: è necessario.
Maurizia Limongelli
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia
Grazie per queste preziose riflessioni. Ci danno l’energia per continuare