
Il rinnovato Palatour di Bitritto ha spalancato le sue porte a “Le emozioni che abbiamo vissuto”, lo spettacolo ideato ed interpretato da Walter Veltroni che non è un’operazione nostalgica, né un semplice esercizio di memoria personale, piuttosto un viaggio nella storia e nella cultura italiana, un racconto stratificato, consapevole, in cui la vicenda privata, dolorosa ma attraversata da un forte desiderio di riscatto, si intreccia con la storia dell’Italia e del mondo nel secondo dopoguerra, in un continuo dialogo tra la dimensione individuale e quella collettiva.
Il palco si apre al pubblico con una scenografia essenziale ma fortemente iconica: pochi oggetti collocati in una living room anni Sessanta, una poltrona, una credenza, un telefono a fili, una radio, un mangiadischi e, soprattutto, un televisore a valvole con l’immancabile centrino collocato sopra; elementi che, nel corso della narrazione, si rivelano veri e propri correlativi oggettivi, capaci cioè di prendere vita e di accompagnare il narratore nel tentativo, riuscito, di mettere ordine nei propri ricordi e nella propria memoria.

La memoria per Veltroni non è una risposta meccanica agli stimoli, ma una costruzione emotiva, sensoriale, profondamente umana. La memoria, in questa prospettiva, non è un archivio ordinato né una risposta automatica a uno stimolo, ma atto creativo, che si attiva per associazioni, epifanie, senza mai perdere il filo conduttore; il ricordo non obbedisce alla logica della causa-effetto, emerge, quando qualcosa lo richiama, da luoghi, un oggetti, un suoni, canzoni. Il filo rosso che attraversa lo spettacolo è infatti un giovane Veltroni che vive la Storia mentre accade e ne è, al tempo stesso, attraversato. Lo dichiara con chiarezza: «quello è il momento in cui sono chiari i miei ricordi». La consapevolezza del narratore sta proprio nell’aver colto fin da subito la portata dei passaggi cruciali degli avvenimenti che racconta, mentre quegli eventi si stavano ancora dipanando.
Il racconto prende avvio dalla morte prematura del padre, giornalista della RAI, figura sempre compianta, ma mai trasformata in un macigno paralizzante. Nessun membro della famiglia, infatti, si arresta davanti a quella perdita, perché il mondo che si affaccia all’orizzonte è un mondo nuovo: sempre più distante dalle dittature, dalla guerra civile, dalla famiglia ancestrale e dai codici arcaici del delitto d’onore e sempre più orientato verso il progresso democratico e scientifico. In questo contesto, la televisione, che muoveva allora i suoi primi passi, diventa strumento di una fruizione spesso corale e simbolo di un cambiamento radicale: entra nella quotidianità e si scopre che il televisore non è un elettrodomestico come gli altri, avrà la capacità di cambiare ontologicamente gli italiani, forse per questo le mamme, le nonne di allora ci mettono sopra un centrino, nel tentativo di normalizzare l’oggetto nell’arredamento di casa. Ma proprio grazie alla diffusione del televisore si comincia a parlare tutti la stessa lingua, si smette di guardare in su per paura delle bombe e si guarda il cielo per immaginare un universo da esplorare.
Le immagini e i riferimenti storici che scorrono nella narrazione chiamano in causa, in una linea che segna il progresso, figure come Rosa Parks, Martin Luther King e Franca Viola, la cagnolina Laika, Yuri Gagarin, ma anche personaggi di rottura e di disillusione. Le morti di John F. Kennedy, Luigi Tenco e Jan Palach, insieme alle manifestazioni degli ultimi anni Sessanta, ricordano che la speranza e la voglia di cambiamento non sempre sono sufficienti. Emblematica, in questo senso, è la menzione di Jan Palach, che si diede fuoco davanti ai carri armati sovietici per protestare contro la fine della Primavera di Praga: l’inizio di una fine che segna profondamente l’immaginario di un’intera generazione. Una dittatura resta una dittatura, qualunque colore essa abbia.
La musica che accompagna il racconto lo rende ancora più vivido; essa è definita dallo stesso Veltroni come “la più potente delle madeleine”. Le canzoni di Tenco, Fontana, Paoli e Battisti, eseguite dal giovane pianista Gabriele Rossi, che accompagna in scena Veltroni, non sono un semplice commento sonoro, ma diventano veicolo emotivo e memoria condivisa. La scelta di affidarsi a un musicista giovane suggella un patto generazionale che supera la tradizionale gerontocrazia italiana: non competizione, ma collaborazione; non esclusione, ma riconoscimento del valore delle nuove generazioni, dei “ giovani” protagonisti assoluti e scoperta sociale degli anni Sessanta.

Tutto un nostalgico amarcord? No. La nostalgia affiora solo nelle vicende private. Veltroni ricorda come l’entusiasmo di quegli anni non colmò tutte le aspettative e non risolse ogni contraddizione, ma oggi, sembra suggerire lo spettacolo, sarebbe necessario ritrovare almeno una parte di quell’energia. In un presente in cui sembrano mancare felicità e gioia, il messaggio positivo, neppure troppo velato, è un invito a ricordare che in una stagione in cui tutto appariva impossibile, l’Italia e il mondo seppero rialzarsi e immaginare un nuovo cammino di progresso e speranza.
Il monito finale è quello di restare “vigili”: curare le parole, curare le idee, frequentare i teatri, leggere. Perché ogni teatro che chiude e ogni giornale che scompare rappresentano una luce sulla libertà che si spegne, mentre la minaccia del pensiero unico resta sempre incombente. Lo spettacolo si chiude con un omaggio a Lucio Dalla e la sua mitica “Telefonami tra vent’anni“, già utilizzata come inno generazionale da Francesca Archibugi nel suo film “Il nome del figlio“: “Alle porte dell’universo, l’importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti in modo diverso”. Un epilogo che sintetizza il senso profondo della serata: difendere la pluralità delle voci, delle storie e delle coscienze.
Vicky Berardinetti
Foto di Vicky Berardinetti