
“L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, con questo o quel tasto, porta l’anima a vibrare.” (Wassily Kandinsky)
“Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo.” (John Coltrane)

C’è. Ma si che c’è. Ci deve essere per forza un posto, immaginario o reale, dove tornano gli artisti ogniqualvolta chiudono gli occhi e si donano completamente attraverso una performance che rasenta o finanche raggiunge la perfezione, talvolta riuscendo anche a trasportare con loro l’intera platea; naturalmente non è detto che sia lo stesso posto per tutti, ma noi non abbiamo dubbi che ci sia, altrimenti non riusciremmo a spiegarci dove siamo stati noi e, soprattutto, la splendida Tania Giannouli durante il suo concerto al Parco Rossani di Bari nell’ambito del Bari Piano Festival 2025.

Eccezionalmente introdotta da Emanuele Arciuli, imprescindibile deus ex machina della rassegna, giunta all’ottava edizione, fiore all’occhiello della programmazione estiva del capoluogo pugliese, e dal sempre ottimo Alceste Ayroldi, la pianista greca, tornata a Bari sulle ali del successo del suo magnetico lavoro discografico “Solo”, ha dato fondo a tutta la sua immensa arte, lasciando che si sviluppasse un perfetto gioco armonico ipnotico determinato dall’inedita e contaminata miscellanea di classica, contemporanea, jazz, minimalismo e, finanche, echi del miglior progressive, che, pur essendo certamente compiutamente catturata dalla fredda carta del pentagramma, giungeva alla estemporanea platea sold out, raramente così coinvolta, rapita ed appagata, come pura improvvisazione astratta, con le note che si elevavano sino al tetto di stelle che si ergeva sopra le nostre teste a ritrovar bellezza, a costruire magnifiche architetture sonore, a rivendicare la dimensione propria di una musica che, prescindendo dalle nostre attese di ascoltatori, ci restituiva la purezza di un suono che credevamo perduto.

Per comprendere l’arte della Giannouli, ritengo sia troppo semplice richiamarsi alle – ormai irripetibili – composizioni solistiche del divino Keith Jarrett, pur nella comunione di iniziale dichiarazione di intenti che unisce i due, mentre mi è tornato in mente immediatamente quello che fu detto anni addietro di Glenn Gould dalla meravigliosa penna di Alessandro Baricco: “quando suona lui, il pianoforte cessa di esistere in quanto tale, ma diventa una protesi in legno della sua mente”. Ecco, quello che Tania fa durante tutta la sua performance, aiutandosi anche con artifici che colloca sapientemente sulle corde nude, non è esclusivamente suonare un pianoforte, che pare ogniqualvolta inghiottirla, bensì usare il pianoforte, dominandolo e lasciandosene dominare, come mezzo e non come fine, vale a dire come strumento – letteralmente – per arrivare al cuore degli ascoltatori, per rendere udibile ciò che udibile non è, per fare sentire la musica non solo nei padiglioni auricolari ma molto, molto più nel profondo, per ritrovarsi – come detto – da un’altra parte, in un’altra dimensione, catturati dalla visione di immagini che celiamo negli angoli più segreti della nostra memoria.

La musica ‘scritta’, dunque, diventa solo un pre-testo, un prologo, un’introduzione, una sollecitazione, un segnale che Tania riceve dall’esterno, decodifica e amplifica, con un gusto ed una classe che davvero pochi altri sanno avere, nel tentativo – pienamente riuscito – di far sentire e comprendere tutte le note, aprendole, dilatandole sino al limite, spalancandone ogni singola fessura per lasciar entrare ogni piccolo, devastante raggio di sole, sottolineando anche i silenzi pur di far sentire tutta la musica nascosta sul pentagramma e, ancor più, nell’animo dell’artista.

Sul palco della kermesse barese, la figura della Giannouli si stagliava altissima, irraggiungibile, finanche messianica, una novella pifferaia magica, un’incantatrice di serpenti, una cesellatrice di storie in musica, una sciamana dell’arte dei suoni che, grazie ad un concerto splendido e forse – se dobbiamo dare credito all’accezione più consona all’improvvisazione jazz – irripetibile, riusciva magicamente a far giungere sino alla platea quelle filigrane sottili, quelle positive vibrazioni, quella sognante astrattezza, quelle proiezioni di memorie emotive fortemente intime e personali eppure talmente evocative ed universali che non potevano non catturarci appieno, compiutamente realizzando il dettame di Gesualdo Bufalino con cui sentenziava che, “se musica ha da essere, voglio che sia un massaggio serafico sulle cicatrici dell’anima”.
Pasquale Attolico
Foto dalla pagina Facebook del Bari Piano Festival
e di Stefan Bistriceanu