“Come si diventa lettori”: al Teatro Kismet di Bari, Nicola Lagioia alle prese con una lezione che è la storia di molti di noi

Mancano all’incirca venti giorni al debutto de “La Ferocia” al Teatro Kismet di Bari, la pièce che mette in scena il bellissimo e fortunato romanzo di Nicola Lagioia nell’ambito del cartellone “Bagliori” 2023/2024 a cura di Teresa Ludovico.

Pertanto, gli appunti che accompagnano la lettura delle opere di Lagioia, di cui i romanzi sono solo i pezzi più visibili, rischiavano di essere disintegrati quando nel programma delle visioni è comparso il monologo/lezione “Come si diventa lettori”. Eh, bella storia, mi sono detta, dire a una lettrice o a un lettore come si diventa lettore, una tautologia del già accaduto, uno zuccherino omeopatico senza sintomi. Peggio, continuavo riflettendo, un’autocelebrazione collettiva di quanto sia scemo chi non legge.

Se sono già lettrice, e di certo nessuno nasce lettore, cosa mai potrò ascoltare di così sconvolgente? Proprio per quanto di meno visibile ho letto in questi anni a firma Lagioia, ho deciso in ogni caso di darmi una chance, augurandomi che il titolo sia una porta girevole verso una risposta senza che nessuno abbia fatto la domanda. D’altronde, il titolo stesso dello spettacolo non ha un punto interrogativo, per cui quantomeno lo scopo pedagogico è già sfatato in copertina.

I primi venti minuti, per ammissione dello stesso Lagioia, infatti, sono una specie di programma obbligatorio di ritmica della vita: l’infanzia con i libri trovati in casa dei nonni, la passione per i fumetti alle elementari, i matinée a teatro in compagnia di insegnanti poco allineati. Peraltro, a livello personale, seppur sfalsate di qualche anno, sono esattamente le figure di ginnastica della lettura che ho vissuto io, che ho trovato i primi libri, i sussidiari illustrati di mio zio e di mia madre, nella cucina di mia nonna, per poi divorare i fumetti del Giornalino spacciati da un bidello, e scoprire l’amore per il melodramma e il teatro dalle videocassette dello sceneggiato “Casa Ricordi” e dai matinée di Shakespeare al Kursaal, al Norba e al dismesso cineteatro di Carbonara.

E allora, cosa ha spinto alcuni spettatori ad ascoltare ancora il monologo? No, non sono solo conoscenti e habitué di Lagioia, che pure col suo pubblico ha un rapporto di grande naturalezza. Il titolo di facile digestione nasconde almeno un altro paio di lezioni. Innanzitutto, il piacere della lettura è un fatto intimo, ripetibile, personale. Per secoli, la lettura ad alta voce e la scrittura manuale hanno goduto delle vibrazioni ancestrali della trasmissione orale. Il film, la performance, lo spettacolo teatrale, l’opera d’arte figurativa sono lì, la loro osservazione, al di là dei significati che tendiamo ad attribuire, è largamente oggettiva, quasi sempre condivisa. L’intimità della lettura è difficilmente condivisibile, e all’interno di essa, nuova nobiltà merita la poesia, capace come poche di evocare scenari di osservazione e interiorizzazione multidimensionale, e questa è un’altra lezione che Lagioia ci spinge a imparare.

All’interno della trattazione splendono i parallelismi tra Cervantes e Flaubert, l’elogio di Ungaretti, i numerosi tributi a Borges, ma tutti i quadretti di vita letteraria sono essi stessi declamazioni di parole che sembrano la versione a voce di parole scritte o da scrivere, stimolando la stessa immaginazione del nero su bianco.

Il titolo della serata ci ha sgamati. Infatti, spesso siamo portati a trovare un intento pedagogico nella letteratura, una specie di tentativo di miglioramento sociale, dandole un po’ la funzione che abbiamo dato al Covid, e invece eccoci qui. A me, ampiamente convinta del senso pratico della letteratura, lo spettacolo ha spinta a non darle poteri maieutici di cose che abbiamo dentro, perché se così fosse, la santità sarebbe un traguardo precotto, non una narrazione: la letteratura, permettendoci di vivere migliaia di altre vite, è una specie di cassetta degli attrezzi che inquadra piccole soluzioni alle angosce che per natura siamo portati a sentire, fosse pure per il tempo dei minuti in cui leggiamo.

Quella di lettore, insomma, lungi dall’essere una responsabilità, può essere una meravigliosa consapevolezza.

Io penso che il mio dovere di scrittore non è di scoprire temi nuovi né di inventare niente; debbo ripetere nel dialetto, diciamo così, del mio paese e della mia epoca certe poesie che si son sempre venute ripetendo con lievi variazioni che possono o no essere belle.” (Jorge Luis Borges)

Beatrice Zippo

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